Secondo recenti stime condotte da autorevoli esperti, la maggior parte degli infortuni, avviene nel sistema degli appalti dell’edilizia privata che, insieme al settore agricolo, detiene anche il triste primato dei decessi sul lavoro.
Come è noto, il nuovo Codice dei contratti pubblici, regolamentato dall’art 119 del D.L.gs. n. 36/2023, consente attualmente il subappalto a cascata.
L’introduzione di questa norma, se da un lato ha regolarizzato gli affidamenti multipli, dall’altro ha messo seriamente a rischio il fattore sicurezza che ha subito una pericolosa perdita di centralità.
Il ricorso a tale pratica, rende il mercato più fluido e riduce drasticamente i costi, perché le aziende specializzate operano con tempistiche ridotte e ad un valore economico nettamente inferiore rispetto a quello che sosterrebbe l’impresa principale.
In questo scenario di estrema parcellizzazione del lavoro, la sicurezza viene frammentata tra varie realtà produttive che, senza alcun coordinamento e in totale assenza di controlli (es. inadempienze nei documenti di sicurezza o scarsa vigilanza sull’uso dei dispositivi di protezione), scaricano i costi dell’opera e delle tutele sulla pelle dei lavoratori.
La carenza di verifiche e trasparenza, presenta innumerevoli rischi anche sotto il profilo della legalità, basti pensare alla facilità con cui le organizzazioni criminali e mafiose riescono ad infiltrarsi nel sistema dei subappalti, eludendo ispezioni e facendo spesso ricorso a manodopera irregolare per riciclare denaro di provenienza illecita e imporre forniture e tangenti attraverso estorsioni e corruzioni.
Sostenere che il subappalto a cascata sia stata una scelta obbligata per uniformarsi alle normative europee, perché il divieto era in contraddizione con i principi di parità di trattamento, non può dar luogo ad una liberalizzazione indiscriminata e selvaggia degli affidamenti e smantellare con un colpo di spugna le più elementari normative in materia di sicurezza.
Affermare che “bisognava farlo”, non può indurre ad una sorta di deresponsabilizzazione generalizzata dei committenti, sacrificando le vite di milioni di lavoratrici e lavoratori sull’altare del massimo profitto.
Nel frattempo, in attesa di un auspicabile applicazione delle norme di salute e sicurezza in modo coerente e universale lungo tutte le articolazioni della catena di fornitura, il susseguirsi di provvedimenti “tampone”, non certamente idonei a contrastare il fenomeno delle cosiddette “morti bianche”, restituiscono l’immagine di un Paese che, contrariamente a ciò che prevede l’art. 1 della nostra Costituzione, appare sempre più fondato sulla precarietà e l’insicurezza del lavoro.
Felice Magarelli


























