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Home - Notizie del giorno - Confcommercio, al via a Bologna l’iniziativa “inCittà – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono”: un negozio su cinque destinato a sparire entro il 2035

Confcommercio, al via a Bologna l’iniziativa “inCittà – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono”: un negozio su cinque destinato a sparire entro il 2035

20 Novembre 2025
in Notizie del giorno, In evidenza
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Prende il via a Palazzo Re Enzo a Bologna la due giorni organizzata da Confcommercio “inCittà – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono”. In vista dell’iniziativa è stato pubblicato un rapporto dell’Ufficio Studi di Confcommercio sul tessuto commerciale delle città, da cui emerge un quadro di profonda contrazione avvenuta nel corso degli ultimi dodici anni particolarmente visibile nei centri storici e nei piccoli comuni. Sono più di 140mila attività al dettaglio, tra negozi e ambulanti, che hanno cessato l’attività; una perdita di imprese che incide non solo sull’economia locale, ma anche sulla vivibilità degli spazi urbani.

Un ulteriore elemento critico segnalato nel rapporto riguarda i circa 105mila locali commerciali oggi sfitti, un quarto dei quali inutilizzati da oltre un anno. Senza interventi mirati, la situazione rischia di peggiorare. Le stime indicano che entro il 2035 potrebbero chiudere altre 114mila imprese del settore, pari a oltre un quinto di quelle ancora attive. Per molte città medio-grandi del Centro-Nord, dove la densità commerciale sta diminuendo rapidamente, l’impatto sarebbe particolarmente severo. In alcune aree del Mezzogiorno il calo appare meno marcato, complice la riduzione dei residenti e una minore diffusione degli acquisti online.

In Italia si stimano per il 2025 circa 105 mila negozi sfitti, un quarto dei quali inutilizzati da oltre un anno. La cifra deriva dall’ipotesi di un saldo netto negativo di 7.500 attività all’anno, assumendo che tra il 2023 e il 2025 la rete commerciale abbia continuato a ridursi con lo stesso ritmo registrato nel periodo 2011-2022. L’analisi dei dati mostra che le Regioni più colpite, in valore assoluto, sono quelle con la struttura commerciale più estesa: quasi 9.500 negozi vuoti in Lombardia, oltre 9.100 in Veneto e poco meno di 9.000 in Piemonte. Se invece si considera il peso dei locali sfitti rispetto al totale della rete distributiva, l’impatto maggiore riguarda le Regioni più piccole. In Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Liguria risulta sfitto più di un quarto delle attività censite.

La chiusura dei negozi di prossimità, poi, fa crollare il valore degli immobili fino al 16%, con un differenziale che può arrivare al 39% rispetto a un’abitazione in un quartiere ricco di attività commerciali. Secondo un’indagine sulla desertificazione commerciale realizzata da Confcommercio in collaborazione con Swg e presentata a Bologna durante dell’iniziativa, gli italiani vogliono vivere in quartieri con più negozi di prossimità, luoghi che costituiscono il principale elemento della qualità della vita urbana insieme agli spazi verdi. I negozi rappresentano attivatori di socialità per il 64% degli italiani, garanzia di cura e pulizia degli spazi pubblici per il 62% e presidi di sicurezza per il 60%.

Il desiderio di avere più negozi sotto casa, per 2 italiani su 3, deriva dall’esigenza di avere più opportunità di scelta e ridurre gli spostamenti. Negli ultimi 10 anni gli italiani hanno percepito sempre più chiaramente le chiusure di attività economiche di quartiere, in particolare negozi di articoli sportivi, librerie e giocattoli (55%), abbigliamento, profumerie e gioiellerie (49%), arredamento e ferramenta (46%), alimentari (45%). Un fenomeno che, secondo l’indagine, genera per la stragrande maggioranza degli italiani un senso di tristezza e contribuisce al calo della qualità della vita.

I negozi di prossimità, inoltre, rappresentano il principale elemento che contribuisce alla qualità della vita urbana per gli italiani, dopo bar e ristoranti (78%) e spazi verdi (66%), e la loro presenza incide significativamente sul valore immobiliare: un appartamento in una zona ricca di negozi vale mediamente il 23% in più rispetto a un immobile in un’area mediamente servita.

Le attività di quartiere sono riconosciute come presidi di comunità: per il 64% degli italiani favoriscono la socialità, per il 62% migliorano la cura e la pulizia degli spazi pubblici, per il 60% aumentano la sicurezza e per il 57% tutelano le persone più fragili. Anche i dehors sono apprezzati perché favoriscono la convivialità (84%) e rendono più belli gli spazi urbani (69%).

Nonostante la crescita dell’e-commerce, il 67% degli italiani dichiara di volere più negozi di vicinato nel proprio quartiere per minimizzare gli spostamenti e il 68% vorrebbe un mix di negozi piccoli e medi per avere maggiori possibilità di scelta, con percentuali che raggiungono il 75% al Sud e nelle città medio-piccole.

La chiusura dei negozi continua a essere uno dei fenomeni più temuti: l’80% degli italiani prova un senso di tristezza nel vedere saracinesche abbassate, il 73% collega la chiusura dei negozi al calo della qualità della vita. Rispetto a dieci anni fa, le attività scomparse più notate sono i negozi di libri, articoli sportivi e giocattoli (55%), abbigliamento e profumerie (49%), ferramenta e arredamento (46%), alimentari (45%).

