Sul disastro Ilva, per una volta, sono tutti d’accordo, imprese e sindacati: l’Italia non può rinunciare al suo acciaio, la produzione va salvata, e la strada più sicura per metterla in sicurezza è quella di un ingresso diretto dello Stato. La pensa cosi Federmeccanica, l’associazione che riunisce gli industriali meccanici, e la pensano cosi le categorie legate alle tre confederazioni Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm, ma anche un sindacato più vicino alla destra come Ugl, e un sindacato autonomo e barricadero per definizione come Usb.
L’ incontro di giovedì 5 a Palazzo Chigi, convocato in seguito alle minacce dei sindacati “autoconvocarsi” se non fosse arrivata la chiamata del governo, era guidato dal sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, presenti i ministri Urso, Pichetto Fratin e Calderone, oltre ai vari commissari chiamati al capezzale dell’ex Ilva, che hanno illustrato sotto vari aspetti (sicurezza, cessione, eccetera) il quadro attuale della situazione.
E tuttavia, la pura vasta adunata non ha sciolto i nodi: tutto rinviato a un altro appuntamento che sarà fissato entro marzo, mentre il 13, a Taranto, si svolgerà un incontro sulla sicurezza dell’impianto pugliese, alla luce dei due recenti incidenti mortali. Intanto, i commissari annunciano che presenteranno ricorso contro il tribunale di Milano, e il governo che intende procedere con la cessione al fondo americano Flacks: ennesimo tentativo di vendita che non convince nessuno, tranne il governo stesso.
E non è un caso che questa volta l’allarme più forte arrivi dai produttori, con Federmeccanica, pur non presente al tavolo, che avverte: ‘’senza acciaio italiano sarà una catastrofe”. L’ex Ilva, ha affermato il presidente Simone Bettini bocciando l’ipotesi Flacks, “deve rimanere italiana. Non sono favorevole ai fondi che entrano in un business industriale. Mi auguro che questo Paese faccia una scelta diversa”. Ilva deve rimanere in mano allo Stato, spiega, anche “perché vendere il 100% ad un privato significa che poi il governo lo va riprendere da un curatore fallimentare se succede qualcosa”. Bettini è convinto che il problema “lo può risolvere una persona: Giorgia Meloni. E noi siamo assolutamente disponibili a portare il nostro contributo”, aggiunge, annunciando che dell’argomento ha parlato stamattina direttamente col presidente di Confindustria Emanuele Orsini. Federmeccanica, insomma, è disponibile “fin da subito” a un confronto con tutti gli attori coinvolti, dai sindacati alle istituzioni, al governo: “Non c’è più tempo da perdere se vogliamo evitare una catastrofe industriale, sociale e ambientale che fino ad oggi sembra un disastro annunciato. Noi non ci arrendiamo e faremo tutto quello che è nelle nostre possibilità per invertire una rotta che sta portando alla deriva un intero sistema industriale”.
“Le nostre imprese hanno bisogno di acciaio italiano, dunque dell’Ilva -ha proseguito il presidente di Federmeccanica- l’Italia deve evitare qualsiasi forma di dipendenza, deve realizzare una piena autonomia strategica che è fondamentale per riprendere un sano percorso di crescita. È bene essere chiari: senza un’adeguata offerta di acciaio prodotto in Italia, quindi senza l’ex Ilva, questo non sarà possibile. Sono a rischio intere filiere della nostra industria”. Soprattutto, occorre evitare “abbracci mortali con chi può in qualsiasi momento rompere catene di fornitura che toglierebbero ossigeno alla nostra Industria”.
