Il sistema elettorale proposto e imposto da Giorgia Meloni ha, tra le tante, una conseguenza particolarmente curiosa. Anzi, stravagante, se non addirittura paradossale. Per vincere, destra e sinistra hanno bisogno dei moderati, hanno assoluta necessità di saldare un’alleanza con i partiti di Centro. La ragione è aritmetica: con una soglia fissata al 42%, per poter incassare il premio di maggioranza, ogni singolo voto è indispensabile per puntare alla vittoria.
Eppure, in questo schema di bipolarismo trasformatosi ormai in bi-populismo, sia Meloni che Elly Schlein e Giuseppe Conte stanno improntando la propria campagna elettorale cavalcando proposte radicali. Ricette mille miglia lontane da quelle sostenute dai moderati e dai riformisti. È convinzione comune, infatti, che per ammaliare gli elettori, spingerli alle urne, la destra debba fare la destra. Senza se e senza ma. Anche perché Giorgia deve rintuzzare la concorrenza del leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci. E la sinistra debba fare la sinistra: vie intermedie, come quelle scelte dai socialisti francesi o dalla Spd tedesca, si sono dimostrate perdenti. Zohran Mamdani ha espugnato New York con proposte radicali e decisamente di sinistra e la stessa linea sta premiando in Gran Bretagna il leader radical laburista Andy Burnham. “Chi volesse ancorare il Pd alla bandiera della cultura di governo, al riformismo, lo condannerebbe alla sconfitta”, dice uno stretto collaboratore di Schlein a Il Diario. La spiegazione: “Ai tempi del populismo bisogna scaldare i cuori, far sognare la gente, altrimenti i voti non si prendono…”.
Ma se è indispensabile conquistare i consensi dei “tifosi”, è altrettanto indispensabile (si diceva) incassare i voti di chi sta in mezzo. Da qui, da queste “analisi strategiche”, sia a destra che a sinistra è partita la caccia al moderato. E i moderati, nonostante annusino la puzza di bruciato del radicalismo, pur di strappare qualche poltrona nel futuro Parlamento o nel possibile governo, non si sottraggono al corteggiamento.
Ciò che sta accadendo nel centrodestra è emblematico. Dopo aver imbarcato il siciliano Cateno De Luca e il suo “Sud chiama Nord”, Meloni vuole arruolare altri centristi. Forza Italia infatti langue intorno all’8% e “Noi moderati” di Maurizio Lupi (alleato storico) continua a vivacchiare nei sondaggi tra l’1% e l,5%. Troppo poco. Così la premier prima ha pensato di lanciare una lista civica guidata dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, formata da sindaci e amministratori locali di destra. Poi, compresi i rischi e la complessità dell’operazione (la lista avrebbe succhiato voti a Forza Italia e anche a Fratelli d’Italia), Giorgia ha abbassato l’asticella. E ha dato incarico al suo (ex) cognato Francesco Lollobrigida di esplorare la pista che può portare ad altre alleanze con l’arcipelago centrista che pende a destra.
Il ministro dell’Agricoltura, in veste di plenipotenziario tessitore di accordi elettorali, ha fissato nella settimana entrante un incontro con Marco Montecchi, segretario di “Valore liberale” fondato da Vittorio Sgarbi. E ha intenzione di provare a portare dalla sua anche l’ex renziano ed ex Pd Luigi Marattin, l’ideatore del Partito liberaldemocratico. Poi, nella rete di Lollobrigida dovrebbero finire l’Udc dell’intramontabile Lorenzo Cesa e quel che resta del Partito repubblicano italiano. Il condizionale è legato soltanto al numero di poltrone che saprà promettere l’ex cognato di Giorgia. Una costellazione di partitini talmente piccoli da non essere quotati neppure nei sondaggi, però Meloni confida che federati tutti assieme, o sparpagliati, le possano permettere di superare il centrosinistra. E di raggiungere l’agognata soglia del 42%, grazie alla quale incasserebbe una maggioranza assoluta sia alla Camera, sia al Senato. Con il conseguente bis a palazzo Chigi, con vista sul Quirinale nel 2029.
La situazione nel centrosinistra è leggermente diversa. Schlein non sta raschiando il fondo del barile, né sta riesumando sigle di partiti (Pli, Pri, Psdi…) che hanno fatto la storia della Prima Repubblica. L’obiettivo della segretaria dem, convinta di battere Conte nella partita delle primarie, è creare una “gamba moderata” del Campo largo. Con due problemi. Il primo: il capo 5Stelle non vuole Matteo Renzi e i suoi candidati nel listino di maggioranza da cui verranno pescati (in caso di vittoria) 70 deputati e 35 senatori. E l’ex rottamatore, naturalmente, non ci sta.
Il secondo problema di Elly: la “gamba moderata”, al momento, non esiste. I centristi sono lacerati tra loro. Matteo Renzi, con Italia viva e Casa riformista (le sue creature) vorrebbe fare il “federatore”, ma nessuno vuole essere federato dall’ex premier. L’assessore romano Alessandro Onorato, con la benedizione di Conte e del dem Goffredo Bettini, invece vorrebbe unirsi con i socialisti di Enzo Maraio per non avere nulla a che fare con Renzi. Così l’unico a tentare davvero la strada dell’unità al Centro, predicando “calma e comprensione reciproca”, è Ernesto Maria Ruffini con il suo “Più Uno”.
L’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, che ha arruolato l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli e ha scelto come consigliere Bruno Tabacci, sta trattando con Riccardo Magi di +Europa e con Vincenzo Spadafora leader di “Primavera”. E, allo stesso tempo, ha lanciato segnali di pace a Renzi e perfino a Onorato: “Serve unità, andando divisi finiremo per non contare nulla”. Ruffini, in più, sta lavorando a una vera e propria costituente di un partito “radicalmente riformista”. Ma anche lui ha grosso un problema: rischiare di finire, in caso di vittoria, a fare il portatore d’acqua di Schlein e delle sue politiche di sinistra. Esattamente lo stesso destino che a destra attende Lupi, De Luca e centristi vari: portatori di voti e di acqua di Meloni.
Alberto Gentili

























