Prosegue con difficoltà la trattativa per il rinnovo del contratto del terziario. Negli incontri del 15 e del 21 gennaio, dopo l'interruzione del negoziato voluta dalle imprese, le posizioni dei sindacati e quella di Confcommercio non si erano avvicinate. Filcams, Fisascat e Uiltucs avevano espresso l'esigenza di "una svolta radicale" rispetto all'atteggiamento di chiusura alle richieste dei lavoratori, ma dichiarano che non ci sono stati cambiamenti sostanziali nelle riserve di Confcommercio sui contenuti della piattaforma. Questi i punti sui quali il dissenso tra le parti sembra essere più netto: quattordicesima, malattia, apprendistato, domeniche/festività, diritti sindacali, part-time e contratti a termine, orario di lavoro e bilateralità. Tutti punti sui quali si concentra il nodo fondamentale, strategico della trattativa e delle sue difficoltà: le questioni – collegate – della flessibilità e della produttività, che Confcommercio considera il fulcro dell'intero impianto contrattuale, come venne ribadito, in quei giorni, da Francesco Rivolta, presidente della commissione sindacale dell'associazione imprenditoriale, in una intervista a Il Diario del Lavoro.
Ha detto il segretario generale della Fisascat, Pierangelo Raineri, che gli oltre due milioni di lavoratori del settore, si aspettano dal contratto salari più equi e maggiore difesa delle proprie professionalità. Lo stesso Raineri ha sottolineato come l'obiettivo del sindacato sia quello di ampliare le tutele anche al di fuori del posto di lavoro, sia per quanto riguarda l'assistenza sanitaria integrativa che per la costituzione di un fondo contrattuale che garantisca gli ammortizzatori sociali a tutti.
Dopo gli incontri del 28-29 gennaio e 1 febbraio, le organizzazioni dei lavoratori hanno accusato Confcommercio di non voler entrare nel merito della piattaforma e hanno respinto l'ipotesi di aumentare da 38 a 40 le ore settimanali, a parità di salario e congelando i permessi retribuiti. Per il segretario generale della Uiltucs, Brunetto Boco, le imprese continuano a non rispondere alle esigenze espresse nella piattaforma. In sostanza, al centro dello scontro vi è il fatto che, secondo Confcommercio, i costi del contratto devono essere recuperati attraverso un incremento di produttività, flessibilità, anche attraverso deroghe alle norme contrattuali. I sindacati rispondono che il compito del contratto nazionale è di recuperare il potere d'acquisto dei lavoratori, mentre la produttività è il tema del secondo livello, e quindi, come dice Boco, "non vi può essere nessuno scambio tra incremento salariale e produttività".
Anche per quanto riguarda la parte salariale, resta distante la posizione tra le parti: l'incremento che scaturisce dai calcoli della Confcommercio porterebbe a 55 euro a regime nel biennio, contro i 78 proposti dal sindacato. Commenta Gianni Rodilosso, segretario nazionale della Uiltucs: "E' una posizione tesa a destrutturate il contratto nazionale che mantiene pregiudiziali inaccettabili anche su una parte, quella salariale, sulla quale avevano promesso un'apertura".
La strada della trattativa rimane dunque decisamente in salita e dopo gli ultimi incontri, che si sono tenuti l'11, il 12 e il 13 febbraio, non c'è stato avanzamento in nessuno dei temi centrali.
Secondo Rodilosso, le imprese presentano proposte peggiorative rispetto alle norme già esistenti. "Se Confcommercio non cambia filosofia – dice il sindacalista – sarà difficile evitare lo sciopero del 21 marzo".
Allo stato, come si vede, rimangono tutte le distanze e non ci sono ancora le condizioni per chiudere il negoziato.
Giulia Laruffa



























