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Home - Approfondimenti - La nota - Menarini, lavoratori in cassa integrazione per mancanza di commesse. Il punto nel rapporto della Fiom Avellino

Menarini, lavoratori in cassa integrazione per mancanza di commesse. Il punto nel rapporto della Fiom Avellino

di Elettra Raffaela Melucci
3 Aprile 2026
in La nota
Gruppo Menarini, rinnovato il contratto integrativo 2024-2026

L’allarme, scattato lo scorso inverno, ha trovato conferma nei fatti: dal 9 febbraio i lavoratori della Menarini Spa (già IrisBus, poi Industria Italiana Autobus dalla fusione di Menarini Bus di Bologna ed ex Irisbus) sono in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane a causa della mancanza di commesse. È proprio in questo scenario critico che la Fiom-Cgil di Avellino ha presentato nel corso di una conferenza stampa un rapporto realizzato da Davide Bubbico del Dipartimento di Studi Politici e Sociali dell’Università di Salerno che fotografa l’attuale situazione degli stabilimenti di Flumeri (nell’avellinese) e di Bologna per riaccendere l’attenzione su un presidio industriale e di competenze tecniche sempre più rilevante nell’ambito della mobilità sostenibile e collettiva.

Menarini s.p.a. è oggi parte del gruppo Seri Industrial dell’imprenditore casertano Vittorio Civitillo, che ha acquisito il 98% delle quote nel luglio 2024 ponendo fine all’esperienza del “polo pubblico” (precedentemente era società mista partecipata in maggioranza da Invitalia – con Leonardo e dalla turca KARSAN, – che oggi mantiene il 2% come garanzia). Di fatto, ad eccezione di Iveco, si tratta della più importante realtà industriale operante in Italia dedita alla produzione di autobus per il trasporto pubblico locale.

In generale, i dati di mercato e produzione relativi al periodo 2024-2025 rilevano un calo delle immatricolazioni in Italia (-16% rispetto al 2024), con 5.504 unità totali. Nonostante la crescita dell’elettrico (25% delle immatricolazioni), il diesel domina ancora quasi la metà del mercato (48,4%). La produzione negli stabilimenti di Flumeri e Bologna è quasi raddoppiata, passando da 165 bus nel 2023 a 365 nel 2025 (pur a fronte di una capacità produttiva di 2.000 veicoli all’anno). Tuttavia, la quota di mercato nelle immatricolazioni è scesa dal 4,8% del 2024 al 3,2% del 2025. Al primo trimestre 2026, l’azienda dispone di soli 99 autobus in portafoglio e l’assenza di nuovi ordini fa temere un fermo totale delle attività a Flumeri nei prossimi mesi. Il segretario generale della Fiom-Cgil Avellino, Giuseppe Morsa, spiega a Il diario del lavoro che dal momento dell’acquisizione Seri, con una serie di interventi, anche se parziali, è riuscita a mettere la produzione in linea con le tempistiche previste. Il problema attuale è che non si fanno gare per l’acquisizione di pullman in quanto le municipalizzate sono impegnate per la rendicontazione del PNRR in scadenza. In gioco, quindi, ci sono motivi tanto politici quanto burocratici.

Complessivamente, il gruppo impiega circa 550 persone, di cui 420 addetti (in prevalenza operai) a Flumeri, con un processo in corso di stabilizzazione di 84 unità a termine (89 totali nel gruppo), e 86 addetti a Bologna in Menarini s.p.a. e 47 nella nuova Menarini Aftersales s.r.l.. Tuttavia, il potenziale occupazionale, aggiunge Morsa, è di 1.500 lavoratori. In base all’accordo del dicembre 2024, la produzione è stata concentrata a Flumeri, mentre Bologna è diventata il centro per R&S, prototipazione e post-vendita. Menarini collabora con circa 250 fornitori, localizzati principalmente nel Nord Italia (Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte). L’indotto campano comprende circa 30 aziende (un terzo in provincia di Avellino), con un fatturato aggregato di 180 milioni di euro e oltre 1.000 addetti complessivi. Resta critica la dipendenza da mercati esteri (Germania, Turchia, Cina) per componenti chiave come batterie (olandese AKASOL con produzione in Cina), sistemi di trasmissione (ZF) e bombole metano.

