Tra governo e sindacato è ormai guerra aperta in Israele e a sancire l’apertura delle ostilità sarà uno sciopero generale che, a meno di sviluppi imprevedibili all’ultimo minuto, paralizzerà da domani la vita nel paese per un periodo indeterminato, che rischia di essere protratto.
Lo sciopero è stato deciso in seguito al fallimento dei negoziati per accordarsi su un drastico piano di austerità economica, che prevede forti tagli di bilancio, anche agli stanziamenti per le spese assistenziali e sociali, e una contrazione degli stipendi dei dipendenti statali che, ai livelli più alti come nel caso di ministri e deputati, arriverà al 21%.
È previsto pure un progressivo aumento in sette anni dell’ età di pensionamento che salirà da 65 a 67 anni.
È uno scontro che ambedue i contendenti descrivono in termini apocalittici. Per il segretario generale dell’ Histadruth (la centrale sindacale) Amir Peretz “quella che stiamo cominciando sarà la più grande lotta pubblica e sociale nella storia del paese”.
“Si tratta – ha sostenuto – di una battaglia per salvare la democrazia e anche se saremo criticati la storia proverà quanto vitale questo sciopero sia per proteggere diritti garantiti da patti di lavoro collettivi”.
Per il ministro delle finanze Binyamin Netanyahu, l’ attuazione del piano di austerità non può più attendere perchè le casse dello stato si stanno rapidamente svuotando e entro pochi mesi potrebbero non esserci nemmeno i soldi per pagare gli stipendi.
Il ministro avverte che il varo del piano di austerità è la condizione che gli Stati Uniti pongono per la concessione di aiuti economici: un miliardo di dollari a fondo perduto e la concessione di garanzie Usa su altri nove miliardi che Israele vuole raccogliere nei mercati internazionali.
Nella realtà lo scontro investe la concezione stessa di come debba essere l’economia del paese che Netanyahu, con l’appoggio del premier e dei maggiori partiti di governo, vuole di libero mercato capitalista e con minimo intervento dello stato.
Ma questo significa, dicono gli avversari, la fine di uno stato di ‘welfare’ di tipo europeo per avvicinarsi a un modello americano assai meno protettivo nei confronti delle classi più deboli e indifese.
Netanyahu afferma di voler invertire il rapporto tra il peso del minoritario e “produttivo” settore privato e quello del maggioritario ma “improduttivo” settore pubblico nell’ economia dello stato.
Ma per muoversi in questa direzione il ministro delle finanze deve attuare una serie di riforme che minacciano interessi consolidati dell’ Histadruth e protetti da patti di lavoro collettivi che Netanyahu minaccia di voler alterare per via legislativa in caso di insuccesso dei negoziati col sindacato.
In effetti lo sciopero di domani è stato deciso dall’ Histadruth proprio in seguito alla decisione di Netanyahu di presentare domani alla Knesset per il voto in prima lettura il suo piano di austerità economica, inclusi i punti oggetto di trattativa col sindacato.
L’ Histadruth è spalleggiata dai potenti sindacati che rappresentano i grandi monopoli nell’economia: le società elettrica, idrica, dei telefoni, gli enti degli aeroporti, dei porti e delle ferrovie, le banche, i dipendenti statali e parastatali. Si tratta di circa 700 mila lavoratori la cui astensione dal lavoro comporterà di fatto la paralisi dell’ economia.
Gli industriali dal canto loro denunciano i costi dello sciopero, accusano l’ Histadruth di irresponsabile sabotaggio dell’ economia del paese e minacciano nuovi licenziamenti.
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