Stessi toni allarmati da parte sindacale. La strategia del Governo per l’ex Ilva è quella di “provarci con Flack” afferma Ferdinando Uliano, leader della Fim, ma, ha aggiunto, “ bisogna iniziare a pensare a un piano B, dove il Governo sia la parte trainante dell’assetto proprietario per poi aggregare gli industriali del Paese”. Un piano B che non sembra essere un nuovo acquirente, né il ritorno in scena di Jindal, che pure era stato ipotizzato: Uliano riferisce che al tavolo di Palazzo Chigi non è stato citato nulla di simile e che, anzi, ‘’c’è solo il nome solo di Flacks. E noi abbiamo ribadito il nostro scetticismo”. Il governo ha dato al fondo americano tempo tre settimane per fornire tutte le risposte necessarie a concludere la cessione, ma secondo Uliano “c’è un ottimismo secondo me sfrenato: sono due anni che inseguiamo cavalieri che non ci sono’’. Riferendosi poi alla presa di posizione di Federmeccanica, il leader Fim le definisce ‘’dichiarazioni importanti rispetto all’interesse della classe imprenditoriale italiana” e dunque, ha aggiunto, “bisogna cogliere questo elemento e cercare di concretizzarlo”.
Anche per la Fiom l’unica soluzione possibile è lo Stato: “sull’assetto proprietario – afferma Michele De Palma -l’unica soluzione possibile è la gestione pubblica degli impianti e dell’azienda per fare la transizione che serve, attraverso la decarbonizzazione della produzione di acciaio per poter garantire la continuità produttiva, ma anche la salute e la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini. Il Governo ha detto che entro tre settimane verificherà se ci saranno le condizioni per poter giungere a un elemento di conclusione con Flacks Group, noi continuiamo a pensare che la soluzione non sia il fondo. È necessario che lo Stato si assuma la responsabilità e la garanzia per i lavoratori e per i cittadini”.
Il piano di vendita a Flacks non convince nemmeno Rocco Palombella, segretario Uilm: “riteniamo che ci siano tante lacune e problemi irrisolti. Ovviamente vogliamo conoscere il piano industriale, gli investimenti e come intendono procedere. A fine mese avremo un altro incontro. Lo Stato deve rientrare a pieno titolo per poter trovare le soluzioni opportune: occupazionali, risanamento ambientale e, soprattutto, sicurezza”. Tema sul quale il sindacalista ritiene urgente “un intervento straordinario: vogliamo la certezza che non ci sia il rischio di morire per i lavoratori dell’Ilva di Taranto”.
A sua volta, la Ugl Metalmeccanici condivide “l’idea che il fondo Flacks da solo non possa gestire il più grande sito siderurgico d’Europa: chiediamo un nuovo piano industriale credibile e affidabile e la messa in campo da parte del Governo di tutti gli strumenti adeguati a gestire la situazione al meglio, fornendo un’indicazione chiara e dettagliata delle azioni previste nelle prossime settimane”.
Fa eco la Usb: “dopo l’esperienza con ArcelorMittal, è legittimo chiedersi se sia credibile che un nuovo soggetto privato possa assumersi l’onere di investimenti enormi su un impianto che necessita di interventi strutturali per miliardi di euro. Per questa ragione, ribadiamo una posizione che la nostra organizzazione ha sostenuto fin dall’inizio: un asset industriale strategico come la siderurgia italiana deve essere posto sotto controllo pubblico. Solo un intervento diretto dello Stato può garantire le risorse necessarie per rimettere in sicurezza gli impianti, ricostruire una prospettiva industriale credibile e tutelare davvero i lavoratori e la salute pubblica”.
Tutti d’accordo, insomma, sulla non opportunità di mettere il già fin troppo disastrato acciaio italiano nelle mani di un fondo estero. Tuttavia, come già detto, il governo intende procedere: i commissari straordinari hanno riferito che la trattativa per la vendita in esclusiva con Flacks Group sta in ogni caso andando avanti, e che al gruppo statunitense “sono stati chiesti chiarimenti e ulteriori approfondimenti che riguardano sostenibilità finanziaria, piano industriale, fonti di finanziamento ed eventuali accordi vincolanti con partner industriali”. Intanto, al tavolo e’ stato annunciato che, grazie alle attività di manutenzione, a fine aprile è prevista la riattivazione dell’altoforno 4 (Afo4).























