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Home - Approfondimenti - Interviste - Rohani, più un pragmatico che un riformista

Rohani, più un pragmatico che un riformista

di Luca Fortis
20 Giugno 2013
in Interviste

Le mille anime dell’antica Persia e della repubblica islamica hanno trovato il loro compromesso per i prossimi anni. Hassan Rohani ha vinto al primo turno le elezioni presidenziali iraniane. I dati ufficiali del ministero dell’interno parlano di una vittoria netta con il 50,71 per cento dei voti. Un distacco enorme sul secondo classificato, il sindaco di Tehran, Mohammed Baqer Qalibaf, che si è fermato al 16 per cento. Per capire se il nuovo presidente sarà capace a mediare tra le speranze del popolo, le rivendicazioni e pretese delle mille anime del regime e le richieste della comunità internazionale ho chiesto un parere a Nima Baheli, esperto di geopolitica e collaboratore di Limes, che in un nostro precedente colloquio aveva gia’ indicato come possibile l’opzione Rohani.

Alla fine ha vinto uno dei due candidati che avevi segnalato come possibile sorpresa.

Era prevedibile che Rohani potesse attirare su di sé le aspettative degli iraniani stanchi della retorica incendiaria di Ahmadinejad. Inoltre, è stato aiutato dal fatto che il sindaco di Teheran, Qalibaf, che era indicato da molti come uno dei possibili vincitori, non era ben visto dall’ayatollah Khamenei in quanto rischiava di diventare un Ahmadinejad con base popolare. Rohani è un personaggio trasversale, ha conosciuto ed è stato in esilio con l’ayatollah Khomeini, durante la guerra Iran-Iraq, è stato responsabile della difesa aerea con l’ayatollah Rafsanjani ministro della difesa, per poi diventare, con Rafsanjani presidente della repubblica, presidente del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale. Negli anni della presidenza Khatami era il capo negoziatore nella trattativa sul nucleare e sospese il programma, sia come segno di buona volontà, sia per fermare un potenziale attacco di George Bush. Parlando della questione nucleare ha sempre detto che ogni suo passo è sempre stato concordato con la guida suprema, l’ayatollah Khamenei. Addirittura ha ricordato come quest’ultimo gli avrebbe detto all’epoca “non c’era una sola notte in cui non ho pregato per te.” Il suo ruolo è diminuito con la presidenza di Ahmadinejad, ma è comunque stato negli ultimi anni il rappresentante di Khamenei al Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale. È stato fin dall’inizio uno dei padri fondatori della rivoluzione islamica ed è un mediatore tra le tante anime e correnti del regime. Ha meno potere dell’ayatollah Rafsanjani, e questo lo rende un referente più malleabile per Khamenei, ma è un pacificatore.

Rohani vuole davvero trovare un compromesso con la comunità internazionale sul nucleare o è semplicemente una foglia di fico che permetterà al regime di tranquillizzare l’occidente e di nascosto andare avanti per la sua strada?

In Iran vi è una fortissima crisi economica dovuta alle sanzioni imposte al paese per la mancata collaborazione con l’Aiea. L’ayatollah Khamenei ha capito che il rischio di rivolte popolari simili alla primavera araba è molto alto e ha quindi deciso di risollevare economicamente il paese. L’unico modo per farlo è convincere la comunità internazionale a togliere le sanzioni e quindi la guida suprema è entrata nell’ordine delle idee che una qualche forma di compromesso sul nucleare andrà trovata. Rohani è la persona giusta. Io non lo definirei un riformista, ma un pragmatico. É considerato dalla comunità internazionale uno dei migliori frutti della rivoluzione islamica. Inoltre, è il frutto della mediazione tra l’ayatollah Khamenei e Rafsanjani.

Il nuovo presidente ha già chiarito quali siano i paletti: il rispetto reciproco, la tutela degli interessi di entrambe le parti e il diritto dell’Iran ad avere una politica nucleare. Certo sono paletti che sembrano lasciare poche speranze, ma in realtà quando ci siede ad una trattativa si tenta di partire non sembrando troppo deboli. La novità sta nel fatto che per la prima volta il regime sembra davvero intenzionato a trovare una mediazione.

Il presidente Obama, se non farà lo stesso errore di George Bush che mise l’Iran del presidente riformista Khatami nell’asse del male, ha davvero la possibilità di trovare un compromesso accentabile per la comunità internazionale.

Rohani ha vinto le elezioni promettendo qualche riforma interna. Vi è qualche possibilità che le speranze di libertà del popolo si avverino?

