L’Italia ha attraversato le crisi degli ultimi anni crescendo più di Germania e Francia. Tra il 2019 e il 2025 il prodotto interno lordo è aumentato in media dell’1% l’anno, contro la crescita nulla della Germania e lo 0,8% di Francia e Regno Unito. Eppure, a questa performance non ha corrisposto un miglioramento della produttività: nello stesso periodo il valore prodotto per ora lavorata è diminuito in media dello 0,3% all’anno. È il paradosso al centro del Rapporto annuale sulla produttività 2026 del Cnel, che restituisce l’immagine di un’economia capace di creare occupazione e di rafforzare alcune delle proprie risorse, ma ancora in difficoltà nel trasformare questi progressi in maggiore efficienza.
La crescita si accompagna infatti a un’occupazione ai massimi storici, a un aumento delle competenze, a un capitale sempre più digitale e immateriale e a esportazioni che guadagnano in qualità. La produttività, però, non tiene il passo. Una contraddizione che il rapporto invita a leggere anche alla luce dei limiti degli indicatori statistici: le misure registrano il valore di ciò che viene prodotto, non le quantità, faticano a distinguere gli aumenti di prezzo dai miglioramenti qualitativi e colgono solo in parte il contributo dei servizi e degli investimenti immateriali.
Il calo della produttività italiana si confronta con una crescita media dello 0,5% nell’Unione europea a 27 Paesi. Si è concentrato soprattutto nel 2023 e nel 2024, quando le ore lavorate sono aumentate rispettivamente del 3,1% e del 2,2%, mentre la produttività del lavoro è scesa del 2,2% e dell’1,4%. Nel 2025, con una crescita delle ore più contenuta (+1,1%), la flessione si è ridotta: secondo i dati Ocse, riferiti all’intera economia, è stata dello 0,6%; per l’Istat, nell’economia di mercato, dello 0,4%.
La dinamica recente è stata dunque prevalentemente estensiva, sostenuta dall’aumento delle ore lavorate più che da un incremento del valore prodotto per ciascuna ora. Il rapporto osserva che una parte della flessione registrata nel triennio 2023-2025 può essere letta anche come il risvolto contabile dell’ingresso nel mercato del lavoro di molte persone, concentrate in attività e settori con livelli di produttività più bassi. Questo non elimina il problema strutturale. Se il prodotto per occupato resta in linea con la media europea a parità di potere d’acquisto, la produttività per ora lavorata rimane inferiore a quella di Francia e Germania, anche perché in Italia si lavora mediamente più a lungo.
Un segnale di miglioramento arriva dalla dinamica del capitale: nel 2025 il capitale per ora lavorata è tornato a crescere, dello 0,2%, dopo una lunga fase di riduzione. Resta tuttavia negativa la produttività totale dei fattori, che misura il contributo di elementi come progresso tecnico, innovazione e organizzazione: -1,5% nel 2024 e, secondo le stime, -0,5% nel 2025. Una dinamica che nel 2024 ha interessato anche quattordici Paesi dell’Ocse. Il quadro è inoltre da considerare con cautela: le nuove stime devono essere verificate nel confronto europeo e la scomposizione della crescita andrà riesaminata alla luce della revisione dei conti nazionali diffusa dall’Istat. Il documento programmatico di finanza pubblica 2026 offre una lettura più favorevole, ma il nodo individuato dal Cnel rimane quello di una crescita dell’occupazione non ancora accompagnata da investimenti e innovazione sufficienti.
Non si tratta, tuttavia, di un’arretratezza tecnologica generalizzata. «Non trova pieno riscontro l’ipotesi di un’arretratezza tecnologica generalizzata, né quella di una fragilità competitiva diffusa», osserva il rapporto. Tra il 2014 e il 2025 il capitale investito nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è cresciuto in media del 2,9% l’anno, mentre quello immateriale non legato all’Ict è aumentato del 2,8%. Nello stesso periodo il capitale materiale tradizionale è invece diminuito dello 0,5%. Il problema è che l’accumulazione complessiva è rimasta debole e ha proceduto più lentamente rispetto alle ore lavorate: il capitale per ora lavorata è così diminuito in media dell’1,1% all’anno.
Anche sul versante delle competenze si registra un progresso significativo, che però non trova una corrispondente valorizzazione nell’organizzazione produttiva. Tra il 2007 e il 2025 gli occupati con istruzione terziaria sono aumentati di 2,6 milioni, circa il 70% in più. Se nel 1992 i laureati rappresentavano meno del 9% degli occupati, oggi sono il 26%; nell’industria in senso stretto e nella pubblica amministrazione la loro incidenza è raddoppiata. E il rapporto tra istruzione e produttività emerge anche a livello aziendale: a parità di altre condizioni, un aumento di dieci punti della quota di addetti laureati si associa a una produttività più alta di circa 1,6 punti nella manifattura e di quasi tre punti nei servizi.
A crescere molto meno è stata però la presenza di professioni qualificate, aumentata di appena due punti dal 2011 e arrivata a circa un terzo degli occupati, contro una quota intorno al 43% in Francia e Germania. A questo si aggiunge la perdita di giovani qualificati. Tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio degli italiani tra i 18 e i 34 anni è stato negativo per circa 441 mila unità. La quota di laureati tra chi parte è salita al 40%, il doppio rispetto a quella dei coetanei residenti in Italia. Non tutto è perduto: quasi due giovani su tre che vivono all’estero non escludono il rientro, a condizione che si presentino opportunità migliori.
Un altro ostacolo è la difficoltà delle imprese a crescere di dimensione. Le analisi Istat riferite al periodo 2012-2020 mostrano che le aziende più lontane dalla frontiera di efficienza del proprio settore riescono ad aumentare la produttività più rapidamente. Ma crescono ancora di più quelle che passano a una classe dimensionale superiore. Un salto che rimane raro: nel periodo ha interessato appena l’1,4% delle piccole imprese manifatturiere e lo 0,5% di quelle dei servizi. In questo modo i miglioramenti ottenuti dalle singole aziende faticano a tradursi in un progresso complessivo del sistema produttivo.
Il limite riguarda anche le imprese innovative. Nel 2019 le start-up valevano circa l’1,1% del valore aggiunto delle società di capitali e, tra le giovani società nate dal 2012 al 2019, erano responsabili del 44% dei brevetti depositati all’Ufficio europeo dei brevetti. La Commissione europea giudica soddisfacenti il numero e la qualità delle start-up italiane, ma segnala la difficoltà di trasformarne una parte significativa in scale-up, imprese capaci di crescere rapidamente e consolidarsi sul mercato.
Da qui le indicazioni del Cnel: ridurre i costi che frenano la crescita dimensionale delle imprese, sostenere la domanda di lavoro qualificato, considerare il rientro dei giovani una vera politica per la produttività e rafforzare la ricerca pubblica e il trasferimento tecnologico. Sul versante della domanda interna, il rapporto richiama la necessità di salari che crescano insieme alla produttività, di una domanda pubblica capace di aprire mercati all’innovazione e di maggiori investimenti interni. Il tutto dentro un quadro di regole e incentivi stabile e prevedibile. Perché il problema italiano, oggi, non è soltanto creare più lavoro e far crescere l’economia, ma riuscire a fare in modo che ogni ora lavorata produca più valore.


























