I sindacati di categoria hanno dato il via alla mobilitazione nelle società italiane del Gruppo Euronext. Di fronte all’assenza di una reale volontà negoziale, hanno spiegato i sindacati, la mobilitazione è stata una risposta necessaria, il risultato di un deterioramento progressivo. Il diario del lavoro ha intervistato il delegato nazionale della Fisac Cgil, Gabriele Poeta Paccati, per approfondire come il sindacato sia arrivato a questa scelta e quale sia quindi lo stato di salute delle relazioni industriali con il Gruppo Euronext.
Poeta Paccati, il conflitto fa parte delle regole del gioco negoziale, dove interessi contrapposti si confrontano al tavolo, ma in questo caso denunciate che manchi un confronto reale ma si limiti a interlocuzioni esclusivamente formali, che cosa intendete?
Gli incontri si tengono solo perché previsti da obblighi formali: contrattuali o di legge. Ma manca completamente la volontà di costruire soluzioni condivise, Registriamo come non ci sia la volontà di giungere concretamente a costruire insieme dei percorsi di condivisione. Il problema è tutto qui: senza un vero confronto non si arriva ad alcuna condivisione e, quindi, a nessun accordo. Anche percorsi difficili o conflittuali possono portare risultati, ma solo se c’è la volontà di trovare un punto comune.
Le vostre relazioni industriali sono state sempre così formali oppure c’è stata un’escalation che vi ha portato oggi a protestare?
Il rapporto è sempre stato formale, ma il problema oggi è che come parti sociali dobbiamo risolvere dei problemi che hanno un’altra dimensione rispetto al passato e che negli anni diventano sempre più spinosi. L’occupazione e l’occupabilità in primo luogo, accompagnate dalle incessanti trasformazioni del lavoro in un gruppo che evolve continuamente.
Avete sottolineato come gli stessi dirigenti del Gruppo Euronext (dal CEO in giù) asseriscano pubblicamente che non c’è alcun progetto per trattenere i talenti e che “l’intelligenza è una commodity e non serve all’interno del gruppo”. Cosa significa, non sono interessati a personale intelligente e qualificato?
Questa notizia è riportata nel comunicato ai lavoratori. Esiste sicuramente un problema: non si investe realmente sulle persone nel lungo periodo e l’azienda si può permettere il lusso di spostare le competenze da un Paese all’altro, verso Parigi oppure il Portogallo, dove sono più controllate o costano di meno. Quindi prendono il know how aziendale, lo assorbono e lo spostano. Tutto questo, per noi, non è accettabile. Certo, è una operazione che purtroppo avviene nelle multinazionali, ma in questo caso il processo è particolarmente grave. Serve un presidio di queste competenze, che sono un patrimonio, un asset importante da salvaguardare.
Come avviene questo spostamento di competenze da uno Stato all’altro?
Per esempio vengono creati dei team internazionali che favoriscono la circolarizzazione delle competenze. Il risultato è che le attività a maggior valore aggiunto finiscono per essere trasferite altrove, fuori dall’Italia, una volta che il know-how è stato condiviso e reso disponibile su altre piazze. Ripeto, funziona così anche altrove , non siamo in presenza di una anomalia assoluta, il problema però si pone perché nel nostro caso stiamo parlando di una infrastruttura strategica per il sistema Paese. Non stiamo parlando di una questione o problematica interna all’azienda, come per esempio una normale contesa redistributiva tra l’azienda e i lavoratori, la questione è più estesa.
In merito allo smart working l’azienda, come avete dichiarato, ha rifiutato di netto la discussione con il sindacato. Un altro segnale di relazioni industriali in difficoltà oppure c’è un preciso motivo dietro a questo rifiuto al confronto?
Entrambi. L’azienda non si è dotata degli strumenti necessari per poter gestire il problema, perché manca la volontà di gestirlo qui in Italia, dato che le decisioni vengono prese altrove. Di conseguenza, le parole della dirigenza locale non hanno peso. Sullo smart working, così come sul premio aziendale, ci è stato detto chiaramente che le scelte sono già state definite e non sono oggetto di confronto, perché non ci compete: al tavolo si possono discutere, al massimo, il come implementarle. Si è deciso di ridurre lo smart working, e il sindacato non può entrare nel merito della decisione, ma solo nella sua applicazione. Il punto è che le ricadute non sono affatto marginali: incidono profondamente sull’organizzazione del lavoro e sulla vita concreta delle persone. E questi non sono dettagli, ma aspetti che richiedono attenzione e tutela.
Però esistono alcuni aspetti fondamentali che Euronext può reputare fuori dal gioco della trattativa, è questo il caso?
No, perché non parliamo di alcuni punti in particolare ma di tutti. Nulla è realmente oggetto di discussione: tutto viene solo comunicato senza un vero spazio di confronto. Qui nessuno del sindacato vuole prendere il posto dell’AD in termini di governance o di scelte dell’impresa. Tuttavia è importante sottolineare che non siamo esecutori di decisioni che vengono prese altrove e che invece potrebbero essere utilmente ridiscusse, a beneficio di tutti, lavoratori e azienda. Non si tratta di strappare l’euro in più ma di governare dei cambiamenti
importanti, che esistono, si vedono e sono molto profondi. Quindi mi chiedo: vogliamo pensare di gestire le cose a colpi di decisioni prese altrove ed applicate qui, come se fossimo semplicemente una filiale secondaria? Oppure si dovrebbe lavorare insieme, partendo dal rispetto di un sistema di relazioni industriali, un sistema sociale importante?
