Quanto spazio deve occupare il lavoro nelle nostre vite? E soprattutto, perché continuiamo a considerarlo non soltanto una necessità economica, ma anche una misura del valore delle persone e del loro posto nella società? È da queste domande che parte La società del post-lavoro. Ridurre, valorizzare e redistribuire, il saggio di Helen Hester e Will Stronge (DeriveApprodi, 240 pagine, 20,00€) che prova a immaginare un’organizzazione sociale diversa da quella costruita intorno alla centralità del lavoro.
Nella loro tesi, la prospettiva del post-work non coincide con l’idea di un mondo senza lavoro o con la negazione della necessità delle attività produttive e di quelle indispensabili alla vita collettiva. Si tratta, piuttosto, di mettere in discussione un sistema nel quale il lavoro determina tanto le condizioni materiali dell’esistenza quanto l’identità individuale, il riconoscimento sociale e la possibilità di partecipare alla vita comune. È la cosiddetta etica del lavoro, un insieme di convinzioni profondamente radicate che tende a considerare il lavoro un bene in sé, indipendentemente dalle sue condizioni, dalla sua utilità sociale e dalla qualità dell’esperienza di chi lo svolge. Il cambiamento interpretativo (e strategico) proposto dagli autori si articola intorno a tre direttrici. Innanzitutto ridurre il tempo complessivo dedicato al lavoro, attraverso una diminuzione dell’orario e una diversa organizzazione delle attività. Redistribuire, per evitare che una parte della società sia sottoposta a un sovraccarico di lavoro mentre un’altra resta ai margini dell’occupazione o è costretta alla sottoccupazione. Valorizzare, infine, non secondo i criteri abituali della produttività e del mercato, ma interrogandosi sulle condizioni in cui si lavora, sull’esperienza delle persone, sulle finalità delle attività svolte e sulla loro effettiva utilità collettiva.
A questi principi corrispondono alcune proposte politiche precise: una settimana lavorativa più corta, un reddito di base universale e incondizionato e il risparmio di lavoro attraverso l’impiego delle tecnologie. Sono strumenti che gli autori non considerano alternativi, ma parte di una trasformazione più ampia. Il reddito di base, in particolare, non dovrebbe sostituire i servizi pubblici universali, ma affiancarli, garantendo a ciascuno una sicurezza economica non subordinata alla partecipazione al mercato del lavoro. Una condizione che, oltre a contrastare povertà e disuguaglianze, amplierebbe la libertà individuale e la possibilità di sottrarsi a rapporti di dipendenza economica.
Un discorso a parte riguarda l’automazione. Per Hester e Stronge, il progresso tecnologico non rappresenta di per sé una via d’uscita dalla società del lavoro. La possibilità di affidare alle macchine una quota crescente delle attività umane non garantisce automaticamente più tempo libero né una migliore distribuzione della ricchezza. In un sistema orientato esclusivamente alla produttività, infatti, il risparmio di lavoro rischia di tradursi in una riduzione degli occupati o in un’intensificazione delle prestazioni richieste a chi rimane. La questione, dunque, non è stabilire se il futuro sarà automatizzato, ma scegliere politicamente quale automazione realizzare e a vantaggio di chi.
È anche per questo che il post-work non viene presentato soltanto come una riflessione economica, ma come un progetto politico e culturale. Il percorso ricostruito nel volume raccoglie le esperienze dei movimenti del lavoro e dei disoccupati, delle battaglie femministe e delle mobilitazioni ambientaliste, cercando un terreno comune tra rivendicazioni che troppo spesso sono rimaste separate. La riduzione del lavoro necessario, la redistribuzione delle risorse e il riconoscimento del valore delle attività sociali diventano così anche strumenti di giustizia ecologica e di trasformazione della riproduzione sociale.
C’è, in questa prospettiva, una componente dichiaratamente utopica, che gli autori rivendicano come condizione per immaginare alternative all’ordine esistente. Il post-lavoro invita infatti a non considerare inevitabile l’attuale organizzazione della produzione e della vita, né a limitare il cambiamento alla correzione dei suoi aspetti più problematici. La sfida è ripensare il rapporto tra lavoro, ricchezza e libertà, sottraendo quest’ultima alla condizione di premio da conquistare attraverso la prestazione lavorativa.
Resta aperto, naturalmente, il problema della traduzione di questo orizzonte in politiche concrete e rapporti di forza capaci di sostenerlo. La riduzione degli orari, il reddito universale e l’automazione richiedono una profonda revisione dei sistemi di welfare e fiscali, oltre a una diversa distribuzione del potere economico. Ma è proprio qui che la proposta di Hester e Stronge sollecita una discussione che va oltre il futuro dell’occupazione: non soltanto come lavorare meglio, ma quanto lavoro sia davvero necessario e quale posto debba occupare nelle nostre vite.
Elettra Raffaela Melucci

Titolo: La società del post-lavoro. Ridurre, valorizzare e redistribuire
Autori: Helen Hester e Will Stronge
Editore: DeriveApprodi
Data di pubblicazione: maggio 2026
Pagine: 240 pp.
ISBN: 978-88-6548-659-7
Prezzo: 20,00€





























