Solo 8 milioni di contribuenti che dichiarano 35mila euro all’anno pagano il 65% dell’Irpef. È questa la grande asimmetria denunciata dall’ultimo Osservatorio Itinerari Previdenziali sulle entrate fiscali, presentato questa al Cnel nel corso di un convegno promosso in collaborazione con CIDA-Confederazione Italiana Alti Dirigenti e Professionalità.
Il totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ai fini Irpef è stato di 1.076 miliardi, per un gettito generato al netto del Tir, il Trattamento integrativo al reddito, di 216,24 miliardi di euro, 193,316 per l’Irpef ordinaria, 16,17 per le addizionali regionali e 6,76 per quelle comunali. Un conto da 200 miliardi che però grava, come spiega il rapporto, grava sulle spalle di pochi. Nonostante aumentino sia i dichiaranti, vale a dire 42.837.963 persone che hanno presentano una dichiarazione dei redditi, sia i versanti, vale a dire 34.105.072 soggetti che hanno effettivamente corrisposto almeno 1 euro di Irpef, come detto buona parte del carico fiscale che serve per alimentare welfare e servizi grava su quegli 8 milioni di contribuenti. Di contro sono circa 24,8 milioni gli italiani che non dichiarano redditi, corrispondendo poco o nulla delle imposte dirette.
Entrando nel dettaglio delle dichiarazioni dei redditi, chi ha dichiarato 7.500 lordi all’anno, ossia quasi otto milioni di contribuenti, ha versato 19 euro di Irpef, cifra che sale a 204 per i quasi 7,5 milioni di italiani con un reddito tra i 7.500 e i 15mila euro. A seguire ci sono 4,79 milioni di cittadini che dichiarano tra i 15mila e i 20mila euro l’anno e versano un’imposta media di 1.773 euro, che si riduce a 1.288 euro se rapporta al numero di abitanti. Nel 2024 il costo pro capite per finanziare la sanità è ammontato a 2.347 euro. Dunque per garantire la sola sanità a questa metà della popolazione occorre che altri cittadini si carichino di una spesa pari a 54,45 miliardi.
A salire con redditi lordi tra 20 e 26mila euro si contano 6,65 milioni di cittadini, che versano in media 3.284 euro, 2.384 per cittadino, mentre tra 26 e 29mila euro lordi, altri 3 milioni e poco più di versanti, che corrispondono 4.413 euro ciascuno, vale a dire 3.205 euro se rapportato al numero di cittadini. In sintesi gli italiani con redditi fino a 29mila euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l’Irpef, un’imposta di 46 miliardi, pari a un terzo della spesa sanitaria. Quanti dichiarano dai 35mila euro lordi in su rappresentano il 18,78% del totale contribuenti e pagano il 65% di tutta l’IRPEF. Tenendo conto anche dei redditi tra i 29mila e i 35mila euro, l’11,44% del totale, l’analisi mostra come il 30,22% degli italiani corrisponda il 78,67% dell’Irpef.
Proseguendo nell’analisi per scaglioni di reddito, seguono chi guadagna tra 35mila e 55mila euro (5,33 milioni), che pagano 52,6 miliardi di imposta con un versamento medio di 9.815 euro, e poi poi 1,9 milioni di contribuenti che dichiarano redditi annui compresi tra 55mila a 100mila euro, i quali versano 39,75 miliardi di Irpef per un importo medio di 20.634 euro. Salendo nelle fasce di reddito più alte, a dichiarare 300mila euro lordi l’anno, circa 155mila euro al netto di imposte, contributi e oneri indeducibili, sono solo 58.700 cittadini, lo 0,1% della popolazione italiana. Nel complesso questa fascia di contribuenti versa il 6,49% di tutta l’Irpef, per un valore di 14,03 miliardi e un importo pro capite di 238.006 euro: da soli, corrispondono cioè più Irpef di 27,8 milioni di cittadini con redditi fino a 20mila euro i quali, in totale, versano 10,84 miliardi. Tra 200 e 300mila euro di reddito si colloca lo 0,21% dei contribuenti, 89.558 persone che pagano il 3,63% dell’imposta, e tra 100mila e 200mila euro altri 597.357 versanti, che versano 26,2 miliardi di euro, pari al 12,14% del totale. Complessivamente, dunque, questi tre scaglioni di reddito – cui corrispondono 745.615 persone, l’1,75% dei contribuenti/versanti – pagano il 22,25% dell’imposta.