Le parole chiave della campagna elettorale del nuovo presidente sono state “moderazione” e “prudenza”. Rohani ha detto, nel suo primo discorso dopo le elezioni, che il vero vincitore è il popolo. In campagna elettorale ha promesso che avrebbe creato un ministero per le donne in modo da promuovere i loro diritti. Vedremo se manterrà all’impegno. A una giornalista che gli ha chiesto se farà qualcosa per migliorare la libertà di stampa nel paese ha risposto che “non sarà lui a dare più libertà di stampa, ma sarà il popolo che la otterrà grazie al suo voto di cambiamento”. Bisogna però far notare che il presidente ha aggiunto che questo processo avverrà nel rispetto dell’attuale legge. Quindi solamente il tempo permetterà di capire quale sia il reale pensiero di Rohani a riguardo. Verosimilmente penso che il presidente favorirà qualche cambiamento perché sa di avere di fronte una società giovane e in cui il mondo femminile ha un peso notevole. Se il sistema vuole essere stabile deve in qualche modo intercettare le loro esigenze. É probabile quindi che ci troveremo di fronte a un governo simile a quello di Khatami con i suoi pregi e difetti.

Quali furono i difetti del governo di Khatami?

In prospettiva diede molte speranze agli iraniani che poi non riuscì a portare a termine fino in fondo. Si può dire però che negli otto anni della sua presidenza Khatami aprì come non mai il paese al mondo e concesse le più ampie libertà dalla rivoluzione del 79. Il suo tentativo fallì principalmente per due motivi: l’inserimento dell’Iran da parte dell’amministrazione Bush nell’asse del male e alcuni limiti e debolezze del regime.

Come saranno i rapporti con i paesi vicini sotto la presidenza di Rohani?

Il nuovo presidente ha dichiarato di voler dei rapporti di buon vicinato con tutte le nazioni della regione, escluso Israele. Per questo si è detto disponibile a risolvere tutte le attuali contrapposizioni. Mentre Ahmadinejad usava toni incendiari, Rohani usa sempre toni pacati e quindi, come nella più antica tradizione persiana, bisogna capire ciò che dice “tra le righe”. Ogni dettaglio ha un suo perché. E’ molto indicativo che la casa regnante Saudita, con cui l’Iran ha rapporti altalenanti, sia stata la prima a congratularsi con il neo presidente. Anche il fatto che Rohani abbia concesso ad Al Jazeera una delle sue prime interviste è molto simbolico, perché l’emittente qatariota ha spesso avuto duri scontri con il governo iraniano.

Il miglioramento dei rapporti con i vicini del Golfo Persico sarà anche favorito dal fatto che, sia l’ayatollah Rafsanjani, che Velayati, personaggi molto influenti dell’establishment islamico, hanno già intrapreso contatti con l’Arabia Saudita. Su questo fronte, sarà molto interessante capire chi saranno i ministri del nuovo governo. Secondo alcuni è probabile che Velayati possa diventare ministro degli esteri e Khatami negoziatore sul nucleare. Quest’ultima mossa sarebbe vista molto bene all’estero perché sarebbe uno scambio di ruoli che riporterebbe le lancette del tempo indietro. Infatti, quando si ottenne l’unica sospensione del programma nucleare Iraniano, Khatami era presidente e Rohani capo negoziatore.

In generale io penso che sarà un governo forte con personalità trasversali con idee anche molto diverse tra loro. Sarà un esecutivo di mediazione tra le varie anime della repubblica islamica.

L’Iran è stato spesso accusato dai vicini di fomentare e finanziare i movimenti politici sciiti nei paesi arabi. Come si muoverà su questo fronte il nuovo presidente?

La Siria è il tassello centrale della politica regionale del paese. Tramite di essa si ha potere negoziale con Israele minacciando un possibile conflitto e si controlla in Libano Hezbollah. Inoltre, il paese è l’anticamera dell’Iraq, nazione che ha una classe dirigente che al tempo di Saddam Hussein era in esilio in Iran e che ha una popolazione a maggioranza sciita. L’Iran ha quindi chiaramente interesse che il regime bahatista siriano, suo storico alleato, resti al potere. Rohani ha però concesso qualche apertura dicendo che considera Bashar al-Assad il presidente legittimo fino al 2014, avendo vinto le elezioni, ma che dopo accetterà qualunque governo scelto dal popolo siriano. L’importante ha aggiunto è che non vi siano interferenze straniere.

A mio parere, visto che nessuna delle due parti riesce a prevalere nella guerra civile siriana, alla fine si cercherà una qualche forma di compromesso. Si potrebbe guardare all’esempio libanese e creare un sistema che riporti le lancette indietro al 2009 creando un sistema politico che garantisca le due potenze che hanno sempre avuto la maggior influenza sul paese, la Russia e l’Iran, lasciando però ampi spazi a forze politiche vicine agli interessi sauditi e statunitensi.

 

Luca Fortis

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Ex-redattore de Il diario del lavoro

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