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Home - Approfondimenti - Analisi - Dialogo sul sindacato dei poveri

Dialogo sul sindacato dei poveri

di Marco Cianca
13 Gennaio 2021
in Analisi

Nel dopoguerra le confederazioni furono guida e motore della ricostruzione. Ora servirebbe uno sforzo ancor più titanico. Roberto Benaglia, segretario generale della Fim-Cisl, in un’intervista al Diario, ha detto che non si può restare senza far niente quando le file davanti alla Caritas si allungano sempre di più. Ma non è solo un problema morale, di coscienza: il mondo che conoscevamo sta crollando e non ci si può attestare a tutela di certezze ormai logore. La massa dei nuovi poveri cresce in modo esponenziale e preme alle porte di chi è difeso dai contratti, dalla cassa integrazione, dalla pensione. Milioni di senza lavoro, di giovani, di donne, di artigiani, di commercianti, di imprenditori. E poi gli invisibili, il popolo dei lavoretti, degli interstizi, della precarietà. La pandemia travolge anche l’italica arte di arrangiarsi. 

Il nuovo conflitto di classe è tra chi percepisce un reddito e chi non ce l’ha. L’invidia, la rabbia, la paura, il risentimento sono una miscela esplosiva. Che succederà quando avrà fine il blocco dei licenziamenti? Mario Draghi e Raghuram Rajan hanno anche lanciato un allarme sulla solvibilità delle imprese, oberate da debiti che molto difficilmente potranno onorare.

Il sindacato, l’unico soggetto veramente forte, presente sul territorio, patronati compresi, con una ramificazione paragonabile solo a quella dei carabinieri, potrebbe svolgere un ruolo essenziale, di fronte alla volatilità dei partiti ridotti a mere macchine del consenso. Eppure, la sua voce è flebile, ripetitiva, scontata. Un’assenza imperdonabile. Che fare? Ne parliamo con Giuliano Cazzola, appassionato protagonista del passato e attento studioso del presente, anch’egli collaboratore del Diario. 

“La situazione – esordisce-è eccezionale ed esige risposte eccezionali.  Stiamo combattendo contro un nemico invisibile e imprevedibile. Possiamo sconfiggerlo ma dobbiamo prendere atto di questo cambiamento epocale. Confrontarsi con una nuova realtà e indicare un credibile modello di sviluppo. Il sindacato è stato capace di modificare la cultura della gente nella riconversione post-bellica e nell’immane spostamento di risorse e di persone dall’agricoltura alla fabbrica. Il piano per il lavoro lanciato da Giuseppe Di Vittorio aveva questa finalità. Bisognerebbe essere capaci di indicare una proposta per il Paese”.

Mancano le idee o le persone per realizzarle?

“Tutte e due. C’è un gap culturale. La disperazione rischia di prevalere sulla razionalità.  Il populismo non è altro che la pretesa di semplificare problemi complessi. Anche la gestione dell’emergenza sanitaria è caduta in questa trappola. Le classi dirigenti sono abbacinate dai miliardi promessi. Sembrano zio Paperone che aspetta di fare il bagno tra i suoi dollari. Ma non è questa la realtà.   Hai fatto bene a ricordare l’allarme lanciato da Draghi e Rajan. Lo sforzo finanziario messo in campo dalla BCE e dalla Ue viene presentato come una sorta di ravvedimento operoso per le vecchie e ‘’sciagurate’’ politiche del rigore. Si tratta invece di politiche dettate dall’emergenza che non possono diventare perenni e normali. Rischiamo di scambiare l’eccezione con la regola e viceversa. Quando un paese è in guerra impiega tutte le risorse di cui dispone per vincere, ma non può stare sempre in guerra”.

Il Coronavirus ha fatto esplodere ritardi e contraddizioni mai risolte.

