Lo tsunami blu travolge gli Stati Uniti alle elezioni di metà mandato, segnando una sonora sconfitta per il presidente Donald Trump. I democratici conquistano il controllo di entrambe le Camere del Congresso, strappando ai repubblicani seggi anche in Stati considerati solidamente conservatori, dal Texas al Kansas, mentre hanno consolidato la propria presenza in Michigan e in altri territori decisivi. Si tratta di un risultato che va oltre la tradizionale perdita di consensi che colpisce il partito alla Casa Bianca, su cui pensano soprattutto il costo della vita, le preoccupazioni economiche e il giudizio sulla gestione dell’amministrazione, insieme alla crescente insofferenza verso alcune delle scelte della Casa Bianca, come l’appoggio incondizionato all’Israele di Benjamin Netanyahu.
La conquista del Senato è stata resa possibile dalla vittoria democratica in almeno sette Stati precedentemente rappresentati da senatori repubblicani: Kansas, Iowa, Texas, Ohio, Maine, North Carolina e South Carolina. A queste si aggiungono la conferma del democratico Jon Ossoff in Georgia e la tenuta del seggio in Michigan. Alla Camera i democratici hanno conquistato oltre due dozzine di distretti, compresi territori nei quali Trump aveva vinto con margini a doppia cifra nel 2024. Le proiezioni attribuiscono loro il controllo anche della Camera, dove il partito repubblicano aveva mantenuto la maggioranza per tutta la prima parte del secondo mandato presidenziale. Il nuovo equilibrio entrerà in vigore con l’insediamento del Congresso, il 3 gennaio 2027.
Per Trump si apre una seconda parte del mandato molto diversa dalla prima: i democratici potranno frenare l’approvazione dei provvedimenti legislativi della Casa Bianca, bloccare le nomine presidenziali attraverso il Senato e avviare indagini sull’operato dell’amministrazione. Alla Camera il nuovo leader democratico Hakeem Jeffries è destinato, se confermato dai colleghi, a diventare il primo afroamericano a ricoprire la carica di speaker. Il presidente manterrà comunque il potere di veto, come ampiamente minacciato durante la campagna elettorale pubblicando l’immagine di un cappellino rosso con la scritta «Veto», con il rischio di una fase di forte conflittualità e paralisi legislativa.
Tra i risultati più significativi c’è quello del Michigan, dove il democratico Abdul El-Sayed ha conquistato il seggio al Senato battendo il repubblicano Mike Rogers, ex deputato. Ex responsabile della sanità pubblica, El-Sayed diventerà il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti. Nello stesso Stato la democratica Jocelyn Benson, attuale segretaria di Stato del Michigan, ha vinto la corsa per la successione alla governatrice Gretchen Whitmer, superando il repubblicano John James.
Ancora più clamoroso il risultato del Texas, dove il democratico James Talarico ha sconfitto il repubblicano Ken Paxton, procuratore generale dello Stato e candidato sostenuto da Trump. Talarico, rappresentante statale, diventa il primo democratico eletto al Senato in Texas dal 1988. La vittoria assume un significato ancora maggiore se letta insieme a quella di Gina Hinojosa, che ha battuto il governatore uscente Greg Abbott. Anche in questo caso si tratta di un risultato storico: Hinojosa sarà la prima governatrice latina del Texas e la prima donna a guidare lo Stato dopo Ann Richards, che lasciò la carica nel 1995. I democratici tornano inoltre alla guida del governo texano dopo oltre trent’anni.
In Kansas, altro Stato tradizionalmente repubblicano, Adam Hamilton ha sconfitto il senatore uscente Roger Marshall, interrompendo una serie che durava dal 1932: da 94 anni il Kansas non eleggeva un democratico al Senato federale. Un risultato che secondo le rilevazioni dell’Associated Press è stato sostenuto in particolare dagli elettori più giovani e moderati: Hamilton ha ottenuto il sostegno di circa otto elettori su dieci tra gli under 30 e di sette moderati su dieci.
Le vittorie democratiche si sono estese anche ad altri Stati. In Iowa Josh Turek ha sconfitto la repubblicana Ashley Hinson, conquistando il seggio lasciato libero dalla senatrice uscente Joni Ernst. In Ohio l’ex senatore democratico Sherrod Brown ha battuto il repubblicano Jon Husted, tornando a Washington. In Maine Troy Jackson ha sconfitto la senatrice repubblicana Susan Collins, al termine di una carriera parlamentare durata quasi trent’anni. In North Carolina l’ex governatore democratico Roy Cooper ha superato Michael Whatley, candidato sostenuto da Trump, mentre in South Carolina Annie Andrews ha battuto la senatrice repubblicana Darline Graham. In New Hampshire Chris Pappas ha conquistato il seggio senatoriale diventando il primo uomo dichiaratamente omosessuale eletto al Senato. In Minnesota Peggy Flanagan ha vinto la corsa senatoriale contro la repubblicana Michele Tafoya.
