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Home - Approfondimenti - Analisi - Bruno Trentin, il precursore

Bruno Trentin, il precursore

di Bruno Ugolini
27 Ottobre 2016
in Analisi
Bruno Trentin, il precursore

E’ possibile parlare di Bruno Trentin come precursore? L’interrogativo è stato posto nel corso di un seminario svoltosi a Torino a cura dell’Istituto Gramsci e della Cgil. Gli interventi di Enrica Valfrè, Ilaria Romeo, Pietro Marcenaro, Vittorio De Martino, Igor Piotto hanno preso lo spunto dalla presentazione del libro “L’itinerario di Bruno Trentin”, curato da Ilaria Romeo e Sante Cruciani (Ediesse). Io sono stato chiamato a parlare in particolare su un tema caro a Trentin: “L’utopia realistica della trasformazione del lavoro”.

Dove nasce questo progetto di trasformazione, prima di tradursi in libri importanti come “La libertà viene prima”,  “La città del lavoro”, “Il coraggio dell’utopia?”. Credo che si debbano rintracciare primi riferimenti all’epoca in cui Trentin, su proposta di Giuseppe di Vittorio viene a Torino per partecipare a una ricognizione sulla realtà della Fiat. E’ il tempo dell’autocritica, dopo la sconfitta nelle elezioni di Commissione Interna, il tempo del cosiddetto “ritorno in fabbrica” e della valorizzazione della contrattazione aziendale. Ha scritto Giovanni Destefanis, dirigente Cgil a Torino: “Ho incontrato Bruno Trentin tra la metà degli anni ’50 ed i primi del ’60, nella vecchia sede della Camera del Lavoro di Corso Galileo Ferraris. Facevo parte della quarantina di membri di Commissione Interna della Fiom alla Fiat che si riuniva settimanalmente con i dirigenti della organizzazione torinese.

 

Si trattava dello scambio di informazioni, studio e ricerca delle iniziative per uscire dalle condizioni di cattività in cui ci trovavamo, superstiti di una sconfitta sindacale, quella del 1955, aggravata dalla guerra fredda, nell’ isolamento della divisione sindacale e della discriminazione politica. A volte, raramente, venivano Vittorio Foa, e anche Fernando Santi, della Fiom e della CGIL Nazionale. Poi, con frequenza maggiore, Bruno Trentin, allora, credo, all’ ufficio studi a Roma. Una partecipazione più diretta e specifica, la sua, alle vicende di Torino e della Fiat. Piuttosto silenzioso e riservato dedicava ai nostri racconti, analisi, opinioni, l’attenzione assorta che gli era propria, ponendo qualche interrogativo di approfondimento. Oggi la definirei un’appropriazione critica, con beneficio di inventario da parte sua, di un politico e studioso che segue la sua strada, con la sua dotazione, fuori da schemi approssimativi, con un ampio raggio di conoscenze da noi vagamente percepito”.
Nasce in quella esperienza la prima intuizione, credo, circa la sua “utopia realistica”. Una conferma la troviamo qualche anno dopo quando divenuto segretario generale della Fiom firma con Fim e Uilm un contratto per i metalmeccanici che assegna più peso alla parte normativa rispetto alla parte salariale.

 

 L’iniziativa dei metalmeccanici a quel punto comincia ad affrontare alcuni temi centrali per il progetto trentiniano. Li cita ancora Destefanis: “La ricomposizione del lavoro contro la parcellizzazione dequalificante, la rotazione delle mansioni, le pause, il diverso rapporto tra operai e tecnici e impiegati, la democrazia delle assemblee in fabbrica”. Temi, obiettivi che suscitano aspre discussioni anche all’interno del mondo operaio.  Ricordo ancora, durante l’autunno caldo, gli striscioni di “Lotta Continua” che polemizzano contro quelli che chiamano i “delegati bidone”, i nuovi rappresentanti sindacali eletti dalla base contrapponendo a questa richiesta invece una più alta richiesta salariale. E con altre motivazioni altri nello stesso PCI e nella Cgil non erano d’accordo. Ha scritto lo stesso Trentin: “Da un lato si manifestò l’avversione viscerale di un movimento come Lotta Continua nei confronti del cosiddetto “delegato bidone”. Che con il suo ruolo nella contrattazione delle condizioni di lavoro, offuscava non solo il primato di una lotta salariale alla francese, ma la stessa ragion d’essere di quel movimento.