“Il fatto è che non si avanti ma indietro. Anche per il modello contrattuale si sta tornando alla centralità di quello nazionale, dimenticando l’importanza degli accordi aziendali in termini di aumenti salariali. Come si vuole affrontare il tema della produttività? Si è consapevoli che le aziende sotto la spinta della crisi stanno accelerando, smart working a parte, sulla strada dell’automazione?  È indispensabile avere una linea, non si può andare allo sbando. Qui ognuno fa quello che può. Gli errori sono sempre possibili ma diventano inevitabili quando manca un’analisi. Qual è la realtà produttiva del Paese? Un tempo ci si infervorava in dibattiti come quello tra Giorgio Amendola e Pietro Ingrao: il primo sosteneva che quello italiano fosse ancora un capitalismo straccione mentre il secondo intravedeva l’avvento di una forma di neocapitalismo nel contesto del cosiddetto miracolo economico.  E non era un dibattito teorico: le differenze di analisi portavano alla individuazione di strategie politiche e sindacali differenti (si pensi alla svolta della contrattazione integrativa) ed anche di alleanze diverse. Oggi, di che si discute? Si ha la percezione di quanto le restrizioni ai confini fra i vari Paesi colpiti dal Covid stiano incidendo negativamente sulle nostre esportazioni? Questa miopia affligge anche la Confindustria. Tutti sono solo capaci di chiedere al governo ma nessuno ha il coraggio di dire cosa può fare lui”. 

Come si affrontano in concreto la disoccupazione e l’impoverimento crescente?

“Qui c’è una contraddizione. Anche dalle ultime rilevazioni Excelsior delle Camere di commercio emerge che non si riescono a coprire tutti i posti disponibili. Manca la mano d’opera, anche per gli impieghi meno qualificati”.

La difficoltà di mettere assieme la domanda e l’offerta è vecchia come il cucco. Le varie forme di collocamento sono inutili prese in giro, se non imbrogli. Il reddito di cittadinanza è nato proprio con l’intento di aiutare le persone inducendole però a trovare un posto.

“È proprio questo l’errore di base. Come si può pretendere che cerchino di farsi assumere persone non scolarizzate, disoccupati di lungo corso, gente abituata a vivere di espedienti? Servirebbero ben altre politiche inclusive. Oltre, beninteso, alla messa in campo di politiche attive efficaci ed efficienti che affrontino il mismatch tra domanda ed offerta di lavoro. È a mio avviso una questione cruciale per l’occupazione, in particolare giovanile”. 

Vengono in mente quelli che tra la fine degli anni Quaranta e i primi Cinquanta venivano chiamati lavori a regia. Si utilizzava la mano d’opera disponibile per impellenti e improvvisi compiti di pubblica utilità. Pensa quanto potrebbe servire di questi tempi un meccanismo del genere, magari nel settore dei trasporti, il più abbandonato a se stesso!

“Certo, in situazioni straordinarie servono soluzioni straordinarie. Bisogna saper prendere il toro per le corna. Capire che oltre al coronavirus c’è in azione un altro nemico. Ci hanno portato a considerare le altre persone, persino i familiari e gli amici, come un pericolo per la nostra salute. Io ho considerato prive di senso le ultime chiusure per ‘’mitigare’’ il contagio. Se la sono presa con i locali dove le persone stavano in maggiore sicurezza relativa. I ristori per i titolari possono servire a sbarcare il lunario per qualche settimana, ma le aziende muoiono”.

Le risorse ci sono?

“Ci sono, ma non le utilizziamo o le spendiamo male. Ora i miliardi del Recovery Plan sono una grande occasione, speriamo che non vadano sprecati’’. 

Ma le uniche critiche sostanziali, pur avanzate in modo ricattatorio, sono state quelle di Matteo Renzi. E il sindacato?

“Non pervenuto”. 

Eppure, non sarebbe propria questa l’occasione per imporre il sindacato come soggetto politico autonomo? Sembra di sentire ancora le voci di Pierre Carniti e Bruno Trentin

“Il sindacato le risorse le ha. Strutture, uomini, esperienze, radici. È rimasto un gigante in un mondo di nani. È come se Atlantide fosse ancora a galla e il resto del mondo fosse affondato.  Lo sai che gli immigrati iscritti sono un milione, ovvero una quota importante degli attivi? Potrebbe fare tanto. E la scuola dove la mettiamo? È il punto più critico della crisi, ma il sindacato è assente, benché rappresenti i docenti e il personale amministrativo ovvero la principale risorsa del sistema dell’istruzione. Dove è finito il sindacato che inventò le 150 ore?”.

