Maurizio Landini ha proclamato uno sciopero generale per il 20 novembre e subito si sono innescate le polemiche. Non eccessive, in verità, ma quanto basta per rendere necessario chiarire cosa sta accadendo e inquadrare in una giusta luce le ragioni dello sciopero. Occorre partire dal 17 ottobre, quando le città italiane sono invase dalle proteste di una marea di giovani e giovanissimi, interessati per lo più a fare casino, senza ideologie e soprattutto senza obiettivi mirati. La violenza, le devastazioni, i saccheggi sembrano farla da padrona, ma a Roma si svolge invece una manifestazione della Cgil, anche piuttosto imponente, centomila persone, senza che si verifichi alcun incidente. E questo non solo per merito del servizio d’ordine della confederazione, vecchia tradizione sempre necessaria, ma anche perché Landini parla proprio a loro, ai giovani: condanna senza se e senza ma le violenze, i saccheggi, solidarizza con le forze dell’ordine, e contemporaneamente lancia un messaggio di speranza. È in questo contesto che proclama lo sciopero per il 20 novembre. Non è una data scelta a caso: in quel giorno è già indetto uno sciopero internazionale dei giovani di tutta Europa, sono in programma grandi manifestazioni studentesche in molte città. E l’obiettivo della confederazione sono proprio loro, i giovani: Landini vuole dare spazio alle loro legittime aspettative di vita, facendo in modo che cresca, proprio in queste nuove generazioni, il desiderio di un cambiamento. Qualcuno ha accusato la Cgil di voler strumentalizzare la protesta giovanile, ma qui c’è qualcosa di più e, soprattutto, qualcosa che viene da lontano.
Per capire cosa sta accadendo nel nostro paese occorre tornare alla primavera del 2025, quando si votò per i cinque referendum della Cgil sul lavoro e la cittadinanza. Quella prova fallì, perché non fu raggiunto il quorum, ma andarono a votare 14 milioni di persone e tra queste moltissimi giovani, ben 5 milioni, che avevano capito l’obiettivo del sindacato, attivare il risveglio democratico.
Un anno dopo ebbe luogo il referendum costituzionale sulla giustizia, sul quale, di nuovo, la Cgil, che si era impegnata a fondo. Non era previsto un quorum e il governo Meloni incontrò la prima grande sconfitta. Anche allora votarono 14 milioni di persone, molte delle quali giovani e giovanissime. La coincidenza delle cifre non è casuale, i giovani avevano, nuovamente, capito la posta in gioco e non avevano esitato a schierarsi.
Landini disse che proprio questo, il risveglio democratico, era l’obiettivo primario. Si decise che la confederazione si sarebbe battuta per allargare la partecipazione al voto e per diffondere la speranza di un’inversione di tendenza. Non solo a parole, ma in modo assai concreto, la Cgil attuò una revisione della dislocazione delle proprie risorse finanziarie e umane, per cui ebbero di più le strutture orizzontali, camere del lavoro e strutture regionali, a scapito delle categorie. L’impegno era quello di realizzare una forte azione soprattutto nei territori.
Tornando alle proteste per la decisione della Cgil di andare a un nuovo sciopero generale a novembre, come abbiamo detto, non sono state eccessive, ma ha colpito molto quella della Cisl. Il consiglio generale della confederazione di Daniela Fumarola ha bocciato senza troppe parole la scelta della confederazione cugina. “Rispettiamo la decisione presa – affermava un comunicato della confederazione- ma non la condividiamo”, perché lo sciopero generale “dovrebbe essere l’ultima soluzione possibile, non la prima”.
Una presa di posizione ferma, ma non di rottura. Lo stesso comunicato della Cisl precisa infatti che “la linea di via Po resta quella di mantenere aperta la possibilità di un’azione comune con le altre confederazioni sui contenuti, sulle piattaforme e sulle vertenze”. E poco oltre afferma che “resta decisivo il confronto con le associazioni datoriali sulla rappresentanza e sugli assetti contrattuali per rafforzare salari, partecipazione, formazione, sicurezza e contrattazione decentrata”. Se dunque la Cisl boccia la decisione, più “politica”, di protesta verso il governo e prosegue sulla strada dell’interlocuzione con l’esecutivo, nello stesso tempo vuole mantenere solidi i rapporti con gli altri sindacati quando si deve contrattare: che siano i rinnovi contrattuali o i salvataggi di aziende in crisi, oppure, e soprattutto, quando si tratta di tenere in vita il confronto con le associazioni datoriali per le nuove regole di contrattazione e rappresentanza. È questo il fulcro dell’attenzione della Cisl e in questo trova del tutto concorde la Cgil, come anche la Uil. L’unità sindacale, quella del fare, tiene duro.
Massimo Mascini






















