Botta e risposta Scalfari-Camusso sulla riforma del mercato del lavoro.
Acceso botta e risposta sul mercato del lavoro tra Eugenio Scalfari e il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Scalfari in un editoriale di Repubblica cita una sua l’intervista a Lama e dice che i sindacati dovrebbero rileggerla nel suo testo integrale. “Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione – scrive citando Lama – vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea”.
“La politica salariale nei prossimi anni – prosegue l’allora segretario generale della Cgil nell’intervista – dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti”. “La cassa – aggiunge – può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento”. “Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d’una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti”.
Non si è fatta attendere la risposta di Susanna Camusso che ha scritto a Repubblica dicendo “oggi l’urgenza è la riduzione della precarietà, che viene prima, molto prima, di altri temi”.
Camusso sottolinea le differenze con quel periodo, a partire “dalla distribuzione del reddito tra profitti e retribuzioni che non aveva lo squilibrio di oggi, fino al problema della produttività che decresce, non per colpa dell’articolo 18 ma, al contrario, al crescere della precarietà, che non ha neanche incrementato l’occupazione, producendo invece quel lavoro povero su cui sarebbe bene interrogarsi”.
Al tavolo col governo, ricorda il segretario della Cgil “ci siamo trovati di fronte ad un documento del ministro non condiviso da nessuno. Senza nostalgie di nessun tipo pensiamo sia utile proporre un negoziato vero e non affidarsi a ricette preconfezionate il cui fallimento è nei numeri della precarietà e della disoccupazione”. (LF)




























