Il 29 ottobre del 2016 la Camera approvava con 346 voti favorevoli, nessun contrario e 25 astenuti, tra le fila della Lega e di Fratelli d’Italia, la legge 199 contro lo sfruttamento lavorativo, ribattezza poi legge anti caporalato, benché nel testo tale parola non compaia mai.
La norma vide la luce dopo anni di mobilitazioni sindacali, denunce e inchieste giudiziarie. La morte di Paola Clemente, avvenuta il 13 luglio del 2015 nelle campagne di Andria per le elevate temperature, ha avuto un’eco importante sulla stampa e ha dato una spinta decisa per arrivare all’approvazione della 199, anche se quello di Paola Clemente non è stato l’unico tributo di sangue che braccianti e operai agricoli hanno dovuto pagare allo sfruttamento. Pochi giorni dopo, il 20 luglio del 2015, moriva a Nardò, sempre per il caldo, Mohammed Abdullah bracciante senegalese di 47 anni impegnato nella raccolta dei pomodorini.
A dieci anni dall’entrata in vigore, la 199 fu pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 4 novembre, il Partito Democratico ha promosso un’iniziativa “Legge sul caporalato. Dieci anni dopo: cosa ha funzionato, cosa manca” per fare il punto sullo stato dell’arte nell’applicazione della norma. All’evento hanno partecipato esponenti politici del Pd, rappresentanti delle forze sociali e giuristi.
Laura Boldrini, Maurizio Martini e Andrea Orlando, all’epoca presidente della Camera, ministro dell’Agricoltura e della Giustizia, hanno ripercorso le tappe che hanno portato alla 199. Boldrini ha sottolineato come questa legge, oltre alla novità normativa, abbia rappresentato un perfetto esempio di proficua sinergia tra parlamento, politica, parti sociali e società civile, che consentito di aver un inter parlamentare snello ma produttivo. Martina ha ricordato gli ottimi risultati ottenuti sul versante della repressione, mentre la prevenzione è ancora in parte incompiuta. La Rete del lavoro agricolo di qualità è ancora in larga parte da attuare, così come bisogna attenzionare maggiormente la questione trasporti e alloggi, terreno sul quale si alimenta l’azione criminogena dei caporali. L’ex ministro Orlando ha precisato come non si possa vedere il caporalato come una patologia isolata ma come un effetto di un modello di sviluppo che contempla lo sfruttamento. Negli anni successivo lo sfruttamento lavorativo viene individuato dalle inchieste della magistratura nella cantieristica degli yacht di lusso, nella logistica e tra i grandi marchi della moda. Sul versante strettamente politico Orlando si dice convinto che una norma così non sarebbe stata partorita da un governo di destra, e ricorda come nel 2018 l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini e il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio dissero che la 199 poteva essere un ostacolo per gli agricoltori dei ghetti, e chi oggi parla di remigrazione non solo sa che non si può fare, che è un qualcosa di impraticabile, ma mette anche nelle condizioni di non essere mai in regole, di essere sempre sottoposti allo sfruttamento coloro che vuole remigrare.
Venendo brevemente ai contenuti della legge, la 199 ha esteso la responsabilità dello sfruttamento non solo al caporale ma anche fa ricorso a questo sistema di intermediazione illecita di manodopera, con il passaggio da un reato amministrativo a uno di tipo penale. Uno degli aspetti più innovativi della riforma è stato l’individuazione di parametri precisi per definire lo sfruttamento lavorativo. Tra gli indicatori individuati dalla legge figurano la corresponsione di salari palesemente inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi, la reiterata violazione delle norme su orario di lavoro, riposi e ferie, il mancato rispetto delle disposizioni in materia di sicurezza e l’imposizione di condizioni di lavoro o di alloggio degradanti. La legge ha inoltre introdotto strumenti più incisivi sul piano patrimoniale. In caso di condanna è prevista la confisca obbligatoria dei beni utilizzati per commettere il reato o dei profitti derivanti dallo sfruttamento.
Per il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, “molto è stato fatto ma non abbiamo risolto appieno il problema. Lo sfruttamento non riguarda solo l’agricoltura ma molti settori. Tutto questo si collega a un certo modello di fare impresa che punta sull’esternalizzazione e il massimo ribasso. Ma anche i part time involontari e contratti pirata sono una forma di sfruttamento. Il sindacato, in modo unitario, sta portando avanti una trattativa con le controparti datoriali per il superamento dei contratti pirata”. Secondo Landini il caporalato non può essere sconfitto solo “colpendo l’anello ultimo e più debole ma il committente che deve avere la responsabilità di ciò che accede nell’intero processo. Un altro tema è quello di garantire la protezione di denuncia lo sfruttamento. Il governo alimenta con i suoi interventi dei processi corporativi che non fanno bene al paese. Bisogna poi arrivare a una rapida cancellazione della legge Bossi-Fini. Siamo un paese che sta invecchiando e se vogliamo mantenere un certo livello industriale abbiamo bisogno di lavoratori stranieri”.
“Dobbiamo rafforzare la prevenzione. La repressione è indispensabile, ma quando si interviene significa che lo sfruttamento è già avvenuto. Servono controlli efficaci, una rete territoriale concreta e il coinvolgimento delle parti sociali” ha detto il segretario confederale della Cisl, Mattia Pirulli. “Lo sfruttamento non riguarda soltanto l’agricoltura, ma attraversa diversi settori, compreso quello della moda. Dobbiamo rilanciare la Rete del lavoro agricolo di qualità, che in circa il 70% dei territori risulta inesistente o costituita soltanto sulla carta, e recuperare le opportunità non pienamente realizzate del Pnrr su alloggi, accoglienza e trasporti dei lavoratori”. Per Pirulli “occorrono regole che garantiscano la reale rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali. Non possiamo consentire che chi svolge lo stesso lavoro venga pagato meno attraverso contratti al ribasso”. “La legge 199 ci consegna anche un metodo: sui grandi temi del lavoro e della tutela delle persone è possibile costruire convergenze ampie, superando le divisioni e le logiche di bandiera”.
Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, è stato confermato nel ruolo di presidente del COPA, l’Associazione che riunisce le principali organizzazioni professionali agricole europee, ha fatto il punto sulla difficile situazione che stanno vivendo gli agricoltori per la congiuntura internazionale e la competizione globale. “La prima azienda agricola ucraina ha 533mila ettari, più grande del Lussemburgo. Le prime dieci aziende 2 milioni di ettari ossia il 20% dell’Italia. Per capire perché la 199 non ha avuto una piena applicazione dobbiamo capire il momento che gli agricoltori stanno vivendo e come viene distribuito il valore in tutta la filiera. Nella Rete del lavoro agricolo di qualità è facile iscriversi ma si può essere esclusi per una semplice multa e questo crea un danno di immagine alle aziende nei confronti della grande distribuzione organizzata non sempre facile da recuperare. Ovviamente tutti dobbiamo dire che nessuno può pensare di operare fuori dalla legalità. Bisogna migliorare il sistema dei trasporti e degli alloggi. Su questo la bilateralità può dare delle risposte. Sì possono recuperare i caseggiati dismessi con un grande piano tra pubblico e privato. Da tempo diciamo agli amici del sindacato di misurarci assieme. Abbiamo chiuso il rinnovo dell’agricoltura in un momento nel quale altri settori non rinnova”.
Marco Omizzolo, sociologo e saggista, ha ricordato come “ci sono persone che stanno fuori dalla legalità, dalle maglie dello stato. La 199 continua a essere neutralizzata dalla vigenza della Bossi-Fini che ha impedito la bonifica di quelle fonti che alimentano lo sfruttamento e che ha fatto sì che la 199 potesse operare solo sulla forma investigativa. Il ghetto non è il frutto della volontà delle persone che non vogliono dialogare con noi ma il frutto di un sistema che non vuole che si integrino, che lavorino e basta, in silenzio e che a volte muoiano. Anche definanziare, come ha fatto questo governo, il sistema dell’accoglienza è un modo per dare campo libero al caporalato”. Il direttore generale dell’associazione Terra, Fabio Ciconte, ha sottolineato “la pervasività del caporalato che di fatto impedisce anche alle grandi aziende della trasformazione industriale che non vorrebbero avere a che fare con prodotti frutto dello sfruttamento e del sangue dei braccianti di non sapere fino in fondo come stanno veramente le cose. Immaginiamo la difficoltà di un consumatore nello scegliere un prodotto in modo consapevole. Inoltre la crisi climatica ha una ripercussione sul mondo del lavoro, che diviene un moltiplicatore dello sfruttamento”.
Per Chiara Gribaudo, deputata Pd e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, ha ribadito la necessità di “cancellare la Bossi-Fini e rivedere i decreti sicurezza. Bisogna ripartire dagli alloggi e dai trasporti. Le migrazioni, che sono ormai strutturale, non possono essere solo relegate alla gestione del ministero dell’Interno. Bisogna rafforzare gli organici di chi deve fare i controlli così come quella del Pnrr è stata un’occasione mancata. Bisogna prevedere fin subito, sempre nel rispetto delle condizioni di lavoro, l’accesso a contributi pubblici alle imprese che si iscrivono alla Rete del lavoro agricolo. Infine occorre una piattaforma pubblica che abbia tutti i dati di queste persone che lavorano nei campi da nord a sud”
Secondo il magistrato Bruno Giordano, già alla guida dell’Ispettorato nazionale del lavoro, “c’è un tema di responsabilità dell’intera filiera sul caporalato. Chi delinque ha già trovato gli strumenti per arginare i controlli. Buste paghe in regola, cooperative spurie e tutto questo lo fanno i colletti bianchi. A tutto questo si aggiunge il contesto criminogeno. Quindi pensare che il caporalato si riduca solo al rapporto lavoratore-datore è sbagliato. Il decreto flussi è un caporalato estorsivo legalizzato. Senza la lotta all’evasione non c’è lotta allo sfruttamento perché servono soldi contanti per pagare gli oltre 3 milioni di lavoratori a nero”. Il prefetto Iolanda Rolli, che è stata commissario straordinario del governo per l’area di Manfredonia e per il superamento dei ghetti e delle situazioni di grave marginalità abitativa e lavorativa nella Capitanata, ha ribadito come “il caporalato è una grande lavatrice di soldi sporchi, un fenomeno che si inserisce dentro altre dinamiche, evasione ed elusione fiscale, contributiva. Bisognerebbe pensare a un sistema nazionale di analisi dei rischi di sfruttamento, così come ipotizzare strumenti di tracciabilità digitale per rendere più trasparente l’organizzazione del lavoro, per intenderci un po’ come il badge di cantiere”.
Le conclusioni della giornata sono state affidate alla segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha riaffermato come “c’è ancora molto da fare: servono più risorse, occorre attivare ovunque le reti territoriali previste dalla legge e garantire una formazione specifica anche a chi deve svolgere le indagini. Serve inoltre introdurre un salario minimo, perché è un altro modo per affermare che non esistono lavoratori di serie A e di serie B, né lavoratori più ricattabili di altri”.
Tommaso Nutarelli

