 Dall’altro lato, vi è stato chi, fra i più prestigiosi e rigorosi esponenti dell’ala moderata e conservatrice del PCI, combatté strenuamente questa deriva considerata “democraticistica” e “spontaneista”, per difendere, con il forte sostegno di alcuni apparati locali, la sopravvivenza delle commissioni interne, ormai divise e impotenti”. Nuovi obiettivi prendono spazio partendo proprio dalla conquista di quei “delegati bidone” e dei consigli di fabbrica: i ritmi, l’ambiente, la salute attraverso lo slogan caro anche a Ivan Oddone (“la salute non si vende”), l’inquadramento unico, il diritto all’informazione, il piano di impresa, la codeterminazione. Ha scritto Iginio Ariemma curatore di molte opere su Trentin: “Per migliorare la vita operaia, il sindacato doveva contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro e la stessa organizzazione produttiva, non soltanto il salario. La libertà nel lavoro è per Trentin la risposta al fordismo e al taylorismo, è l’obiettivo primario.

 

La libertà più che il pane, più che il salario, perché dall’autonomia nel lavoro dipende l’autorealizzazione del lavoratore e del suo progetto oltre che il miglioramento delle sue condizioni di lavoro e di vita. Non si comprendono le piattaforme contrattuali dei metalmeccanici degli anni sessanta e settanta ed in particolare l’impostazione, teorica e pratica, dei delegati e dei consigli di fabbrica se non si parte dalla volontà di estendere le possibilità della libertà nel lavoro”. Fino ad arrivare agli anni 90 quando Trentin diventa segretario generale della Cgil e promuove nella conferenza di Chianciano il programma fondamentale della Cgil basato sul sindacato dei diritti e della solidarietà. Un sindacato che guarda alla persona del lavoratore prima della classe e si batte per una solidarietà tra i lavoratori basata sul progetto e sul programma prima e al posto dell’ideologia.

Troviamo una motivazione di questa azione rivendicativa promossa col sindacato in un libro-intervista che ho curato nel 1994: “Il coraggio dell’utopia”. Qui Trentin spiega come “una persona, la quale, anche per un’ora della sua vita, sia soggetta ad un lavoro parcellizzato, in cui viene espropriata della sua capacità creativa o della sua autonomia di decisione, è un uomo segnato in tutta la sua vita e nelle sue attività quotidiane, libere o non libere che siano”. É la premessa alla sua “utopia concreta». Trentin non pensa all’avvento di un paradiso socialista. “Non insegue”, spiega Iginio Ariemma “anzi smaschera chimere o illusioni e in special modo mistificazioni e aporie… “. La sua utopia è volta a trasformare la vita qui e ora: non rappresenta la scomparsa del lavoro subordinato o del lavoro tout court, nel futuribile regno della libertà, ma già oggi la libertà nel lavoro, l’autonomia, la codeterminazione e la partecipazione democratica nei luoghi di lavoro; non l’alibi dell’estinzione dello Stato, ma subito la socializzazione e la democratizzazione della politica e del potere pubblico.. il socialismo non può più essere considerato un modello di società valido ma «una ricerca ininterrotta della liberazione della persona e della sua capacità di autorealizzazione». Per questo, secondo lui occorre introdurre nella vita quotidiana «elementi di socialismo», tra i quali «fare della persona e non solo delle classi il perno di una convivenza civile».