Ridurre al silenzio una parte a un tavolo di discussione è quasi un ossimoro, è questo il motivo principale dello sciopero?
Ci sono tutte le questioni di merito puntualmente indicate nei comunicati: dal Contratto aziendale, allo Smart working, fino alle preoccupazioni sull’occupazione e occupabilità. Queste vengono prima ma trovano nella mancanza di relazioni adeguate uno scoglio. Abbiamo scelto lo sciopero per la seconda volta perché è l’unico modo per creare una discontinuità rispetto a una situazione che è largamente inaccettabile. Non trovo altri termini, guardi, è semplicemente inaccettabile che un Gruppo di queste dimensioni, importanza e rilevanza, non si doti di una struttura di relazioni industriali all’altezza del compito che deve svolgere.
In che senso non hanno una struttura di relazioni industriali adeguata?
il nostro settore, quello finanziario, in generale si è dotato di buone e solide regole di relazioni industriali, che funzionano. Naturalmente esiste il conflitto, ma c’è comunque il reciproco riconoscimento e la stabilità delle relazioni, attraverso un dialogo frequente tra le parti, perché necessario e costruttivo.
Quindi Euronext è un caso isolato rispetto alle altre aziende del settore?
Si, è un caso abbastanza isolato. In tutte le relazioni il conflitto c’è sempre, solo che viene gestito attraverso regole condivise. Il punto di inizio è naturalmente il riconoscimento reciproco del ruolo delle parti. Un ruolo preciso dentro un sistema che evolve nell’incontro, nella dialettica, nello scontro, nella produzione di nuove regole, nel raggiungimento di accordi. Questo è quello che avviene normalmente mentre qui non avviene.
Perché questa anomalia nel disconoscere il ruolo del sindacato?
Perché si è sempre storicamente sottovalutato questo aspetto, si è sempre pensato che di poter gestire il rapporto in modo diretto tra azienda e lavoratore. Questo sistema di rapporti, per un certo periodo, è anche andato avanti negli anni in modo abbastanza tranquillo. Poi sono cominciati i veri problemi, innescati ad esempio da una trasformazione potente come è stata l’acquisizione nell’aprile del 2021 di Borsa Italiana da parte di Euronext. Verso agosto di quell’anno siamo dovuti intervenire come sindacati in maniera sorprendente. Era trapelata una voce, finita sui giornali, che parlava di un licenziamento di 200 persone per uno snellimento delle strutture italiane, per cominciare a fare le “sinergie”, cioè i risparmi di costi.
E come avete reagito?
Ci siamo subito attaccati al telefono con l’azienda e ogni sigla sindacale ha scritto diversi comunicati, sottolineando che non funziona in questo modo. Nel settore finanziario non ho mai visto licenziare nessuno, così tout court, perché le relazioni industriali appunto hanno costruito strumenti alternativi per evitare cose di questo genere. Una volta esaurite tutte le misure protettive e si arriva infine alla misura espulsiva, comunque non si traduce in licenziamento, perché prima si può utilizzare il Fondo esuberi e il Fondo di solidarietà, che permette di gestire anche i pre-pensionamenti. Sono regole costruite in 25 anni di relazioni, che permettono e hanno permesso di affrontare ristrutturazioni anche grandi e importanti. Inoltre sono disponibili molte risorse, parliamo di miliardi di utile prodotti, quindi è giusto che anche il lavoro, che peraltro produce quelle risorse, venga trattato in un certo modo. Mi sembra del tutto naturale che il settore contribuisca, anche più generale, al sistema degli ammortizzatori sociali.
Come si è conclusa la questione?
Siamo arrivati fino a un’audizione in Parlamento dell’amministratore delegato di Euronext, dove ha smentito le voci assicurato che non c’erano i 200 licenziamenti e che avrebbero proceduto a un’integrazione soft, eccetera. Purtroppo, noi il piano industriale non l’abbiamo mai potuto discutere, né averne visibilità. Un brutto biglietto da visita: si presentano con 200 licenziamenti, interviene addirittura lo Stato e ci oscurano il piano industriale. Con questo modo di fare diventa difficile affrontare i problemi.
Per esempio, quale evoluzione potreste incontrare nel prossimo futuro e che andrebbe affrontata al tavolo?
Parliamo di intelligenza artificiale: ma si può pensare di agire sulla base di decisioni prese altrove e che qui vengono semplicemente applicate? Oppure ci sono anche questioni che attengono alla stabilità occupazionale, e poi alla qualità del lavoro, come, lo sviluppo della professionalità, la formazione, o ancora lo stress da lavoro correlato. Ci sono tante questioni di merito che si potrebbero risolvere. Su ogni capitolo ci sarebbe un potenziale accordo da fare con soddisfazione reciproca, come è normale in qualunque relazione industriale. Invece qui c’è sempre uno scoglio.
Emanuele Ghiani

