Risultati storici anche sul fronte della rappresentanza femminile. In Georgia Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta, diventa la prima donna afroamericana eletta governatrice nella storia degli Stati Uniti, riportando inoltre i democratici alla guida dello Stato dopo quasi trent’anni. In New Mexico Deb Haaland sarà la prima donna indigena a governare uno Stato americano. In Texas la vittoria di Hinojosa segna una doppia prima volta, per la presenza femminile e per la rappresentanza latina. In Ohio Amy Acton diventa la prima donna eletta governatrice, mentre in Minnesota Amy Klobuchar sarà la prima donna a guidare lo Stato.
Al Senato Peggy Flanagan segna una svolta diventando la prima donna nativa americana a ricoprire la carica. A lei si aggiunge Juliana Stratton, democratica dell’Illinois, la cui elezione porta per la prima volta a tre il numero delle donne afroamericane contemporaneamente presenti al Senato, insieme a Lisa Blunt Rochester e Angela Alsobrooks. Anche sul fronte repubblicano si registra una novità: Julia Letlow è la prima donna repubblicana eletta al Senato dalla Louisiana.
Tra le ragioni della sconfitta repubblicana, il tema dominante è stato l’economia interna. Secondo le rilevazioni SSRS diffuse da Reuters, quasi nove elettori su dieci hanno indicato il costo della vita come un fattore importante o decisivo nella scelta del voto. Quasi due terzi hanno attribuito direttamente a Trump la responsabilità dell’aumento dei prezzi, mentre tre quarti si sono dichiarati arrabbiati o insoddisfatti della direzione presa dal Paese. Le preoccupazioni riguardano soprattutto il prezzo della benzina, della spesa alimentare e delle bollette, temi cardini su cui Trump aveva costruito una parte importante della sua campagna per il ritorno alla Casa Bianca nel 2024.
A complicare il quadro è stata la guerra con l’Iran, ormai entrata nell’ottavo mese, e l’impatto delle politiche tariffarie dell’amministrazione. Il conflitto non è stato il primo tema per gli elettori, ma ha alimentato la percezione di una situazione economica peggiorata. Si aggiunge il tema della corruzione: secondo i sondaggi all’uscita, circa nove elettori su dieci la considerano un fattore rilevante per il proprio voto e sei su dieci ritengono che Trump anteponga i propri interessi personali a quelli del Paese.
Altro elemento di crescente impopolarità è stato il sostegno politico e militare che Trump ha continuato a garantire al governo di Benjamin Netanyahu. La guerra a Gaza e la stretta alleanza tra il presidente americano e il premier israeliano hanno contribuito ad allargare la distanza tra l’amministrazione repubblicana e una parte significativa dell’elettorato, soprattutto tra i giovani e nell’area progressista e democratica. Secondo un’indagine del Chicago Council on Global Affairs, il 56% degli americani è favorevole a ridurre o interrompere gli aiuti militari a Israele; la quota sale al 72% tra gli elettori democratici e al 64% tra gli indipendenti.
In questo quadro, il gradimento del presidente è crollato al 38% nelle rilevazioni CBS diffuse durante la notte, il livello più basso registrato per un presidente in occasione di elezioni di metà mandato. Circa sei elettori su dieci hanno dichiarato che Trump ha rappresentato un fattore nella scelta del candidato alla Camera, anche se il presidente ha sostenuto che i repubblicani hanno perso perché lui non era direttamente sulla scheda elettorale.
Tuttavia, le prime reazioni di Trump sono state caratterizzate da un lato il riconoscimento della vittoria avversaria, dall’altro il tentativo di sottrarsi alla responsabilità politica del risultato. In una telefonata con la corrispondente della Casa Bianca di CBS News, Weijia Jiang, Trump si è congratulato con i democratici, dichiarando di voler lavorare con loro «per il bene del Paese», ricordando comunque di avere il potere di veto e sostenuto che saranno gli stessi democratici a dover trovare un accordo con la Casa Bianca.
Sul piano politico, il presidente ha escluso che il risultato rappresenti una bocciatura della sua amministrazione, attribuendo piuttosto le sconfitte alla qualità dei candidati e alla scarsa mobilitazione della base. Per questo, nell’intervista a Fox News ha ribadito di non considerare il risultato una sconfitta personale, rivendicando quelli che ha definito i due migliori anni della storia della presidenza. Sui social ha invece attaccato i sondaggi di Fox News, accusandoli di essere ostili alla sua amministrazione.



























