Marzo nero per le compagnie aeree statunitensi. La guerra in Iraq e la paura per la polmonite acuta hanno spazzato via le prenotazioni, scese – secondo la Air Transport Association – tra il 30 e il 40% rispetto all’anno precedente.
Un calo che dovrebbe mantenersi anche nelle prossime settimane: le prenotazioni per i prossimi 60-90 giorni sono stimate in flessione del 20% per i voli interni, del 40% per quelli transatlantici, del 15% per quelli diretti in America Latina e del 30% per quelli destinati nell’area del Pacifico.
A pesare in maniera decisa, proprio questi ultimi: date per scontate le defezioni transatlantiche, a causa della guerra, le aziende statunitense – particolarmente attive sulle tratte asiatiche – non avevano messo in preventivo il rallentamento dei voli verso il Pacifico segnato dalla diffusione dei casi di Sars.
Sindrome che ha spinto i viaggiatori d’affari – proprio questo è lo zoccolo duro per le trasferte asiatiche – a rinunciare alle loro sortite: secondo un sondaggio della Business Travel Coalition (Associazione che supervisiona il traffico aereo legato alle uscite di lavoro), oltre il 27% delle grandi aziende ha rinunciato a spedire i manager verso il Pacifico.
Per ora, a subire maggiormente il marzo difficile del trasporto aereo civile statunitense sono state American Airlines e Continental Airlines: la prima ha visto ridotto il proprio traffico complessivo del 4,8% – rispetto al medesimo periodo dello scorso anno – e la seconda dell’8,3%. Per American Airlines la flessione massima riguarda i voli transatlantici (scesi dell’8,5%), per Continental, invece, quelli verso il Pacifico (-21,9%).
Tuttavia – nonostante il momento negativo – quella odierna potrebbe rivelarsi una giornata sostanzialmente positiva per il comparto delle compagnie aeree. Il Congresso – atteso dall’approvazione del bilancio supplettivo di guerra presentato dall’Amministrazione Bush – ha aggiunto allo stesso documento una cifra intorno ai tre miliardi di dollari per l’industria aeronautica in crisi.
Ieri la Casa Bianca aveva fatto sapere di considerare la cifra eccessiva, ma – con l’auspicio che i loro amministratori delegati si riducano i lauti stipendi – il Congresso potrebbe farla passare lo stesso.
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