“Evitare la trappola della bassa crescita”: come ha ricordato Rossella Bocciarelli sul Sole 24 Ore del 22 febbraio, è questo il titolo dell’editoriale che apre l’ultimo rapporto Ocse. Editoriale che, attesta la stessa Bocciarelli, è stato steso recentissimamente dal neo ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, quando era ancora capo economista dell’organizzazione basata a Parigi.
Un imperativo, questo di Padoan, che non poteva non venire in mente ascoltando la conferenza stampa, tenuta stamattina a Roma, in cui Federmeccanica ha presentato i dati della 129° edizione della sua indagine trimestrale su La congiuntura dell’industria metalmeccanica. Indagine relativa, in questo caso, al quarto trimestre 2013.
Infatti, i risultati della ricerca, condotta su un campione di imprese associate a Federmeccanica, mostrano sì un “parziale miglioramento della congiuntura metalmeccanica rispetto agli andamenti recessivi” che hanno avuto corso “fino ai primi mesi del2013”. Tuttavia, si afferma nella sintesi della ricerca che è stata consegnata ai giornalisti presenti, la ripresa profilatasi negli ultimi tempi appare ancora “debole”. E quel che è peggio è che tale debolezza “dovrebbe confermarsi nell’evoluzione a breve”. Ciò, nell’analisi di Federemeccanica, va essenzialmente imputato “al persistere di una sostanziale stagnazione dei consumi interni”.
Ma vediamo qualche cifra che sostanzi questi ragionamenti. Nell’ultimo trimestre del 2013, secondo dati Istat citati da Federmeccanica, i volumi produttivi sono cresciuti dell’1,1% rispetto al terzo trimestre dello stesso anno e dello 0,7% rispetto al quarto trimestre del 2012. Una crescita modesta ma incoraggiante, se si pensa che nel corso dell’intero 2013 la produzione metalmeccanica, nel nostro Paese, è diminuita del 2,7% rispetto al 2012. Una crescita incoraggiante ma ancora del tutto insufficiente se si pensa che la produzione 2013 è risultata inferiore del 30,4% rispetto ai livelli che venivano realizzati prima dell’avvio della crisi apertasi nella seconda metà del 2008.
Le proporzioni dell’arretramento produttivo vissuto dall’industria metalmeccanica in questi ultimi difficilissimi cinque anni sono dunque impressionanti. Un drammatico -30% che, secondo quanto spiegato da Roberto Maglione, il vice Presidente di Federmeccanica che ha la delega sull’Economia, è costituito per un -25% da una ancor più drammatica decrescita della capacità produttiva installata, e per un altro -5% da una ulteriore decrescita di produzione effettiva.
Lo stesso Maglione e Angelo Megaro, responsabile del Centro studi Federmeccanica, hanno poi insistito nel ricordare che il settore metalmeccanico è uno di quelli che, tradizionalmente, hanno una più accentuata vocazione verso le esportazioni rispetto ad altri settori del nostro apparato produttivo. E’ dunque particolarmente grave il fatto che, nell’insieme del 2013, le esportazioni metalmeccaniche siano diminuite dell’1,8%.
D’altra parte, è importante che, alla fine dell’anno, si sia delineata una nuova inversione di tendenza. Nel solo mese di dicembre, infatti, le esportazioni sono cresciute del 3,2%. Dati Istat, questi ultimi, relativi a cose già accadute che vengono fortunatamente corroborati dai dati rilevati da Federmeccanica con la sua indagine effettuata nel campione di imprese a ciò selezionate. Imprese che, infatti, prevedono una crescita delle loro esportazioni per il primo trimestre del 2014.
Che fare allora? Secondo Stefano Franchi, il manager che ha recentemente preso il posto di Roberto Santarelli quale Direttore generale di Federmeccanica, “la nostra è un’economia che non può vivere di solo export”. Il primo problema, per le imprese metalmeccaniche associate a Confindustria, è quindi quello di “rivitalizzare la domanda interna”.
A tale scopo, la politica economica del nuovo Governo dovrà porsi tre obiettivi: abbassare l’imposizione fiscale sul lavoro; favorire gli investimenti volti all’innovazione; far crescere la liquidità circolante nel sistema accelerando i pagamenti dei debiti chela PubblicaAmministrazioneha nei confronti delle imprese. Una misura tanto più necessaria, quest’ultima, quando si consideri l’asprezza della stretta creditizia tuttora in corso.
Tre obiettivi cui Maglione ne ha aggiunto un quarto: legare il ritorno alla manifattura come fonte primaria di ricchezza all’azione per combattere la disoccupazione giovanile. Meno chiacchiere sul post industriale, insomma, e più giovani preparati ai diversi e cangianti ruoli del lavoro industriale.
di Nando Liuzzi


