Non sono elaborazioni quelle di Trentin riferite a un vecchio sorpassato sistema produttivo. Valgono soprattutto per il futuro, per l’oggi. Lo si capisce meglio rileggendo alcune pagine del suo volume “La città del lavoro”. Un volume analizzato in numerosi saggi raccolti in una altra importante pubblicazione curata da Alessio Gramolati e Giovanni Mari dell’Universita di Firenze dal titolo: “Il lavoro dopo il Novecento. Da produttori ad attori sociali. La città del lavoro di Bruno Trentin per un’altra sinistra”. Qui si parla tra l’altro di una quarta rivoluzione industriale con le innovazioni nel campo della robotica, della genetica, della sharing economy, dei big data, della cloudcomputing… Processi in cui appare la crescente responsabilità che assume il lavoratore nel ciclo produttivo. Un lavoratore , scrivono gli autori, chiamato a nuove “conoscenze insieme alla sua autonomia e capacità di interazione con molteplici piattaforme e competenze; nonché dal saper affermare creatività e spirito critico, anche se esercitati da una posizione di lavoro subalterno”. Un nuovo modo di lavorare e di stare nel processo lavorativo che non cancella il conflitto, anche se sposta il baricentro su fattori che nel lavoro rigidamente organizzato erano considerati marginali, come il diritto all’accesso alle nuove conoscenze, alla formazione, alla ripartizione delle responsabilità produttive, alla partecipazione alle forme dell’organizzazione del lavoro, alla ‘codeterminazione’ dei temi legati all’aggiornamento, alla formazione e alla ricerca”.

Un nuova realtà, accanto certo a vecchie realtà che portano oggi il nome dell’espansione terrificante nell’uso dei voucher o delle forme di vera e propria schiavitù presenti nelle piantagioni meridionali. Il formarsi di nuove realtà industriali indicano però un Trentin precursore. Nella prefazione della edizione francese de “La città del lavoro”, Jacques Delors ha scritto che Trentin “va più lontano di ogni visione dell’autogestione e della cogestione” proprio partendo dell’idea che fonda il lavoro, cioè la libertà e l’autorealizzazione della persona, e cerca di costruire insieme la società del lavoro senza ingenuità, senza illusioni basiste, con il concorso di tutti: dallo studioso all’ingegnere, dall’operaio al capo officina, dal programmatore al responsabile. In altri termini: fare emergere l’intelligenza collettiva dei lavoratori”.

Bruno Trentin però ha faticato molto e fatica ancora oggi nel cercare di far valere la sua utopia. Comincia addirittura nel 1957 facendosi protagonista di una cortese ma netta polemica con Palmiro Togliatti. Questi in una valutazione, espressa nella relazione al Comitato centrale del Pci, sostiene che “non spetta ai lavoratori prendere iniziative per promuovere o dirigere il progresso tecnico» e che «la funzione propulsiva si esercita unicamente attraverso l’aumento dei salari». Trentin in una lettera così risponde: “Francamente noi pensiamo che la lotta per un controllo e un giusto indirizzo degli investimenti nelle aziende presuppone in molti casi una capacità di iniziativa da parte della classe operaia sui problemi connessi con il progresso tecnico e la organizzazione del lavoro”.
Sono polemiche e scontri che poi rimbalzeranno a lungo anche nella stessa Cgil e che hanno accompagnato, per ragioni diverse, l’evolversi dei rapporti unitari, il decadere di forme di partecipazione, come i delegati e i consigli , la linfa democratica del sindacato. Ed è ancora Trentin a far sentire la sua voce, la sua critica in un discorso pronunciato in occasione del centenario della Fiom. Osserva tra l’altro: “le Rsu non sono buone per tutti gli usi e per tutte le stagioni: o sono uno strumento di partecipazione collegata a un certo tipo di contenuto rivendicativo, oppure sono la brutta copia delle commissioni interne. Così è stato negli anni venti e nel periodo che va dai primi anni sessanta al ’69-70, quando sono venuti coincidendo un certo tipo di tematica rivendicativa e politica, con la ricerca di nuove forme di rappresentanza”. Una tematica, ricorda ancora, basata “sulla contrattazione dei tempi di lavoro e delle cadenze, le prime forme di negoziazione dell’organizzazione del lavoro, le questioni della salute e delle 150 ore, Il campo strategico della formazione”.

Non si può non ammettere che la stessa Cgil ha spesso dimenticato la lezione di Trentin. É proprio Susanna Camusso a ricordarlo nel saggio raccolto nel libro citato di Gramolati e Mari. Qui Camusso rievoca ad esempio l’accordo del 1993. Esso dispiega inizialmente grandi risultati, come i rinnovi dei Ccnl, l’estensione della contrattazione aziendale. Non dispiega però la sua potenzialità, scrive Camusso, nel contrattare l’organizzazione del lavoro, la qualità, la professionalità, l’avanzare sulla libertà nel lavoro. Qui credo che il bilancio debba essere più critico, afferma Camusso. E ancora osserva come “Utilizzando il ragionare di Trentin potremmo dire che i premi di risultato si sono in gran parte piegati alla misura della redditività, o al valore fisso più che a parametri connessi all’organizzazione del lavoro e professionalità, diventando troppo spesso il centro, a volte esclusivo, della contrattazione. Ben poco si é affermato in spazi di codeterminazione. Una sorta di lunga stagione di assuefazione progressiva al rinnovo dei premi e alla difesa – con accordi nobili e molto importanti – dell’occupazione. Una contrattazione quindi che non riusciva ad affrontare i processi di trasformazione”.

