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Home - Notizie del giorno - Cambiamento climatico, danni crescenti per l’economia italiana: il Pil può perdere fino al 6% entro il 2050

Cambiamento climatico, danni crescenti per l’economia italiana: il Pil può perdere fino al 6% entro il 2050

25 Agosto 2026
in Notizie del giorno
caldo

Il cambiamento climatico rischia di avere conseguenze sempre più pesanti sull’economia italiana, sulle infrastrutture e sulla capacità delle imprese di affrontare eventi estremi. È il quadro che emerge dal report presentato in occasione della Venice Climate Week, che analizza gli impatti fisici, economici e finanziari del rischio climatico in Italia e il livello di preparazione del sistema produttivo, con l’obiettivo di offrire a imprese e istituzioni uno strumento per orientare strategie, interventi e politiche.

Gli ultimi undici anni sono stati classificati tra i più caldi della storia e nel 2024 e nel 2025 la temperatura media globale si è attestata su valori prossimi a 1,5 °C in più rispetto ai livelli preindustriali. In Europa il ritmo del riscaldamento è doppio rispetto alla media globale e l’Italia figura tra i Paesi in cui l’accelerazione è più marcata. Le evidenze scientifiche delineano quindi una traiettoria chiara: in entrambi gli scenari analizzati dallo studio, per l’Italia è previsto entro dieci anni un aumento delle temperature superiore a 2 °C, accompagnato da una crescente esposizione a eventi climatici estremi sempre più frequenti e intensi. Le conseguenze economiche e finanziarie dei danni climatici sono destinate a diventare particolarmente rilevanti.

Entro il 2050 si prevede una progressiva riduzione del Pil compresa tra l’1,6% e il 6%, a seconda dello scenario considerato, con effetti diretti anche sulla sostenibilità della finanza pubblica. Sul fronte delle imprese, l’indagine condotta su un campione di 350 piccole e medie aziende italiane restituisce un quadro ancora poco strutturato nella gestione del rischio climatico e prevalentemente orientato al breve periodo. Solo il 34% delle imprese intervistate attribuisce al tema un ruolo significativo o centrale nei propri sistemi di gestione del rischio, il 14% ha introdotto misure a sostegno della continuità operativa e della resilienza del business e appena il 10% ha adottato interventi di adattamento rivolti a infrastrutture e asset fisici.

Il ritardo emerge anche dagli strumenti utilizzati per affrontare il problema: non più del 18% delle imprese coinvolte nell’indagine ricorre infatti a strumenti digitali, comprese applicazioni di intelligenza artificiale, o a piattaforme dedicate alla gestione del rischio climatico fisico. Diversa la situazione tra le grandi imprese, dove non mancano casi di eccellenza. Anche grazie ai segnali provenienti dalla regolamentazione, alla pressione degli investitori e a una visione strategica di più lungo periodo, queste aziende risultano più avanzate nella gestione del rischio climatico.

Nella parte conclusiva, il report individua alcuni ambiti prioritari di intervento per le istituzioni pubbliche e il settore privato, proponendo di considerare le azioni necessarie a ridurre la vulnerabilità delle imprese e del sistema produttivo italiano non soltanto come strumenti di protezione e contenimento delle perdite, ma anche come un’opportunità di trasformazione. La gestione del rischio climatico fisico può infatti tradursi in un’occasione di ammodernamento delle infrastrutture, efficientamento dei processi e riposizionamento competitivo, con ricadute positive sul piano economico, occupazionale e della produttività. In questo quadro trovano spazio anche le applicazioni dell’intelligenza artificiale, considerate rilevanti lungo l’intero ciclo di gestione del rischio: dalla misurazione e valutazione della vulnerabilità degli asset alla pianificazione degli interventi di adattamento, dai sistemi di monitoraggio e allerta precoce alla risposta in tempo reale durante gli eventi estremi, fino al supporto nelle fasi di recupero successive a un disastro.

La sfida delineata dal report, dunque, non riguarda soltanto la gestione di un rischio, ma la capacità di governare una trasformazione già in atto. Per affrontarla sarà necessario superare approcci frammentati e di breve periodo, integrando il rischio climatico nei processi decisionali, nelle strategie industriali e nelle politiche pubbliche, attraverso una collaborazione sempre più stretta tra imprese, istituzioni, sistema finanziario, comunità scientifica e attori del territorio.

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