Altra criticità riguarda gli affitti brevi, visti come causa rilevante della crisi abitativa nei centri urbani, con il 50% degli italiani che li associa direttamente all’aumento dei prezzi degli affitti per i residenti, mentre il 42% lamenta una conseguente diminuzione della disponibilità di alloggi.

Nelle città dove la pressione turistica è medio-alta, gli intervistati lamentano un aumento sbilanciato di attività dedicate al cibo (49%) e una crescita dei negozi per turisti con prodotti di bassa qualità (23%). Questo fenomeno porta alla sostituzione dei negozi tradizionali con quelli dedicati ai turisti (17%), contribuendo a una perdita di servizi e di autenticità dell’offerta. A fronte di un 24% che riconosce agli affitti brevi un beneficio nel “recupero di alloggi inutilizzati”, prevale nettamente una percezione negativa (46%).

Per quanto riguarda i luoghi di acquisto abituale, la ricerca evidenzia come i piccoli esercizi siano preferiti per bar e pub (88%), farmacie (87%), tabacchi e quotidiani (85%). Supermercati e grandi superfici dominano invece per i prodotti alimentari a lunga conservazione (64%), articoli sportivi (58%), elettronica e telefonia (56%).

Quote interessanti emergono per il commercio ambulante, in particolare per gli alimentari freschi (11%) e l’abbigliamento e calzature (10%).

Nel percorso verso la definizione di una Agenda Urbana Nazionale, sul modello delle esperienze già avviate in altri Paesi europei, Confcommercio propone che i diversi livelli di governo – nazionale, regionale e locale – collaborino alla creazione di un quadro stabile, coerente e abilitante per la valorizzazione delle economie di prossimità e delle imprese del terziario di mercato.

A livello nazionale, si chiede di garantire un coordinamento stabile delle politiche urbane e territoriali, promuovendo linee guida condivise e l’integrazione dei diversi programmi e fondi europei e nazionali (PNRR, Fondi di Coesione, URBACT, ecc.) in una strategia unitaria dedicata alla rigenerazione urbana e al rafforzamento delle economie locali. A livello regionale, è fondamentale valorizzare e armonizzare l’esperienza dei Distretti Urbani dello Sviluppo Economico, superando la frammentazione normativa e definendo regole minime comuni per il funzionamento, la governance e il coinvolgimento degli attori locali, con particolare attenzione alla dimensione di servizio alla comunità e all’uso dei dati per la programmazione territoriale. A livello comunale, si propone la redazione di Programmi Pluriennali per l’Economia di Prossimità, strumenti integrati per coordinare le diverse azioni di contrasto alla desertificazione commerciale.

“Viviamo una stagione di profonda e drammatica incertezza. Il sistema distributivo continua a pagare un prezzo alto per la fragilità della spesa delle famiglie. La domanda interna resta vulnerabile e questo si riflette sull’intero tessuto economico e sociale”. Lo ha sottolineato il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. “Oggi più che mai va ribadito un punto fermo le attività economiche di prossimità sono parte dell’identità delle nostre città e dei territori, generano lavoro, relazione sociale, qualità della vita. Le nostre imprese sono anche presidi insostituibili di sicurezza e contrasto al degrado”. La collaborazione con le istituzioni e le forze dell’ordine è “decisiva anche per temi come l’abusivismo, la contraffazione, la criminalità economica – ha proseguito Sangalli – per questo la stessa agenda urbana nazionale non è un’opzione: è una priorità”.

Il lavoro sull’agenda urbana europea e sulla nuova politica di coesione è “fondamentale – ha affermato – questo impegno ha davvero senso solo se si traduce in una coerente agenda urbana nazionale, sostenuta da una governance dedicata, stabile e certa.
Questo è il patto che proponiamo: istituzioni, imprese e cittadini, pubblico e privato insieme, per le città”.

Secondo il presidente di Confcommercio “serve una visione strategica e coordinata che consideri commercio, turismo e servizi nelle città come bene comune. Le città sono in continua trasformazione, talvolta senza un disegno organico. E con rischi contrapposti. Da un lato la desertificazione imprenditoriale, per cui hanno chiuso oltre 140mila esercizi commerciali negli ultimi 12 anni; dall’altro il cosiddetto overtourism, laddove l’affitto breve senza regole non solo penalizza le imprese dell’accoglienza. E le contraddizioni tra prossimità ed e-commerce”.

Reagire alla desertificazione commerciale “non solo è possibile, ma è necessario – ha poi affermato – per farlo è fondamentale livellare il campo da gioco: regole chiare, stabili, eque. Senza il nostro tessuto economico, dal commercio ai trasporti, dal turismo, alla ristorazione fino ai servizi, l’Italia non sarebbe l’Italia delle piazze, scelta ogni giorno dai turisti di tutto il mondo perché scelta dai nostri cittadini. Una ragione in più per un turismo regolato, innovativo, sostenibile. E’ fondamentale il rapporto con le istituzioni locali e le stesse Camere di commercio”.

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