Ancora una volta, la previdenza diventa terreno di scontro nel confronto sulla manovra di bilancio. Dalla modifica dei criteri di rivalutazione delle pensioni sopra quattro volte il trattamento minimo alla mancata proroga della maggiorazione straordinaria per gli assegni più bassi, fino al rapporto con il taglio dell’Irpef: le misure del governo sollevano da più parti interrogativi sulla tutela del potere d’acquisto dei pensionati e sull’adeguatezza degli interventi a sostegno della popolazione anziana. A queste si aggiungono le risorse per la sanità e la non autosufficienza, considerate insufficienti dalle organizzazioni sindacali. A fare il punto in questa intervista è il segretario generale della Uil Pensionati, Carmelo Barbagallo.
La misura che colpisce maggiormente i pensionati è la modifica della rivalutazione della fascia medio-alta. Chi viene colpito da questa misura?
Partiamo dal fatto che non parliamo di pensioni d’oro, ma piuttosto di contribuenti d’oro. Sono persone che hanno versato più contributi degli altri semplicemente perché nelle condizioni economiche per farlo, con pensioni che sono il frutto di una vita di lavoro e che comunque oggi hanno perso potere d’acquisto. Il mio monito, dunque, è non farsi influenzare dalla logica della guerra tra poveri e allargare lo sguardo. Un proverbio Masai dice che «i giovani corrono veloci, gli anziani conoscono la strada». Io aggiungo che solo insieme possiamo arrivare prima dove vogliamo andare.
Cosa vuole suggerire?
Che i giovani devono essere interessati a mantenere un rapporto con gli anziani, così come gli anziani lo sono con i giovani. È questo che intendo quando parlo di patto generazionale. Perché questi tagli, alla fine, colpiscono indistintamente tutti gli appartenenti al ceto medio.
A proposito di ceto medio, il governo rivendica il taglio dell’Irpef come un intervento a sostegno di questa fascia di reddito. Ma per i pensionati colpiti dalla rivalutazione il beneficio fiscale potrebbe non bastare a compensare il minore recupero dell’inflazione. Il rischio è un’ulteriore perdita di potere d’acquisto?
La verità è che danno una cosa con la sinistra e se la riprendono con la destra. Ma hanno ancora tempo per correggere la misura, se vogliono. E io sono sempre per stimolare interventi che vadano a vantaggio di tutti.
Una rivalutazione più bassa, poi, riduce anche la base sulla quale si calcoleranno gli incrementi successivi. Siamo di fronte a una penalizzazione destinata a trascinarsi per tutta la vita dell’assegno?
Se l’indirizzo resta questo, il rischio di creare danni permanenti e crescenti. Qualche anno fa, in Emilia-Romagna, mi si avvicinò un nostro pensionato che era stato coordinatore del sindacato delle filiali Fiat. Mi raccontò che, quando era andato in pensione, percepiva un assegno di 2 milioni e 300 mila lire: un’ottima pensione, che gli consentiva di contribuire al bilancio familiare senza problemi. Oggi, invece, con una pensione di poco più di mille euro non riesce ad arrivare a fine mese. È in questo modo che il governo pensa di aiutare il ceto medio? Piuttosto, oggi si dovrebbe parlare di «ceto ultimo».
Il problema delle pensioni non riguarda soltanto l’importo, ma anche il peso del fisco e il rapporto tra salari e previdenza.
I pensionati italiani pagano il doppio delle tasse rispetto a quelli degli altri Paesi europei. Se vogliamo davvero aiutarli, bisogna innanzitutto intervenire sul fisco, quello che grava sui pensionati ma anche su quello che pesa sugli stipendi della popolazione lavorativamente attiva. In Italia, poi, c’è una vera e propria questione salariale. Quando ero responsabile della FLM di Termini Imerese, mi spiegarono che in Italia avevamo i contratti più bassi d’Europa. Insieme a una delegazione di fabbrica andammo a visitare lo stabilimento Volkswagen di Wolfsburg, in Germania. Era vero che lì i lavoratori percepivano stipendi più alti, ma noi avevamo, per contro, un importante sistema di welfare che ci permetteva di compensare quel differenziale salariale. Una cosa che dissi subito ai nostri delegati fu che dovevamo partecipare e sostenere le lotte dei lavoratori impegnati nei rinnovi contrattuali, perché non possiamo contribuire a costruire pensionati poveri per il futuro. Quando ci sono le manifestazioni per i rinnovi dei contratti, nostri pensionati devono stare sui pullman insieme ai lavoratori dipendenti perché una buona previdenza si costruisce lungo tutto l’arco della vita lavorativa.
Lei propone anche una legge per i cosiddetti pensionati attivi, che consenta a chi è già in pensione di svolgere ancora un’attività lavorativa. Quale obiettivo si pone questa proposta?
Come Uil Pensionati continueremo la nostra battaglia per una legge sui pensionati attivi che permetta quelli ancora in salute di svolgere un’attività lavorativa per non più di quattro ore al giorno, pagando le tasse e versando i contributi. In questo modo si può contribuire ad aumentare il potere d’acquisto delle pensioni e a rafforzare il ruolo dei pensionati nel nostro Paese. I contributi, inoltre, aiuteranno i pensionati del futuro: in un sistema a ripartizione, infatti, più contributi si versano, maggiori sono le risorse disponibili per pagare le pensioni. È una proposta bipartisan che abbiamo presentato insieme a due parlamentari di destra e sinistra (PD e Forza Italia). Solo insieme possiamo arrivare rapidamente dove vogliamo andare. E non dimentichiamo l’importanza dei pensionati nel sostenere le proprie famiglie e nell’aiutarle ad arrivare a fine mese.
A proposito di famiglie, la non autosufficienza è una delle battaglie della Uil Pensionati. Lei ha più volte ricordato che non si tratta di un problema del futuro, ma di un’emergenza del presente.
Nel nostro Paese le persone non autosufficienti sono 3 milioni e 600mila, la maggior parte sono anziani. Ma, nonostante gli sforzi compiuti, gli interventi sono del tutto insufficienti. Continuo a ringraziare gli ex ministri della Salute e del Lavoro, Roberto Speranza e Andrea Orlando, per quella che considero una legge di civiltà. Ma le nozze senza i soldi non si fanno.
È chiaro che il benessere della popolazione anziana non passi solo per la previdenza. La manovra prevede anche una carta sanitaria da 300 euro per gli over 75. È un aiuto concreto?
Ringraziamo per lo sforzo che è stato fatto, ma anche questo sicuramente non è sufficiente. Innanzitutto non si tratta di una misura strutturale. Oggi i nostri pensionati devono rinunciare alle cure, alle visite e alla prevenzione. Con l’aumento dell’aspettativa di vita, poi, gli anziani sono destinati ad aumentare e affollare le lista d’attesa. Anche su questo dobbiamo metterci d’accordo.
Lei sostiene che bisogna costruire un Paese nel quale invecchiare bene sia un diritto e diventare adulti non significa essere condannati alla precarietà. Qual è il messaggio che il governo sta dando con questa ultima manovra?
L’atteggiamento è contraddittorio e il sistema somiglia un po’ al gioco delle tre carte: questo vince, questo perde. Ma, alla fine, perdiamo tutti e in questo modo, il governo rischia di essere travolto. Ripeto: noi restiamo disponibili al confronto per misure che siano realmente utili al Paese.
Elettra Raffaela Melucci



























