Il nero conviene, soprattutto in tempi di crisi. Il dato (solo in apparenza sconcertante: e tra poco vedremo perché) emerge dalla ricerca sull’economia non osservata – condotta dall’istituto Tecne’ per l’associazione Bruno Trentin in collaborazione con il Cer – presentata oggi in Cgil. Oltre agli ormai noti numeri sul volume complessivo del sommerso (dal lavoro nero all’ evasione ecc,) la ricerca propone una simulazione decisamente nuova, che mette a confronto i costi della vita ‘’legale’’ con quelli della vita ‘’in nero’’. Il dato preso in esame ( su un campione di 1.000 persone) e’ quello della spesa mensile di una famiglia media di quattro persone. Se si resta nel solco della legalita’, cioe’ orientando i consumi esclusivamente verso l’economia in chiaro, la spesa mensile per affitto, abbigliamento, cibo, divertimenti ecc, ammonta a 2.845 euro; deviando invece dalla rettta via, e cioe’ rivolgendosi al sommerso, la spesa scende a 1.735 euro, con uno sconto complessivo di quasi il 40%. Qualche esempio: una spesa alimentare ‘’in chiaro’’ costa 576 euro al mese, appena 346 nel circuito ‘’non ufficiale’’. L’abbigliamento scende da 162 a 81 euro, i trasporti da 461 a 207, l’istruzione da 119 a 78, gli svaghi da 148 a 62, la casa da 1291 a 913. Perfino le cure mediche, se in nero, si dimezzano: da 88 euro a 48.
Ce n’e’ abbastanza per capire per quale motivo l’economia sommersa e’ cosi’ difficile da stroncare: torna utile a tanti, non solo ai fornitori, ma anche agli stessi clienti. In tempo di crisi, poi, diventa una sorta di ammortizzatore sociale, o un salario di cittadinanza ‘auto erogato’. Ma le sorprese non sono finite: le regioni dove si risparmia di più grazie al nero sono quelle del Nord: qui il taglio dei costi arriva al 40% netto, contro il 39% del centro e il 37% del sud. Tanto per sfatare la leggenda secondo cui le regioni meridionali sono anche il regno del sommerso. La motivazione, tra l’altro, e’ decisamente semplice: al nord tutto costa di piu’, e dunque c’e’maggiore convenienza a buttarsi sull’illecito. Partendo da questi dati, solo apparentemente di costume e marginali, si può comprendere meglio per quale motivo l’entità’ dell’economia non osservata nel nostro paese arrivi ormai a sfiorare i 300 miliardi di euro. Una macro cifra cosi’ suddivisa: 160-185 mld l’economia sommersa (10-11% del pil), 20-25 miliardi quella cosiddetta ‘’informale’’ (1-2 per cento del pil) e 70-80 miliardi quella totalmente illegale (4-5% del pil). Il mancato gettito che ne deriva oscilla su una forbice di 85-100 miliardi.
Molto interessanti anche le risposte al sondaggio sull’evasione fiscale con cui Tecne’ ha accompagnato i suoi dati. La stragrande maggioranza del campione (l’86%) considera l’evasione un fenomeno diffuso, ma una percentuale piu’ o meno analoga ritiene inefficaci le azioni di contrasto messe in campo fin qui. Inoltre, il 66% non fa distinzioni tra grandi e piccoli operatori, ma ritiene che siano ugualmente corresponsabili. Ma la vera sorpresa e’ nelle risposte a quali siano le motivazioni che inducono un soggetto ad evadere: il 42% ha risposto ‘’avidita’ e disonesta’’, un altro 42% ‘’per avere un vantaggio competitivo sul mercato’’. Pochissime, inferiori al 10% (tanto che i ricercatori non le citano nemmeno nel risultato finale) le risposte “giustificazioniste’’, quelle cioe’ che individuano nell’evasione una ‘’necessita’’ indotta dalla crisi stessa.
Risposte quasi univoche (anche se non sempre corrette o corrispondenti alle realta’) arrivano rispetto alle misure per contrastare il fenomeno. Due terzi del campione ritiene che sia necessario aumentare controlli le sanzioni, mentre il 59% cade nella trappola del luogo comune secondo cui basterebbe, per eliminare l’evasione, consentire di scaricare le spese dai redditi: il cosiddetto ‘’contrasto di interessi’’, di cui tuttavia gli esperti di fisco sostengono da tempo l’assoluta inefficacia. Pareri contrastanti, invece, su un’altra misura di cui molto si discute (e spesso a sproposito) come l’eliminazione, o quanto meno la riduzione, delle transazioni in contanti: utile per il 48% del campione, trova decisamente contrario un altro 34%. Infine, per quanto riguarda il lavoro nero, oltre la metà degli intervistati ritiene che sia favorito ‘’dai bisogni delle persone senza lavoro’’ ( e non a caso, nella conferenza stampa di presentazione della ricerca, Susanna Camusso lo definisce ‘’un ricatto a danno dei piu’ deboli’’), mentre quasi la totalita’ (l’89%) ritiene che per combattere il fenomeno siano necessarie maggiori tutele a sostegno dei lavoratori, politiche attive del lavoro, azioni di contrasto piu’ dure.
Infine, la ricerca conclude proponendo una sorta di gioco, o di libro dei sogni: se si riuscisse a recuperare anche solo 14 miliardi delle centinaia sottratti dall’economia sommersa, cosa si potrebbe in concreto realizzare? Dividendo la cifra meta su due diverse voci di spesa, si potrebbe da un lato dare sostegno ai redditi piu’ bassi, dall’altro aumentare gli investimenti, favorendo cosi’ un aumento dell’occupazione. Risultato finale: mezzo punto di Pil in piu’ l’anno. E questo con appena 14 miliardi. Chissà che treno diventerebbe la nostra economia, se ne recuperassimo 140 ( cioè, alla fine, pur sempre solo la meta’ del tutto).
Nunzia Penelope





























