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Home - Approfondimenti - Interviste - Barbagallo, la competitività cresce se il lavoro è rispettato

Barbagallo, la competitività cresce se il lavoro è rispettato

di Massimo Mascini
11 Novembre 2016
in Interviste
Barbagallo, la competitività cresce se il lavoro è rispettato

“Trump? Mi sembra che incarni tutti i difetti degli americani, compreso il famoso american dream. E’ antipatico, razzista, evasore fiscale, guerrafondaio. Dovremo stare attenti, ma non solo a Trump. Perché con questa politica estera europea, l’Onu che non svolge più il suo compito, l’Europa che non lo ha mai svolto, i rischi sono alti. Dobbiamo vigilare e il sindacato farà la sua parte, quello italiano e quello europeo. Io, del resto, da ragazzo ho cominciato con i picchettaggi, i blocchi stradali, le marce per la pace, sono allenato”.

Se la cava con una battuta Carmelo Barbagallo, il segretario generale della Uil, ma la sua preoccupazione è forte, perché vede il mondo che va indietro e teme che la situazione peggiori, e nemmeno poco. Per conto suo fa quello che gli compete, svolge il suo lavoro cercando di andare al fondo dei problemi che gli si presentano. Per questo è contento degli esiti della conferenza di organizzazione che la Uil ha tenuto nei giorni scorsi, perché è riuscita a decidere delle cose che potrebbero essere molto importanti, anche per il prossimo futuro.

Barbagallo, una buona conferenza di organizzazione?
Direi proprio di sì, sono rimasti tutti contenti. Abbiamo cambiato, l’organizzazione e la politica dell’organizzazione. Del resto è questa da anni la nostra politica. Il mondo sta cambiando e abbiamo capito che o cambiano noi o ci cambiano gli altri, e questo non ci piace.

Quali le decisioni più importanti che avete preso?
Abbiamo ridotto alcuni centri decisionali, non per diminuire la democrazia interna, ma per avere più efficienza. Vogliamo un sindacato che stia in mezzo alla gente, più vicino ai luoghi di lavoro. E per questo abbiamo deciso di inserire nel nostro Consiglio nazionale una quota consistente di Rsu, le nostra rappresentanze di base. E abbiamo unificato i centri di servizio della confederazione, per facilitare la vita ai lavoratori che hanno bisogno di noi.

Che pensate di fare per i giovani?
I giovani sono nei nostri pensieri, così come i meno giovani. Tutte persone che hanno ricevuto poco o nulla. I giovani hanno avuto solo dei lavori socialmente utili che si sono trasformati in precarietà. Agli anziani è stata allungata la presenza al lavoro. Noi chiediamo di cambiare politica. I giovani devono essere messi in grado di formare delle famiglie e fare figli, altrimenti il paese va in estinzione. E agli anziani si deve dare l’opportunità di trasformare il loro lavoro.

In che direzione potrebbero trasformare il loro lavoro, in età avanzata?
Un edile non può materialmente stare  sulle impalcature fino a 66 anni e 7 mesi. Ma non può nemmeno stare ai giardinetti ad aspettare la morte. Perché non gli si permette di accudire quel giardinetto, rendendo così un servizio alla collettività? Ancora: un insegnante non può smettere di stare in aula un po’ prima e occuparsi magari di illustrare le bellezze paesaggistiche, storiche, culturali del nostro paese?

Lasciando il lavoro prima?
Non necessariamente. Se due anziani, vicini alla pensione, si mettono a part time, potrebbero lasciare spazio per l’assunzione di un giovane a full time, al quale loro potrebbero per un certo periodo trasmettere le loro competenze. Certo, servirebbe una legge, ma noi per questo di battiamo.

