Necessità di cambiamento, questo il punto su cui il presidente della Bce, Mario Draghi, ha insistito maggiormente durante la sua audizione alla Commissioni riunite Bilancio, Finanze, Politiche Ue della Camera.
Pur assicurando che la situazione congiunturale e le prospettive dell’area euro “sono ora più favorevoli di quanto siano state negli ultimi anni”, il presidente della Bce ha infatti dichiarato che, ad oggi, “l’Unione rimane fragile perché le riforme rimangono affidate ai singoli ambiti nazionali”. “Non c’è modo di garantire che i paesi prendano le misure necessarie per farne membri all’altezza dell’unione monetaria, questa è una cosa a cui occorre guardare per pensare un cambiamento”. “La politica monetaria della Bce, che lavora su numeri medi, non ritagliati sui singoli paesi, non può certo uniformare le differenze tra i paesi dell’Eurozonache si riscontrano nei tassi reali di interesse”, ha precisato Draghi.
Eurolandia resta una unione “dove non è possibile” (come negli Usa) che esistano Stati che siano “creditori o debitori permanenti, ma dove tutti dovrebbero convergere verso i livelli più elevati di reddito e produttività”.
Il presidente Draghi ha poi proseguito rispondendo alle critiche, provenienti specialmente dalla Germania, secondo le quali il maxi piano di acquisti di titoli di Stato della Bce, il quantitative easing, avrebbe disincentivato gli Stati a procedere con riforme strutturali. “Noi la pensiamo esattamente all’opposto – ha rivendicato Draghi – la politica monetaria della Bce crea condizioni migliori per le riforme, che sono molto più difficili da fare durante le fasi di difficoltà economica e di recessione”. “Alcuni –ha poi puntualizzato- hanno sollevato dubbi sul fatto che avremmo trovato titoli a sufficienza, trovo strana questa obiezione visto che da 30 anni si dice che in Europa ci sta troppo debito pubblico”.
Mario Draghi si è poi concentrato sulla struttura produttiva dell’area euro, basata principalmente sulle “piccole imprese, che rappresentano il 70-80 per cento del totale in termini di occupazione, il che richiede un sistema creditizio basato sulle banche, che si spera siano capaci di valutare le piccole imprese”. Per questo, ha affermato il presidente della Bce, “guardiamo con favore a provvedimenti che liberino i crediti deteriorati dai bilanci delle banche, anche da quelle italiane”.
“In futuro, uno degli obiettivi dell’Unione dei mercati capitali è certamente anche quello di mettere le piccole imprese in condizioni di entrarvi” per raccogliere finanziamenti, senza dover passare per il credito bancario. “Ma questo richiede più trasparenza e uniformità” nella trasmissione dei dati da parte delle imprese. “Le banche possono non piacerci – ha concluso – ma questi sono i canali attraversi i quali la Bce esercita le sue misure”.
“Se vediamo l’effetto del quantitative easing nel Regno Unito vediamo che ha funzionato, ha funzionato in Giappone. Il quantitative easing ha avuto un effetto nelle attività finanziarie con le sostituzioni di portafoglio, ha ridotto i tassi a lungo termine oltre le aspettative e ha deprezzato il cambio. Il cambio dell’euro ha cominciato a scendere quando sono state annunciate le misure di allentamento quantitativo, è sceso ancor di più quando l’allentamento è diventato operativo”. Il presidente della Bce ha quindi citato la Bankitalia che nel caso del Pil tricolore ha segnalato come l’effetto del quantitative easing possa valere un punto di Pil fino al 2016.
Volgendosi poi alla situazione italiana, il presidente della Bce ha affermato: “L’argomento per un consolidamento del sistema bancario italiano è forte. L’Italia ha 750 banche, il che vuol dire 750 consigli di amministrazione, ognuno con almeno 5 membri e, fino a qualche anno fa, erano almeno 19 membri. Ogni Cda costa una certa cifra e tutto questo sistema è molto costoso. Questi costi vengono pagati dai clienti delle banche”.
“Questa storia che elevando i requisiti di capitale delle banche determini poi, da parte delle stesse banche, la decisione di ridurre il credito all’economia, va esaminata in un altro modo. Una banca che non ha patrimonio sufficiente non può fare la banca, dunque non può fare credito. E’ come se avesse una infezione. Dunque la ricapitalizzazione delle banche nel medio periodo aumenta le capacità delle banche di fare credito”.
Sempre rispetto all’Italia, Mario Draghi ha inoltre sottolineato che il tessuto produttivo del paese è “sbilanciato su microimprese, il cui numero riflette anche il quadro normativo e giudiziario. I tempi dei processi influiscono sulla volontà di erogazione del credito alle aziende. In media in Italia una causa richiede 5 anni, a fronte di 1 anno in Germania, Francia e Spagna”. “Esistono studi –ha precisato Draghi- secondo cui il dimezzamento della lunghezza dei processi farebbe crescere le imprese tra l’8 e il 12 per cento”, ha concluso.

