L’Osservatorio smonta anche una certa narrazione che identifica in dipendenti e pensionati le fasce più gravate dalle imposte e nello specifico dall’Irpef. Infatti il 61,4% dei lavoratori subordinati dichiara redditi fino a 26mila euro e paga quindi il 12,64% dell’imposta che, per i redditi fino a 15mila euro, viene sostanzialmente azzerata dal Tir e dalle altre deduzioni o agevolazioni. Il grosso del carico Irpef, il 79,66% viene così a gravare sul 29,96% con redditi da 29mila euro in su e, in particolare, su quel 16,46% che dichiara oltre 35mila euro, corrispondendo il 63,14%. Discorso simile per i pensionati: quelli con redditi fino a 26mila euro lordi annui sono il 66% e versano il 26,64% del totale. il grosso delle imposte, 66,19%, grava quindi sui pensionati con redditi dai 29mila euro in su e, ancora di più oltre i 35mila euro, i quali versano il 49,7% dell’IRPEF pur rappresentando solo il 16,4% del totale.
Per quanto riguarda gli autonomi, infine, sopra la soglia dei 35mila euro si conta il 36,89% dei contribuenti che pagano quasi tutta l’imposta della categoria, ben l’88,88%. Una situazione di grave squilibro, difficile da sostenere nel tempo: il totale dell’Irpef pagata dai lavoratori autonomi è pari a 25,64 miliardi di euro, cioè l’11,86% del totale del gettito 2024, benché la categoria raccolga solo il 5,12% dei contribuenti dichiaranti e circa 600mila autonomi godano di regimi fiscali agevolati.
Per Stefano Cuzzilla, presidente CIDA, “la redistribuzione senza reciprocità rischia di diventare la grande asimmetria italiana. Abbiamo universalizzato le prestazioni, ma non la responsabilità di finanziarle. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio. La progressività è un principio di equità, ma non può trasformarsi nella penalizzazione permanente di chi lavora, produce e dichiara integralmente il proprio reddito. Serve un cambio di rotta: meno pressione su chi già sostiene il sistema, più contrasto all’evasione, un welfare capace di concentrare le risorse su chi ne ha realmente bisogno e di accompagnare le persone verso il lavoro e l’autonomia, aumentando la base di chi contribuisce”.
“Oltre a redistribuire la ricchezza – ha detto Cuzzilla – bisogna anche ampliarla, accrescendo la produttività e ampliando la partecipazione di giovani e donne al mercato del lavoro”
“Un’enorme redistribuzione di ricchezza – ha spiegato il direttore Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali – di cui non solo la maggior parte dei cittadini che fruisce, appunto gratuitamente, di quei servizi non si rende neppure conto ma che lascia oltretutto alle altre funzioni statali solo le residuali imposte indirette, le accise e la pericolosa strada del debito, negli ultimi anni cresciuto spaventosamente nell’indifferenza quasi generale”.
“All’aumentare del reddito – ha proseguito Brambilla – diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione. Provocatoriamente verrebbe infatti da chiedersi: perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o altre agevolazioni?”. Per Brambilla “resta fondamentale abrogare la flat tax che, oltre a presentare profili di incostituzionalità, alimenta senza dubbio fenomeni di sommerso – spiega Brambilla – ma le cifre dimostrano che la comune vulgata secondo cui le tasse le pagano i dipendenti non è totalmente vera. È vero che i lavoratori dipendenti pagano le tasse ma, come dimostra la scomposizione per fasce di reddito, si tratta soprattutto di quadri, funzionari e dirigenti, categorie ormai scarsamente rappresentante sia dalla politica sia dai sindacati, che invece concentrano le proprie proposte su ulteriori riduzioni di imposte e contributi sociali a favore delle fasce di reddito più basse le quali però, dati alla mano, già oggi versano poco o nulla”.
La ricerca offre, infine, una serie di proposte e di soluzioni possibile per affrontare questa simmetria. Una strada potrebbe essere consistere in una revisione dell’Isee e la messa a punto di una banca dati centralizzata dell’assistenza per limitare fenomeni di elusione fiscale, consentendo allo stato di aiutare in maniera più mirata ed efficace solo quanti si trovano in una condizione di reale bisogno.
