E a proposito di Cina, il millantato partner cinese parrebbe scomparso. L’azienda – precisa Morsa – dice di avere una collaborazione industriale con l’azienda Yutong, produttrice di veicoli commerciali, in particolare autobus elettrici. In generale i cinesi hanno un interesse particolare su quello stabilimento, risultato dei nuovi assetti geopolitici, ma ancora non c’è qualcosa di definito.

Nel rapporto, la Fiom rilancia proposte e rivendicazioni per il rilancio di Menarini s.p.a. e del settore autobus articolate su tre livelli: istituzionale, industriale e contrattuale. Innanzitutto ponendo vincoli nelle gare d’appalto, denunciando l’assenza di norme che tutelino la produzione nazionale nelle gare delle pubbliche amministrazioni per il Trasporto Pubblico Locale (TPL). La proposta è di introdurre criteri che premino la percentuale di valore aggiunto e di componenti prodotti in Italia o in Europa, per evitare che i fondi pubblici finanzino esclusivamente costruttori esteri che competono solo sul prezzo più basso.

Quanto alla strategia industriale, la Fiom sottolinea che la competitività non si gioca solo sul costo, ma sulla tecnologia, per cui è ritenuto urgente un piano di modernizzazione degli impianti di Flumeri attraverso la digitalizzazione e l’automazione, per colmare il divario con i concorrenti globali. Fondamentale, in questo senso, anche un investimento strutturale nella formazione dei lavoratori per accompagnare la transizione verso la “fabbrica integrata” e l’elettrico, attraverso collaborazioni stabili con università e centri di ricerca.

Il punto di maggiore allarme resta l’occupazione. Senza nuove commesse, il sindacato prevede il rischio di un fermo totale delle attività a Flumeri entro pochi mesi. Oltre a proseguire il processo di stabilizzazione dei lavoratori a termine, viene chiesto di garantire il turnover previsto dagli accordi, specialmente a Bologna dove alle 30 uscite per pensionamento devono corrispondere 29 nuove assunzioni tecniche. Il sindacato richiama, infine, il ruolo di Invitalia come garante del patto parasociale, affinché intervenga qualora il piano industriale di Seri Industrial non produca i risultati occupazionali e produttivi promessi.

La richiesta, dunque, non è di solo “lavoro”, ma una di un rinnovamento della politica industriale nazionale della mobilità che protegga la filiera italiana dell’autobus, oggi ridotta a poche realtà in un mercato interno ancora dominato dal diesel e dai costruttori stranieri. “Se non c’è una rivisitazione completa del modello – aggiunge Morsa – ci troveremo sempre di fronte a questi stop and go. Occorre che la politica faccia la sua parte, mettendo in linea le gare e i finanziamenti, e che l’azienda faccia anche anch’essa ulteriori investimenti”.

Un osservazione che rientra anche nel piano di rilancio del territorio. Il panorama industriale dell’avellinese conta circa 360 aziende metalmeccaniche distribuite in 13 nuclei industriali. Questo comparto concentra la maggior parte degli addetti della provincia, grazie alla presenza di giganti come Stellantis (Pratola Serra) ed EMA (Morra De Sanctis), e a un solido indotto legato all’automotive e all’aerospazio. “La produzione di Flumeri rischia di diventare una mancata opportunità, un omicidio industriale. Le potenzialità ci sono tutte, si tratta di trovare le sinergie industriali. Un paese come l’Italia non può permettersi queste defezioni”.

Elettra Raffaela Melucci

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Giornalista de Il diario del lavoro

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