La produzione metalmeccanica italiana cresce ancora nel secondo trimestre del 2026, ma rallenta rispetto ai primi tre mesi dell’anno, in un contesto nel quale le tensioni geopolitiche e la volatilità dei costi energetici continuano a pesare sull’attività manifatturiera. Tra aprile e giugno i volumi del settore sono aumentati dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e del 2,2% su base annua, mentre la produzione industriale nel suo complesso si è fermata rispettivamente a +0,4% e +0,5%. I segnali di ripresa, sottolinea Federmeccanica nella 179esima Indagine congiunturale, rimangono però “ancora discontinui”, con un andamento che si è progressivamente indebolito fino alla frenata di giugno.
Un quadro al quale si aggiungono il ridimensionamento del portafoglio ordini, l’aumento della cassa integrazione straordinaria per crisi e riorganizzazioni e il peggioramento delle aspettative delle imprese su produzione e occupazione. Per i prossimi mesi Federmeccanica indica infatti attese “all’insegna di un peggioramento della congiuntura di settore”, con previsioni di “un calo dell’attività produttiva e un ridimensionamento dell’occupazione”.
“I punti sono diversi e si uniscono rappresentando un quadro complessivo molto critico, una situazione difficile che l’industria italiana, in particolare la metalmeccanica che è la spina dorsale della nostra economia, sta attraversando”, spiega al Diario del Lavoro Stefano Franchi, direttore generale di Federmeccanica.
La situazione resta fortemente differenziata tra i comparti. La tenuta del settore è stata sostenuta soprattutto da Autoveicoli e rimorchi, con un +3,2% congiunturale e un +13,4% tendenziale, e dagli Altri mezzi di trasporto, rispettivamente a +2,1% e +4,9%. In direzione opposta si muovono le Apparecchiature elettriche, la cui produzione diminuisce dell’1,7% sul trimestre e dello 0,9% sull’anno. Federmeccanica sottolinea come “i risultati di produzione nel periodo sono stati contrastanti nei diversi comparti”, anche per la forte eterogeneità che caratterizza l’industria metalmeccanica.
“Vediamo dei piccoli segni positivi quando si parla di produzione industriale, però allo stesso tempo ci sono tanti segnali allarmanti”, osserva Franchi. Il dato trimestrale, sottolinea, deve infatti essere letto insieme all’andamento dei singoli mesi: “Nel trimestre c’è un trend in peggioramento mese dopo mese e questo ovviamente è un dato non incoraggiante, perché c’è uno scostamento che va verso il basso più si va avanti”.
Segnali positivi arrivano dall’export. Nel primo semestre le esportazioni metalmeccaniche sono aumentate in media dell’8,3%, “sostenute soprattutto dai mercati extracomunitari (+9,9%)” rispetto al +6,9% dell’Unione europea. Le importazioni sono però cresciute ancora più rapidamente, dell’11,9%, portando il saldo dell’interscambio a circa 23 miliardi di euro, contro i 25 miliardi dello stesso periodo del 2025.
Tra gennaio e giugno aumentano le esportazioni verso Francia (+11%), Germania (+5,2%) e Spagna (+3,5%). Fuori dall’Unione europea crescono quelle verso Stati Uniti (+4,2%), Regno Unito (+2%) e Turchia (+1,7%), mentre diminuiscono i flussi diretti verso Cina (-4,1%), India (-10,2%) e Giappone (-3%). Il +118,7% registrato dalla Svizzera è dovuto, precisa l’indagine, “esclusivamente alle vendite di metalli preziosi”.
È sul lavoro e sulle condizioni delle imprese che emergono alcuni dei segnali più delicati. Nei primi sei mesi dell’anno le ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate nel settore sono diminuite del 22,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. Le richieste di CIGS hanno però superato quelle di CIGO, attestandosi rispettivamente a 73,1 e 50,7 milioni di ore. Soprattutto, “la crescita della CIGS è riconducibile soprattutto all’aumento delle ore autorizzate per riorganizzazioni e crisi aziendali (+62,6%)”, mentre quelle destinate ai contratti di solidarietà diminuiscono del 33,7%.
“Se quella ordinaria un po’ si riduce, quella straordinaria aumenta tanto ed è un altro segnale di allerta, di pericolo”, afferma Franchi. A questo si aggiunge la situazione della liquidità: “Senza liquidità non si può sopravvivere”. Il risultato, per il direttore generale di Federmeccanica, è “un quadro complesso che poi è lo specchio di una realtà difficile che stiamo vivendo”, nella quale si sommano “le guerre che ci sono”, i problemi dell’industria legati alle transizioni e le crisi connesse alla competitività: “Un insieme di fattori negativi che si uniscono, quei punti che si collegano tra di loro generando una miscela potenzialmente esplosiva”.
