Una manovra da appena 26 miliardi, l’ultima della legislatura Meloni, di cui circa 14 miliardi finanziati in deficit per la difesa e la sicurezza energetica, UE permettendo. La coperta è corta e allora bisogna rivedere, ritoccare, fare cassa. Stavolta – ancora una volta – tocca a previdenza e scuola. Anziani – sempre di più – e giovani – sempre di meno.
Per i primi, è stata messa a punto una revisione del meccanismo di rivalutazione delle pensioni fortemente penalizzante per i trattamenti medio-alti (che, con un costo della vita così elevato, non possono essere di certo definiti ricchi): dal 2027, per gli assegni superiori a quattro volte il trattamento minimo, il recupero dell’inflazione non sarà più calcolato per scaglioni, ma per fasce d’importo, con percentuali ridotte applicate all’intera pensione e non soltanto alla quota eccedente le soglie. Una stretta che, secondo la relazione tecnica, produrrà risparmi per 1,476 miliardi lordi l’anno nel primo triennio.
I giovani, invece, che pure sono stati “premiati” – non «quelli che spaccano le vetrine e poi vengono strumentalizzati, ma a quelli che vogliono affermarsi nella vita» – con una detassazione all’1% degli incrementi retributivi fino a 2.500 euro – ma solo per gli under 30 con un reddito da lavoro dipendente fino a 28mila euro e sulle somme aggiuntive riconosciute dal datore di lavoro – sono colpiti indirettamente da un’ulteriore riduzione del personale docente e Ata della scuola pubblica a partire dall’anno scolastico 2027/2028. Un taglio di 6.974 posti che si somma a quello già disposto dalla precedente manovra, portando a 14.808 il totale delle riduzioni programmate nell’arco di tre anni scolastici. Il solo nuovo intervento, secondo la relazione tecnica, garantirà risparmi per 83,9 milioni di euro nel 2027 e per 251,7 milioni annui a partire dal 2028. E questo mentre le mobilitazioni studentesche, partite dalla Francia e arrivate anche in Italia, riportano nelle piazze la richiesta di un diritto allo studio equo e, soprattutto, realmente esigibile. Forse è questo quello che intendevano con “patto generazionale”, in cui la classe docente e tecnico-amministrativa fa un po’ da ponte tra i due tagli.
Nel dettaglio, la manovra bollinata dalla Ragioneria e attualmente all’esame del Parlamento prevede 4.925 posti in meno nell’organico dell’autonomia dei docenti e altri 2.049 nelle dotazioni organiche del personale Ata. I numeri, come detto, si sommano a quelli stabiliti dalla legge 30 dicembre 2024, n. 207, che aveva già disposto la riduzione di 5.660 posti dell’organico dell’autonomia a partire dal 2025/2026 e di 2.174 posti Ata dal 2026/2027.
Chi sarà colpito dalla sforbiciata è ancora da decidere. La legge di Bilancio 2025, con una circolare del ministero dell’Economia aveva chiarito che il taglio dei 5.660 posti riguardava i posti comuni e quelli di potenziamento, escludendo il sostegno – che, invece, aveva visto un incremento di 2.000 posti. La nuova riduzione di 4.925 posti, invece, è formulata con riferimento all’intero organico dell’autonomia e il testo al vaglio non specifica su quali sue componenti ricadrà. Inoltre, il disegno di legge non indica ancora quali profili, ordini scolastici, classi di concorso o territori saranno interessati dalla nuova riduzione. Saranno dunque i successivi provvedimenti di definizione degli organici a tradurre il dato nazionale nella distribuzione concreta dei posti. Di certo resta che i 14.808 tagli complessivi non corrispondono ad altrettanti licenziamenti: le misure, infatti, incidono sulle dotazioni organiche e quindi sul numero di posti disponibili nel sistema scolastico. La conseguenza potrà essere una minore disponibilità di posti per le immissioni in ruolo, per le stabilizzazioni e per il conferimento delle supplenze.
La riduzione viene inserita dall’esecutivo in un quadro segnato di persistente calo demografico e dalla conseguente contrazione della popolazione scolastica. Un dato ormai strutturale, dunque, con cui il sistema scolastico deve fare i conti. Nei numeri, secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, nuovo minimo storico, mentre le nascite, 355.772, sono diminuite del 3,8% rispetto all’anno precedente. Secondo un’analisi dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, tra l’anno scolastico 2015/2016 e il 2024/2025 gli iscritti nelle scuole statali sono passati da 7,7 a 6,9 milioni (-10%). Nello stesso periodo, però, il numero degli insegnanti è cresciuto del 16%, da 834mila a 969mila: un incremento determinato interamente dall’aumento dei docenti di sostegno e dei precari. Le proiezioni al 2036 indicano un’ulteriore contrazione degli iscritti, che potrebbe arrivare al 25% nella scuola secondaria di primo grado e al 13% nell’infanzia.
La misura ha acceso il dibattito politico e sindacale, destinato a inasprirsi ulteriormente. Per la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, da parte del governo sarebbe in atto una vera e propria strumentalizzazione dei dati demografici, che non dovrebbero diventare un alibi per ridurre il personale, ma piuttosto un’occasione per migliorare la qualità dell’istruzione, aumentare il tempo scuola, ridurre il numero degli alunni per classe e garantire una rete scolastica adeguata. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, giudica la manovra «oltre le peggiori aspettative», accusando l’esecutivo di muoversi come se vivesse «su un altro pianeta» e dando ulteriore ragione alle motivazioni dello sciopero generale indetto dalla confederazione per il prossimo 20 novembre.
