Il Fondo sanitario nazionale è aumentato nominalmente di 17,5 miliardi di euro tra il 2023 e il 2026, passando dai 125,4 miliardi del 2022 ai 142,9 miliardi del 2026. Ma, rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese, il finanziamento è sceso: dal 6,27% del Pil del 2022 al 6,14% del 2026. Se la quota fosse rimasta invariata sul livello del 2022, secondo la Fondazione Gimbe il Servizio sanitario nazionale avrebbe avuto a disposizione 18,8 miliardi in più. Sono i «tagli invisibili» denunciati nel 9° Rapporto sul Ssn, presentato oggi.
E intanto cresce il numero di chi rinuncia a curarsi. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, contro il 7,6% del 2023. Circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi di attesa e 3,1 milioni per motivi economici, con la possibilità di indicare entrambe le cause.
«Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie – afferma il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta – è in gioco la tenuta del patto sociale». Una prestazione garantita sulla carta ma inaccessibile nella realtà, sottolinea, lascia il cittadino solo di fronte al proprio bisogno di salute.
La sola spesa sostenuta direttamente dalle famiglie, osserva Gimbe, non misura però tutte le mancate tutele pubbliche: la componente out-of-pocket non intercetta le prestazioni alle quali si rinuncia per indisponibilità economica e comprende anche spese per prestazioni extra-Lea e beni e servizi a basso valore. Le rinunce alle cure restano quindi fuori dal conto della spesa sanitaria, ma alimentano bisogni di salute insoddisfatti: per Cartabellotta è un «debito sanitario» destinato a generare «interessi» sul piano della salute, dell’economia e della coesione sociale.
Il fenomeno dei «tagli invisibili» emerge anche nel confronto con il 2010. Tra il 2010 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è cresciuto nominalmente di 37,5 miliardi, ma, al netto dell’inflazione, nel 2026 il finanziamento risulta sostanzialmente tornato ai livelli di allora. Nel frattempo sono aumentati i bisogni di una popolazione che invecchia e i costi delle innovazioni farmacologiche e tecnologiche.
Le prospettive per i prossimi anni non indicano una svolta. Il Documento programmatico di finanza pubblica approvato il 2 ottobre prevede una spesa sanitaria in crescita in termini nominali, ma con un’incidenza sul Pil in calo dal 6,4% del 2026 al 6,3% nel 2027-2029. Nello stesso periodo si amplia la forbice tra le previsioni di spesa e l’entità del Fondo sanitario nazionale: 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario complessivo di 32,3 miliardi. In assenza di ulteriori stanziamenti, avverte Gimbe, il peso ricadrebbe sui bilanci regionali, con il rischio di aumenti delle imposte o di tagli ai servizi.
Nel frattempo cresce il peso della sanità privata. Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva è stata di 190,1 miliardi di euro: 140,8 miliardi di spesa pubblica, 42,4 miliardi a carico delle famiglie e quasi 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti. Rispetto al 2024, la spesa out-of-pocket è diminuita dell’1%, mentre quella intermediata è cresciuta del 10,1%; quella per assicurazioni sanitarie volontarie è aumentata del 12,7%, da 4,69 a 5,29 miliardi. Per Gimbe il rischio è che fondi e assicurazioni diventino una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura, invece di integrare le tutele del Ssn.
Sul Pnrr, il monitoraggio indipendente della Fondazione segnala che il raggiungimento degli obiettivi della Missione 6 non è integralmente verificabile sulla base delle evidenze pubbliche: per tre dei nove target e una milestone sono verificabili i requisiti previsti, mentre per gli altri sette mancano informazioni sufficientemente dettagliate. Questo, precisa Gimbe, non significa che gli obiettivi non siano stati raggiunti, ma che il loro conseguimento non è interamente verificabile in modo indipendente.
Altro nodo è il personale. Secondo l’Ocse, l’Italia ha 5,8 medici ogni mille abitanti contro una media di 4,0, ma dei 339.256 medici censiti almeno 88.258, il 26,1%, non lavorano nel Ssn né frequentano percorsi formativi post-laurea. Nel 2024 i medici dipendenti del servizio pubblico erano 108.243 e Gimbe stima al 1° gennaio 2025 un deficit di 5.716 medici di medicina generale e di 497 pediatri di libera scelta.
Per gli infermieri la carenza è innanzitutto quantitativa: l’Italia ne conta 6,9 ogni mille abitanti contro i 9,7 della media Ocse, il 29% in meno. Dei 407.750 infermieri censiti dall’Ocse, 79.926, il 19,6%, non lavorano nel Ssn. Nel 2024 quelli dipendenti del servizio pubblico erano 279.990.
Migliora invece la fotografia formale dei Livelli essenziali di assistenza: nel 2024 risultano adempienti 18 Regioni e Province autonome su 21, contro le 13 del 2023. Ma sei delle 18 Regioni «promosse» presentano almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69 e, nello stesso anno, aumenta la quota di popolazione che rinuncia a visite o esami. Per Gimbe la pagella ministeriale non misura dunque l’effettiva esigibilità dei Lea: una Regione può risultare formalmente adempiente mentre una parte dei cittadini incontra difficoltà nell’accesso alle cure.
Le disuguaglianze territoriali emergono anche dalla mobilità sanitaria interregionale, che nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il valore più alto dal 2010. Dal 30 ottobre 2026 entreranno inoltre in vigore i Lea aggiornati, dopo quasi dieci anni di attesa. Ma, avverte la Fondazione, inserire una prestazione nei Lea non equivale automaticamente a renderla accessibile a tutti: occorre garantire che le Regioni siano in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme.
Per rilanciare il Ssn, Gimbe chiede una strategia che tenga insieme finanziamento pubblico adeguato ai bisogni, riduzione dei divari territoriali, politiche sul personale, potenziamento dell’assistenza territoriale, governo del rapporto pubblico-privato e investimenti in prevenzione, ricerca e digitalizzazione. Il Piano di Rilancio della Fondazione indica 16 linee di intervento.
«A quasi 48 anni dall’istituzione del Ssn il diritto alla tutela della salute rimane fondamentale sulla Carta, ma è sempre meno esigibile nella vita reale», conclude Cartabellotta. Per Gimbe disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano sempre di più l’accesso alle cure, ampliando il divario tra chi può pagare e chi è costretto ad attendere o a rinunciare. La crisi del Ssn, quindi, non è più soltanto un problema sanitario, ma riguarda anche la tenuta economica e sociale del Paese.

