Si attarda a difendere, lo dico alla latina per non essere offensivo, i propri clientes, occupati e pensionati. 

“I pensionati, per la verità, vengono chiamati in causa ogni volta che ci sono da fare dei sacrifici, con tagli o blocchi dei loro assegni. Il punto è che non sei credibile quando dici ai giovani che gli vuoi assicurare una pensione ma non gli indichi il modo per arrivarci. Non puoi essere il sindacato dei pensionandi”.

Nell’estate del 1980, per fronteggiare la crisi economica, la federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil avanzò, sotto la spinta di Carniti, la proposta di un prelievo dello 0,50 per cento sui salari di tutti i lavoratori dipendenti. Luciano Lama lo definì “il più nobile dei provvedimenti” ma poi non se ne fece niente per l’opposizione del Pci. L’istituzione di un fondo del genere, ammonì Enrico Berlinguer, avrebbe esposto i sindacati “al grave rischio di essere anch’essi oggetto delle proteste e delle richieste dei lavoratori delle aziende in crisi, ossia a divenire controparte di se stessi”. Oggi è ipotizzabile una misura del genere?

“Forse sì. Ma prima sarebbe necessario indicare una complessiva prospettiva di politica economica. Una nuova piattaforma dell’Eur, come nel 1978. Occorre impedire che la politica delle chiusure e dei ristori diventi una vera e propria strategia economica basata sull’assistenza. Il sindacato (come peraltro il governo) non riesce ad uscire da questa logica. La cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti si giustificano nell’emergenza, ma diventano strade a senso unico da cui non si torna indietro. Bisogna trovare un equilibrio tra esigenze di tutela e di ripresa economica perché tutto non tornerà come prima una volta passata le crisi. Le aziende non possono tenersi a lungo sacche di manodopera a zero ore. Soprattutto quelle che hanno resistito nonostante la contrazione dei mercati hanno l’esigenza di adeguare gli organici anche in vista del salto tecnologico che la pandemia ha reso più urgente”.

Se tu tornassi, per incanto, ad essere un dirigente, su cosa insisteresti?

“Sulla necessità del dibattito interno. Bisogna fare emergere tutto quel patrimonio sommerso di conoscenze e di competenze che è il solo in grado di leggere i mutamenti in corso. Esiste un sindacalismo sommerso, spesso su impulso della capacità di innovazione delle aziende, migliore di quello che appare”. 

Sindacato dei poveri. Una definizione che ti convince?

“Il sindacato nasce per i poveri e gli sfruttati. Li tutelava e li aiutava, dai corsi di scolarizzazione alle cooperative di consumo. Non può muoversi solo sul piano rivendicativo, deve svolgere un ruolo di tessitore sociale. Penso ad una rete di coesione, ad un’alleanza con il mondo del volontariato, ad accordi con la Caritas e con gli enti locali. Una confederazione della lotta alla povertà”.

Ma intanto abbiamo a che fare con una misteriosa crisi di governo.

“Il vicesegretario del Pd Andrea Orlando ci ha azzeccato quando ha definito le intemperanze di Matteo Renzi ‘’il Papeete di Natale’’. Ci sono molte analogie, infatti, tra la (per lui) incauta mossa estiva di Salvini e la levata di scudi dell’ex premier, ora senatore di Rignano. Il loro obiettivo era lo stesso: far cadere il governo e togliere di mezzo Giuseppe Conte. Differenti sono gli esiti che i due Mattei si attendono. Salvini puntava alla fine anticipata della legislatura e alle elezioni per mettere a frutto il successo delle consultazioni europee ed ottenere i ‘’pieni poteri’’ con una maggioranza di destra a conduzione leghista. Quale soluzione di un’eventuale crisi abbia in mente Renzi non è chiara; forse nemmeno a lui. Una volta era il sindacato a far cadere i governi. Adesso è seduto in tribuna a guardare”.

Marco Cianca

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