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Home - Approfondimenti - Interviste - Dal vertice di fine marzo una strategia ingiusta e sbagliata

Dal vertice di fine marzo una strategia ingiusta e sbagliata

11 Aprile 2011
in Interviste

Il vertice di primavera dei capi di Stato e di governo di fine marzo tra la crisi libica e la difesa dalla speculazione finanziaria internazionale che si era scagliata contro il Portogallo, ha trovato modo di approfondire anche i temi della crescita economica, varando un Patto per la competitività in Europa che significherà per tutti lacrime e sangue. Si tratta infatti di decisioni molto dure che avranno conseguenze molto dure sul potere di acquisto, quindi sul tenore di vita. Walter Cerfeda, per anni segretario della Confederazione europea dei sindacati, adesso alla Fondazione Bruno Trentin, ne trae un giudizio assolutamente negativo. Si tratta, dice, di misure ingiuste e sbagliate economicamente.

Cerfeda, sono decisioni condivisibili?
Assolutamente no, il sindacalismo europeo non potrà non essere in profondo disaccordo e lottare contro di esse.

Andiamo per gradi, vediamo prima nel concreto quali decisioni sono state prese.
Il vertice di primavera ha indicato in termini precisi procedure e contenuti di un nuovo modello di governance in Europa, decidendo di accelerare i piani di stabilità finanziaria per il rientro dei deficit e dei debiti nei paesi europei rispetto alle quantità a suo tempo indicate.

Cosa significa questo?
Che i paesi europei devono far rientrare i deficit e quindi non possono più agire sulla spesa pubblica e devono prevedere piani di rientro del debito accumulato oltre il 60%. Per capire cosa può significare, basta pensare che attualmente il nostro debito ammonta al 118% del pil.

Tutto ciò in nome della competitività?
Sì, l’Europa chiede agli stati membri, specie quelli che fanno parte dell’eurozona, di non ricorrere più a scorciatoie per ritrovare competitività. Non più deficit spending, non più svalutazione.

Una novità forte?
Certamente per l’Italia che negli anni 90 ha ritrovato la sua competitività ricorrendo a fortissime svalutazioni e negli ultimi anni ha manovrato abbondantemente la spesa pubblica. Adesso dovremmo basarci solo su una corretta politica fiscale per reperire le risorse necessarie allo sviluppo.

Agendo per esempio sul sommerso?
Quanto recuperato dal sommerso può andare a coprire il deficit, ma poi c’è sempre il debito da ripianare e anche velocemente. Per cui, se non si può più usare la spesa pubblica e non si può più svalutare, perché lo statuto della Bce lo vieta, non si può ricorrere che a una tassazione nei confronti delle rendite finanziarie e dei grandi patrimoni.

Il vertice di primavera lo ha specificato?
No, ma solo lì è possibile andare a cercare le risorse necessarie. La via è obbligata.

Ancora, cosa ha deciso il vertice?
Qualcosa di molto importante per la dinamica salariale.

In quali termini?
E’ stato deciso che i salari lieviteranno solo sulla base della crescita della produttività. Attualmente i salari recuperano i tassi di inflazione e crescono in termini reali per l’aumento della produttività. In futuro il collegamento con i prezzi non esisterà più. I salari cresceranno solo se crescerà la produttività, altrimenti resteranno fermi, quindi in termini reali decresceranno. La dinamica dei salari pubblici dovrà tener conto dell’andamento della produttività dei privati e si dovrà tener conto della crescita media dei paesi europei, proprio per evitare sperequazioni.

Richieste molto pesanti.
E non si fermano qui, perché parallelamente il documento finale del vertice di primavera ha chiesto di eliminare ogni centralizzazione delle politiche salariali, in pratica intervenendo contro la realtà dei contratti nazionali di categoria. Ha anche affermato che devono cadere tutti i sistemi di indicizzazione dei salari, ma noi per fortuna non abbiamo più la scala mobile, che resta solo in Belgio.

Perché questa battaglia alle centralizzazioni?
C’è coerenza: se la crescita dei salari può esserci solo dove aumenta la competitività, questa può essere seguita e incentivata soprattutto in azienda.

Voi siete contrari a queste decisioni?
Non potrebbe essere altrimenti. E’ intollerabile che l’Europa, dopo aver chiuso disinvoltamente gli occhi con chi ha generato la crisi, le banche e i grandi centri finanziari, e dopo averli rifocillati abbondantemente con risorse a valanga, poi scarichi il deficit di competitività sul lavoro.

A pagare sarebbero i lavoratori?
Se tagli la spesa pubblica, che sono pensioni e welfare, e poi attacchi i salari, è evidente che il peso va tutto sui lavoratori e questo il sindacato non può accettarlo. Ma si tratta anche di una manovra sbagliata economicamente. Il pil europeo è costituito per l’86% dalla domanda interna, se si riduce il potere di acquisto dei lavoratori si va diritti verso la recessione. I sindacati europei si battono contro queste decisioni antisociali. A Budapest 100mila persone hanno manifestato la loro opposizione. La Ces al contesso di Atene a metà maggio varerà un programma di lotte.

Con qualche speranza di successo?
Diciamo che si apre una fase di confronto duro. Poi si vedrà.

Ma esistono alternative?
Il vertice di primavera ha stanziato un fondo per combattere la speculazione finanziaria a difesa dei debiti sovrani. Noi vorremmo che si stanziassero anche delle risorse per aiutare lo sviluppo dell’economie dei paesi membri. Comunque noi lotteremo contro questa linea di politica antisociale, iniqua, ingiusta, non in grado di produrre un vero risanamento. Sono due anni che andiamo avanti per questa strada e non abbiamo avuto alcun risultato, se non in Germania e pochi altri stati. Mentre altrove l’economia ha ripreso e i tassi di sviluppo sono tre volte quelli europei. Si deve cambiare linea.

Massimo Mascini

 

 

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