Ma se sulla motivazioni della mobilitazione (e non solo) le strade divergono, sul punto le opinioni di Cgil, Cisl e Uil convergono. La segretaria generale Daniela Fumarola ha chiesto il ritiro della misura, sostenendo che, di fronte al disagio delle nuove generazioni, alle povertà educative e alle difficoltà del lavoro scolastico, servono investimenti e personale, non nuovi tagli. Sulla stessa linea la Uil: il segretario generale PierPaolo Bombardieri e quello della Uil Scuola, Giuseppe D’Aprile, chiedono al governo e al Parlamento di cancellare la riduzione, avvertendo che la denatalità non può diventare un pretesto per diminuire il personale. Anche l’Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori-Anief ha contestato la misura, chiedendo maggiore trasparenza sui criteri di distribuzione dei tagli e garanzie per il sostegno, l’inclusione e la personalizzazione degli apprendimenti.
Le critiche, naturalmente, arrivano anche dalle opposizioni. Il Movimento 5 Stelle parla di una «vergogna assoluta», mentre il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, mette in relazione la protesta degli studenti con la risposta del governo, che programma migliaia di posti in meno nella scuola pubblica. Il vicepresidente della Camera Sergio Costa contesta inoltre il livello della spesa italiana per istruzione rispetto agli altri Paesi europei.
La questione solleva perplessità anche nella stessa maggioranza. Il vicepremier e ministro del trasporti Matteo Salvini, pur difendendo il ministro leghista dell’Istruzione Giuseppe Valditara – che avrebbe «fatto miracoli in questi quattro anni» -, non ha chiuso alla possibilità di modifiche durante l’esame parlamentare. «Il Parlamento è lì apposta», ha detto Salvini, e può certamente intervenire per migliorare alcuni aspetti della manovra.
La riduzione degli organici ad atto della denatalità richiama un più ampio processo di ridimensionamento e ridisegno della rete scolastica messo in atto dall’esecutivo in questi quattro anni e spicci di legislatura. Innanzitutto il cosiddetto dimensionamento scolastico, infatti, legato anche agli obiettivi del Pnrr e alla diminuzione degli iscritti, comporta l’accorpamento di istituzioni scolastiche autonome. Secondo i dati richiamati dalla Flc Cgil, si passerà dalle 8.136 istituzioni del 2022/2023 alle 7.389 previste per il 2026/2027: 747 autonomie in meno. Nella pratica, si tratterebbe della fusione di più istituti in realtà amministrativamente più grandi, con conseguenze sull’organizzazione e sul lavoro di dirigenti e direttori dei servizi generali e amministrativi. Un processo che concorre a ridisegnare l’assetto della scuola pubblica e che difficilmente può tenersi distinto dai tagli in corso d’opera.
Il governo, poi, è intervenuto anche sulla composizione delle classi in contesti multiculturali, scatenando l’ennesimo battage politico e proteste di piazza. Il decreto-legge n. 170 del 30 settembre 2026 ha introdotto, a partire dall’anno scolastico 2027/2028, un limite del 30% per gli alunni con cittadinanza non italiana in ciascuna classe prima della primaria e della secondaria, ma non indistintamente per tutti gli studenti stranieri. Per la primaria il limite riguarda gli alunni non nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; per le scuole medie e superiori, gli studenti che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni del sistema nazionale di istruzione. In caso di difficoltà nel rispettare la soglia, gli uffici scolastici territoriali possono redistribuire gli alunni tra istituti vicini, tenendo conto della prossimità e delle esigenze familiari.
La stessa norma prevede un fondo per attività extracurricolari finalizzate al potenziamento delle competenze linguistiche di base in italiano: 3,4 milioni di euro nel 2027 e oltre 14,1 milioni annui dal 2028, destinati alle scuole che non riescano a rispettare i limiti nemmeno dopo la redistribuzione degli alunni. Le attività potranno essere realizzate anche in collaborazione con i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti e con gli enti del terzo settore. Non si tratta, però, di un piano che preveda automaticamente nuove assunzioni di docenti: le risorse finanziano attività aggiuntive. Resta il nodo di come garantire il necessario supporto linguistico in classi e istituti che richiedono interventi di inclusione più intensi, mentre la manovra programma una riduzione degli organici.
Un piano più ampio e generalizzato, dunque, che parrebbe ignorare il diffuso malessere giovanile che ha portato in piazza migliaia di studenti in questo autunno caldo di mobilitazione diffusa che ha visto al centro temi come il caro studio, il costo dei trasporti e dei libri, la crisi abitativa per gli universitari, le condizioni degli edifici e la richiesta di maggiori investimenti nell’istruzione pubblica. A rendere ancora più evidente il contrasto è la presenza, nella stessa manovra, della proroga del contributo fino a 1.500 euro per le famiglie con figli che frequentano determinate classi delle scuole paritarie, per una spesa complessiva di 20 milioni. Un’ulteriore dimostrazione, per lle organizzazioni studentesche, che il governo penalizzi scientificamente la scuola pubblica mentre destina risorse al sostegno delle paritarie.
Nella manovra, però, la scuola non è presente solo in ragione dei tagli: sono previsti anche investimenti, ma concentrati prevalentemente sull’efficientamento energetico degli edifici, con 650 milioni di euro nel triennio 2028-2030. Vale la pena ricordare che il 2027 sarà il primo anno del bilancio successivo alla conclusione del ciclo di attuazione del Pnrr, che negli ultimi anni ha rappresentato una fonte straordinaria di finanziamento per l’istruzione. Restano fondi già assegnati da spendere e progetti da completare, ma si pone il problema della continuità degli investimenti una volta esaurita la fase straordinaria del Piano. Un interrogativo che si aggiunge a quello, ancora più immediato, sulla capacità della scuola pubblica di garantire qualità dell’offerta formativa e inclusione mentre si riducono progressivamente le sue dotazioni di personale.
Elettra Raffaela Melucci






















