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Home - Approfondimenti - La nota - L’accordo si avvicina, le difficoltà crescono

L’accordo si avvicina, le difficoltà crescono

25 Novembre 2016
in La nota

Più di un milione e mezzo di lavoratori, e migliaia di imprese, si aspettano che, entro il week-end, o al più tardi nelle prime ore di lunedì 28 novembre, un nuovo contratto unitario regoli le relazioni sindacali nella maggiore categoria dell’industria.

Dopo più di un anno di trattative, la speranza che l’accordo finale sia vicino aleggia sulle delegazioni che da due giorni stanziano presso la sede nazionale della Confindustria, nel quartiere romano dell’Eur. E, del resto, la definizione di un’intesa conclusiva era lo scopo per cui Fim, Fiom e Uilm, da un lato, e Federmeccanica e Assistal, dall’altro, hanno deciso di convocare una sessione non stop del negoziato a partire da mercoledì 23. Anche se pare ormai certo che non sarà possibile concludere il negoziato stesso entro il traguardo temporale inizialmente prefissato, e cioè entro stasera. Infatti, come spesso accade quando una trattativa si avvicina all’obiettivo finale, tra la giornata di ieri e la mattinata di oggi sono emerse difficoltà che, da una parte, hanno nuovamente rallentato l’andamento degli incontri, e, dall’altra, hanno mostrato lo spessore dei problemi che vanno ancora risolti.

Cominciamo dunque con ciò che è successo nella giornata di ieri, giovedì 24 novembre. Si tratta della giornata in cui è venuto in primo piano un problema che, fin qui, era rimasto sullo sfondo di questa vicenda contrattuale. Ci riferiamo a un problema di fondo, però tutto interno al lato sindacale del tavolo negoziale: quello delle regole relative alla rappresentanza sindacale e alle modalità di validazione degli accordi. Una problematica, questa, rispetto alla quale nel mondo sindacale italiano sono vissute a lungo due diverse scuole di pensiero.

Da un lato la Cgil ha sempre pensato a sé stessa, come del resto già dice il suo nome, come a una “confederazione generale del lavoro”, ovvero come a una confederazione che tende a rappresentare sindacalmente tutti i lavoratori, indipendentemente dal fatto che siano, o meno, iscritti al sindacato. Dall’altro lato c’è la Cisl che, anche qui come dice il suo nome, si è posta storicamente come una “confederazione di sindacati”, e ha quindi teso a privilegiare il ruolo dei lavoratori iscritti ai sindacati stessi. Chi deve dunque validare un accordo? “Tutti i lavoratori interessati”, è la risposta storica della Cgil, e dunque della Fiom. “I lavoratori che, consapevolmente, hanno fatto la scelta di organizzarsi iscrivendosi a un sindacato”, risponde la Cisl, e dunque la Fim.

Si poteva credere che questa antica e pluriennale querelle fosse stata superata quando, all’inizio del 2014, le tre maggiori Confederazioni sindacali del nostro Paese – e cioè Cgil, Cisl e Uil – hanno siglato un accordo intersindacale noto come Testo Unico sulla rappresentanza. Accordo che, per l’appunto, regola anche le modalità di validazione degli accordi. Tuttavia il mondo metalmeccanico, che tra gli anni 60 e gli anni 70 fu quello in cui furono sperimentate le forme più avanzate di unità sindacale, è anche quello in cui le rotture insorte a partire dagli anni 80 hanno lasciato tracce più significative. Soprattutto, è quello in cui si avverte in modo più acuto il peso dei due contratti non unitari del 2009 e del 2012, ovvero dei due contratti che furono firmati da Fim e Uilm, ma non dalla Fiom.

L’approssimarsi stesso di un possibile nuovo accordo unitario ha finito per riportare a galla questa problematica che si condensa adesso in due domande: chi e come dovrà validare il prossimo contratto, una volta che i sindacati fossero riusciti a raggiungere un accordo con i rappresentanti delle imprese? E ancora: il Testo Unico Cgil-Cisl-Uil dovrà essere in qualche modo recepito nel contratto o no?

A quanto risulta al Diario del lavoro, i nodi relativi a questa materia non sono ancora stati sciolti. Tuttavia, il loro riaffiorare ha impegnato i vertici sindacali per una buona parte della giornata di ieri.

Nella tarda mattinata di oggi ha poi ripreso il suo lavoro anche la commissione tecnica che giovedì sera non aveva ultimato il suo lavoro su quattro punti ancora non risolti: sanità integrativa, appalti, orari e inquadramento. Sul primo, in particolare, c’è un accordo politico di massima fra le parti, ma si è potuto constatare che passare da tale accordo di massima alla stesura di testi coerenti con la legislazione vigente, nonché capaci di rispondere alle problematiche che concretamente potranno insorgere con l’estensione della sanità integrativa anche ai familiari dei lavoratori interessati, è cosa tutt’altro che semplice. Anche rispetto agli altri tre punti c’è comunque ancora parecchio lavoro da fare.

Ma soprattutto, pare che l’approssimarsi dell’ora di un possibile accordo abbia irrigidito le posizioni delle parti sul nodo centrale della trattativa: la natura degli aumenti salariali e il rapporto che vi sarà, nella determinazione di questi ultimi, fra contratto nazionale e contrattazione aziendale. Ora va detto che quella dell’irrigidimento è una dinamica ben nota agli esperti di contrattazione, e ciò proprio perché tende a verificarsi nelle fasi finali di un negoziato. Resta il fatto che, a fine mattinata, un certo pessimismo è tornato a gravitare sulle delegazioni trattanti.

I sindacati, come è noto, insistono unitariamente, innanzitutto, affinché il nuovo contratto determini un recupero totale dell’inflazione che potrà verificarsi nel triennio che va dal 2017 al 2019. Le imprese, invece, sono attestate sulla posizione che prevede una diminuzione progressiva di questo recupero dal 100% nel 2017 al 50% nel 2019; e ciò a fronte di una crescita progressiva di benefit detassati offerti a livello aziendale.

Federmeccanica e Assistal, inoltre, insistono sull’importanza del welfare contrattuale che, sotto forma di previdenza complementare e sanità integrativa, offrirà ai metalmeccanici (e alle loro famiglie) benefici tanto più tangibili in quanto meno colpiti dalle imposizioni fiscali. In cambio, però, hanno chiesto di assorbire negli aumenti dei salari nominali determinati dai recuperi dell’inflazione altre voci retributive cui i lavoratori sono affezionati, a partire dagli scatti di anzianità. Una proposta, quest’ultima, giudicata come inaccettabile dai sindacati.

Le prossime ore ci diranno se la volontà ripetutamente espressa dalle parti, ovvero quella di raggiungere un accordo, potrà concretizzarsi in un insieme di testi condivisi.

 

@Fernando_Liuzzi

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