L’attira la sfida di Industry 4.0?
Il lavoro sta cambiando molto rapidamente e questa di Industry 4.0 potrebbe essere una grande opportunità. Il punto è che siamo già in ritardo e se non recuperiamo questo svantaggio rischiamo grosso. Google si sta imponendo con il controllo del movimento di persone e merci tramite i satelliti: noi non abbiamo una Google e non abbiamo i satelliti. Eppure nel nostro dna c’è la cultura, il gusto, la capacità di vedere una prospettiva del made in Italy nel mondo. Dobbiamo riuscire a fare un salto in avanti.

Gli imprenditori italiano sono in grado di fare questo salto?
Occorrerebbero tanti investimenti, pubblici e privati. Ma servirebbe anche una riforma fiscale  seria, perché il mancato rispetto delle leggi raggiunge in Italia vertici che non hanno uguali in nessun paese del mondo. Confindustria e Confcommercio dicono che abbiamo 122 miliardi di euro di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione, 27 miliardi di usura e pizzo ogni anno. Basterebbe ridurre del 50% queste cifre e non avremmo più problemi di debito pubblico.

I vostri detrattori dicono che invece chiedete troppi soldi per lavoratori e pensionati.
Sì, ma è una minchiata! Il 75% delle imprese italiane produce per il mercato interno, ma se non cresce il potere di acquisto di lavoratori e pensionati questi non potranno consumare e quelle aziende chiuderanno.

Gli imprenditori italiani lamentano la scarsa produttività delle nostre fabbriche.
Ma per colpa di chi? Un imprenditore mi ha parlato recentemente della sua azienda. Ha investito 1.000 euro per dipendente per fare una fabbrica a misura di persona e ha avuto risultati eccezionali: in sei mesi ha recuperato quanto aveva investito, la produttività è cresciuta tra il 25 e il 40% solo creando una fabbrica senza sfruttamento, ma con tecnologia, innovazione, coinvolgendo i lavoratori, con un’organizzazione del lavoro diversa dal passato.

Un caso di scuola.
E se ne potrebbero citare tanti. Mi viene in mente l’Omeca, un’azienda di Reggio Calabria, che era di proprietà di Finmeccanica, e stava per portare i libri in tribunale. L’ha comprata l’Itachi e in un anno e mezzo ha ribaltato il quadro. Era in passivo endemico, è andata in attivo e ha iniziato a rispettare le scadenze delle commesse con grande anticipo, tanto che ha creato dei problemi per chi, invece, si attendeva i soliti ritardi. E tutto questo con gli stessi lavoratori, ma cambiando il management e creando una situazione di benessere lavorativo.

Lei parla di una svolta profonda nell’organizzazione del lavoro. Gli imprenditori italiani sono in grado di effettuarla?
Io sono ottimista per nascita, perché chi nasce a Termini Imerese da una famiglia operaia deve esserlo per forza. Ma se gli imprenditori pensano di risolvere i loro problemi riducendo i salari e le coperture sociali o sostituendo il welfare statale con il welfare aziendale, allora non hanno capito niente. La competitività cresce dove i lavoratori sono pagati meglio  e dove il benessere lavoratori è superiore alla media, dove i  lavoratori sono considerati una risorsa preziosa.

Voi siete scettici sul welfare aziendale?
Sbaglia chi pensa che il welfare aziendale sia sostitutivo dell’incremento dei salari: se l’operazione è a costo zero regredisce la situazione economica del lavoratore che non ha aumenti salariali e lo stesso welfare di prima, se gli va bene.

Riuscirete a raggiungere un accordo con la Confindustria?
Sono fiducioso, mi sembrano più attenti di prima. I Giovani imprenditori che ci invitano al loro convegno, abbiamo siglato i primi accordi con la Confindustria: sono atti che segnano uno spartiacque rispetto alla precedente gestione. Del resto, gli interessi sono identici, importante è capirlo.

I lavoratori apprezzano questo vostro impegno?
Nelle elezioni per le Rsu cresciamo sempre. Alla Ferrero siamo saliti del 18% rispetto all’ultimo voto. All’Ilva abbiamo registrato 500 tessere in più rispetto alle 3.500 precedenti. Andiamo avanti.

 

Massimo Mascini

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