impianti di refrigerazione, il punto di accesso attraverso il i quali gli hacker hanno violato la catena del freddo. A dirlo è Giovanni Arena, responsabile di Federdistribuzione per la Sicilia. A essere colpite circa una ventina di punti vendita tra Catania, Ragusa e Palermo. E se in Italia le conseguenze sono state circoscritte, con Palazzo Chigi che, tramite una nota, ha precisa che “non sussiste alcun allarme, ma permane la massima attenzione da parte di tutti i soggetti istituzionali competenti”, in altri paesi europei gli attacchi hanno avuto risvolti più significativi. Ne abbiamo parlato con Donatella Prampolini, titolare di una catena di supermercati e vice presidente di Confcommercio.
Prampolini come dobbiamo leggere questo allarme?
È un campanello d’allarme importante che ci deve far riflettere. Fortunatamente in Italia i rischi e i danni sono stati contenuti, tranne che per alcuni attacchi in Sicilia. Ma quello che è accaduto non può essere sottovalutato perché le perdite economiche possono essere potenzialmente devastanti per gli esercizi commerciali, in un momento come questo di alta inflazione e difficoltà economica.
Qual è il livello dell’innovazione tecnologica nella grande distribuzione?
Siamo un settore dove da tempo l’innovazione tecnologica è entrata nel lavoro quotidiano e la sua presenza ha sostanzialmente due scopi: accrescere la visibilità del prodotto e, il più importante, ridurre i costi e accrescere l’efficienza. Ovviamente nei grandi gruppi della distribuzione organizzata che controllano decine se non anche centinaia di punti vendita la cosa è ancora più evidente. In queste realtà l’impiego dell’intelligenza artificiale per controllare da remoto la catena del freddo, affidandosi a società esterne, è ormai una prassi consolidata. E infatti sono stati proprio loro i bersagli degli attacchi hacker.
Quindi è meglio essere piccoli?
Guardi l’innovazione è ormai diffusa anche negli esercizi più piccoli, come i supermercati di quartieri o le botteghe. In quanto presidente della Fida, la Federazione italiana dei dettaglianti dell’alimentazione che fa sempre parte di Confcommercio, posso dire che la tecnologia non è una qualcosa di estraneo. Ormai non si trovano più esercizi con delle infrastrutture di 20 o 30 anni fa, ma sicuramente con un livello diverso. In un negozio di dimensioni medio-piccole se c’è un’anomalia al reparto frigo l’allarme arriva direttamente al titolare e ai dipendenti, senza magari passare per una società esterna. E questo riduce l’interdipendenza e forse può garantire non dico una maggiore sicurezza ma una minore esposizione. Ma il punto su cui intervenire subito è un altro.
Quale?
La cultura della sicurezza. Per molto tempo abbiamo unicamente preso i benefici della tecnologia, che indubbiamente ci sono, senza pensare che questo richiedesse una maggiore consapevolezza. Banalmente non ci possono essere ancora password scritte su dei post-it attaccati ai pc o come chiave di accesso al sistema usare la data di nascita del figlio.
Che cosa serve dunque?
Serve formazione, ma formazione vera e qualificata, incentrate sulle competenze connesse alla cybersicurezza, e che le imprese non devono espletare solo come un onere ma come un vero momento di accrescimento professionale. E guardi questo non è un tallone d’Achille che interesse solo i piccoli ma tutti, come abbiamo visto da questi attacchi.
Il mondo dell’associazionismo come può aiutare le imprese?
Confcommercio è da tempo impegnato sulla formazione per i propri associati ma direi che le parti sociali tutte possono accompagnare imprese e lavoratori nel governare la trasformazione tecnologica e non subirla.
