C’è anche chi, come Giuseppe Berta, studioso dei problemi del lavoro. sia convinto che “il sistema sindacale rischi di essere diviso “tra un’anima che, anche per voler sopravvivere in fabbrica, deve sposare quasi a priori le ragioni del cambiamento tecnologico e organizzativo dell’impresa e un’altra che, per tenere in vita le ragioni del confitto, ripudia la strada, rischiosa e impervia, della partecipazione ed accentua fino ad esasperarla quella del conflitto e dell’antagonismo con l’autorità aziendale”. E Berta accusa in sostanza la Fiom di aver sposato questo seconda anima, dimenticando Trentin. Senza tener conto, a dire il vero, di non pochi accordi firmati dalla stessa Fiom fino ad arrivare forse nei prossimi giorni alla firma del contratto nazionale. Semmai saprebbe interessante capire se quel contratto é coerente con quella “utopia concreta” di cui abbiamo parlato.

Così come sarebbe interessante indagare sul possibile rapporto tra le idee trentiniane e la Carta universale dei diritti varata dalla Cgil e che dopo tante manomissioni allo Statuto dei lavoratori propone diritti e tutele per l’intero mondo del lavoro in tutte le sue sfaccettature. Trentin aveva auspicato nei suoi ultimi anni di vita, qualcosa di ancora più ampio aggredendo anche i problemi del. Welfare. Così, operando con la commissione programma dei DS, nel 2002, aveva elaborato una estesa carta dei diritti che avrebbe dovuto caratterizzare il partito nato dopo lo scioglimento del PCI. Tale Carta prevedeva il diritto alla sicurezza sociale (in vecchiaia, in malattia, tra un lavoro e l’altro ecc.), la parità tra uomo e donna, nessuna discriminazione anche salariale nei confronti dei giovani e dei lavoratori immigrati, il diritto alla certezza del contratto, ma soprattutto alcuni nuovi diritti quali il diritto alla formazione permanente e alla riqualificazione (anche come sicurezza per la occupabilità) e il diritto alla partecipazione e alla codeterminazione, come persona e in modo collettivo, attraverso l’informazione e la consultazione sul processo produttivo, in particolare nei momenti di ristrutturazione e di mutamenti tecnici e organizzativi. Un modo per ribadire ancora una volta quella sua utopia: il controllo e l’autogoverno del lavoro e la partecipazione democratica alla gestione delle imprese, condizioni da cui dipendono la libertà nel lavoro e l’autorealizzazione della persona.

Ho detto all’inizio che questa utopia non riguarderebbe solo l’organizzazione del lavoro, ma la società stessa. Mi piace ricordare che in una delle sue ultime interviste Trentin, parlando del partito democratico, aveva detto di voler morire socialista. Ma quale socialismo? Aveva scritto: “Certo il socialismo non è più un modello di società compiuto e riconosciuto, al quale tendere con l’azione politica quotidiana. Esso può essere concepito soltanto come una ricerca ininterrotta sulla liberazione della persona umana e sulla sua capacità di autorealizzazione …”. Sarà possibile riprendere il cammino di questa utopia concreta? Trentin ci ha lasciato con un messaggio sconfortato. Ha scritto sul suo diario, nel 2003, quattro anni prima di morire: «Sento che il mio messaggio sulla libertà nel lavoro, sulla possibile autorealizzazione della persona umana non è passato e che la politica ha preso un’altra strada. Questo vuol dire essere Out , bellezza…”. Una specie di “de profundis” amaro, parafrasando Humphrey Bogart.

Ecco, bisognerebbe poter smentire quelle amare parole. Forse si può.

Bruno Ugolini

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