29 ottobre 2026: nella storia infinita dell’Ilva, ormai – da tempo – ex Ilva, questa è una data destinata a restare incisa come una delle più importanti. Giovedì 29 ottobre è stata la giornata in cui si è venuti a conoscenza della decisione assunta dalle Sezioni unite civili della Corte di Cassazione. Decisione con cui sono stati rigettati i ricorsi avversi al decreto con cui, nel luglio scorso, la Corte d’Appello di Milano aveva disposto la fermata dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto.
Tali ricorsi, come è noto, erano stati presentati da Ilva in Amministrazione straordinaria, e da Acciaierie d’Italia parimenti in As, ovvero dalle società che sono, rispettivamente, proprietaria e gestrice degli stabilimenti siderurgici del Gruppo.
E adesso, cosa succederà? La domanda è semplice, la risposta è complessa. E comunque, al momento, non conclusiva.
Vediamo, dunque. La prima conseguenza della decisione assunta dalla Cassazione è che si dovrà procedere allo spegnimento dell’unico altoforno ancora parzialmente in vita nello stabilimento di Taranto. Si tratta dell’altoforno numero 2, quello che, nel gergo dello stabilimento tarantino, viene comunemente chiamato come Afo 2. Dopo il decreto della Corte d’Appello milanese, e in attesa della pronuncia della Cassazione, tale altoforno era stato mantenuto in una situazione che, ricorrendo ancora al gergo siderurgico, viene definita di “preriscaldo”. Adesso, come detto, si passerà invece al suo spegnimento definitivo.
E poi? Beh, poi tante cose. Cominciando da quelle che, da un punto di vista temporale, si presentano come le più vicine.
I primi a parlare, ovviamente, sono stati i sindacati confederali dei metalmeccanici, ovvero Fim-Cisl, Fiom- Cgil e Uilm-Uil. I quali, con tre distinti comunicati, hanno sollecitato il Governo ad anticipare i tempi della prossima convocazione, a palazzo Chigi, del cosiddetto Tavolo ex-Ilva. Infatti, nel più recente incontro Governo-Sindacati, quello di martedì 27 ottobre, era stato steso un verbale che prevedeva la successiva convocazione del Tavolo entro metà novembre. Data che, adesso, appare troppo lontana.
Lo ha fatto rilevare, tra gli altri dirigenti sindacali, Samuele Lodi, che, per una singolarissima coincidenza di date, proprio ieri è stato eletto quale nuovo Segretario generale della Fiom in sostituzione di Michele De Palma, entrato, nei giorni scorsi, nella Segreteria confederale della Cgil.
Tornare a palazzo Chigi, dunque. Ma per dirsi cosa? Nell’incontro del 27 ottobre, il Governo – come specificato nel verbale – aveva “confermato il proprio impegno per dare continuità alla produzione di acciaio nell’ex Ilva e, in tale quadro, per dare prospettive industriali a tutti gli stabilimenti del gruppo, con DRI, forni elettrici e tutte le attività di laminazione a caldo e verticalizzazione a freddo, anche valutando la partecipazione pubblica”. “A questo punto – hanno dichiarato Ferdinando Uliano e Valerio D’Alò, rispettivamente Segretario generale e responsabile siderurgia della Fim-Cisl – resta per noi fondamentale la continuità produttiva, intesa su un ciclo di produzione di acciaio green.”
Molto preoccupata la reazione di Federmeccanica, l’associazione delle imprese metalmeccaniche aderenti a Confindustria. Simone Bettini, Presidente dell’associazione, ha affermato che “fermare l’area a caldo significa, di fatto, decretare la fine dello stabilimento” e che “ridurre Taranto alle sole lavorazioni a freddo vuol dire consegnare ai produttori stranieri una quota di mercato strategica per la nostra manifattura”. Infatti, ha sottolineato ancora Bettini, “l’Italia ha già un deficit commerciale di circa 7 milioni di tonnellate di laminati piani e oggi rischia di aggravare questa dipendenza”. Una dipendenza particolarmente grave visto che “il 63% delle imprese metalmeccaniche utilizza acciaio”.
Per Betttini, ciò che serve dunque adesso “è una risposta di sistema, un piano credibile per il futuro del sito e la salvaguardia dell’occupazione e delle aziende dell’indotto”. Conclusione: “Un Paese manifatturiero come il nostro non può rinunciare alla produzione di acciaio primario: sarebbe rinunciare a una parte della propria sovranità industriale”.
Imprese e sindacati, dunque, non si arrendono. Chiusa l’area a caldo del centro siderurgico tarantino, bisognerà pure fare qualcosa per recuperare la capacità di produrre acciaio in Italia. E ciò non solo a difesa dell’occupazione e dei diritti dei lavoratori della ex Ilva e delle imprese dell’indotto, ma nell’interesse della struttura industriale del nostro Paese. Come ha detto ancora Lodi, nel rapido incontro con i giornalisti che ha fatto seguito alla sua elezione, “stiamo rischiando di perdere non un’azienda, ma interi settori industriali”. Senza contare le ripercussioni sui livelli occupazionali, destinati a scendere di molto con la chiusura dell’area a caldo.
E il Governo? Ieri Palazzo Chigi ha diffuso una nota in cui, con un sottinteso intento polemico, si sottolinea che la pronuncia della Cassazione “disattende le motivate conclusioni della Procura generale della stessa Cassazione”. Una frase per addetti ai lavori, e che pare alludere a quanto era già trapelato in una voce che si era sparsa nei giorni scorsi, voce secondo cui la citata Procura generale non avrebbe dato una valutazione di consenso rispetto a quanto sostenuto in precedenza dalla Corte milanese. Se questa opinione fosse stata accolta, la decisione poi assunta da parte della Corte di Cassazione avrebbe forse potuto essere diversa.
Ma, ormai, le cose sono come sono. Nella nota dell’Esecutivo si afferma quindi che “il Governo non può che prendere atto della pronuncia della Cassazione su ex Ilva” e che dunque “lo stesso Governo non si sottrarrà all’esercizio delle proprie responsabilità”, così “come ha fatto finora”, ovvero “come confermato dal decreto-legge entrato in vigore qualche giorno fa e come ribadito nell’incontro con i sindacati svolto a Palazzo Chigi martedì scorso”. Conclusione della nota: “E’ evidente che” la sentenza della Cassazione, “il cui contenuto va approfondito, complica ulteriormente un percorso che è stato sempre più difficile e costellato da ogni tipo di ostacoli”.
Fernando Liuzzi