Le aspettative delle aziende non indicano, almeno nel breve periodo, un’inversione di tendenza. Scende dal 32 al 26% la quota di imprese che dichiara un aumento delle consistenze del portafoglio ordini, mentre rimane “elevata e pari all’11%” la percentuale di aziende che valuta “cattiva o pessima” la propria situazione di liquidità.
“Le prospettive non sono buone”, sintetizza Franchi, richiamando anche l’aumento dei costi, a partire da quello dell’energia, che “viene assorbito dalle nostre imprese che non riescono in gran parte a ribaltarlo sui prezzi di vendita”. Sono quindi costi che le aziende “si tengono in pancia” e che incidono su “margini e profitti che si riducono sempre di più”.
Sul versante produttivo, il 20% delle aziende prevede un incremento dell’attività, contro il 24% della precedente rilevazione, mentre sale dal 21 al 27% la quota di quelle che si attendono una contrazione. Sul fronte occupazionale oltre il 70% non prevede di modificare la forza lavoro, ma il saldo tra le attese di aumento e quelle di riduzione degli organici diventa negativo: “il 13% prevede aumenti a fronte del 14% che, invece, pronostica ridimensionamenti”.
A questo si aggiungono le procedure di crisi e ristrutturazione. Il 23% delle imprese coinvolte nell’indagine le ha già attivate o le sta valutando: il 12% ha già fatto ricorso agli ammortizzatori sociali, nel 3% dei casi è prevista un’attivazione nei prossimi tre mesi e il restante 8% “ha dichiarato di essere in fase di valutazione”.
Sul quadro congiunturale continuano a incidere anche le tensioni internazionali. Il 45% delle aziende considera moderato l’impatto del conflitto in Medio Oriente e il 9% nullo, mentre “il 46% ritiene significativi gli effetti del conflitto”. Tra queste ultime, “il 34% prevede un impatto significativo di lunga durata”, mentre il 12% ne ipotizza una durata breve.
L’indagine torna anche sull’aumento dei costi di energia, trasporti, logistica e assicurazioni e sulla possibilità delle imprese di trasferirli sui prezzi finali. Il 21% non ha rilevato aumenti significativi, mentre il 6% dichiara “di non aver ancora potuto trasferire i maggiori costi sui prezzi”. Nel 29% dei casi il trasferimento è stato trascurabile, nel 19% ridotto e nel 18% parziale. Soltanto il 7% “ha dichiarato di aver trasferito quasi integralmente, oltre l’80% del rincaro, l’aumento dei costi di produzione sui prezzi di vendita”.
Tra i nodi da sciogliere, Franchi indica quello della produttività: “E’ chiaro che è un fardello che ci portiamo sulle spalle da tanto, troppo tempo. E poi quando subentrano altre difficoltà questo peso finisce per schiacciarti”. Da qui il richiamo alle politiche industriali. In uno scenario globale che cambia rapidamente e nel quale pesa sempre di più la geopolitica, per Franchi va affrontato anche “il tema dimensionale delle imprese”, attraverso politiche capaci di favorirne la crescita. Servono inoltre interventi “per sostenere l’innovazione, gli investimenti”, considerati “delle radici che metti profonde, che ti consentono di guardare al futuro in maniera diversa”.
Una questione che Federmeccanica pone anche a livello comunitario. “Il sostegno agli investimenti, all’innovazione è fondamentale e servono politiche industriali a livello italiano ma anche a livello europeo”, sostiene Franchi. “Oggi dobbiamo agire non solo nei singoli Stati, ma l’Unione stessa deve mettere al centro l’industria. C’è una questione industria che emerge ogni trimestre: l’industria deve essere la priorità numero uno”.
La trasformazione industriale, intanto, sta spingendo una parte delle aziende verso nuove produzioni. Negli ultimi 12-18 mesi oltre un terzo delle imprese coinvolte nell’indagine ne ha avviate in altre filiere: il 12% nell’Automotive, il 9% nella Difesa e sicurezza, il 7% nella Navalmeccanica e cantieristica e un altro 7% nell’Aerospazio. Più della metà non ha invece diversificato “per la distanza dal proprio core business”, mentre l’8% è stato frenato da “ostacoli, difficoltà o barriere all’ingresso”.
Tra questi ostacoli il primo riguarda direttamente il lavoro. La “difficoltà di reperire personale con competenze specialistiche” raccoglie il 26% delle risposte, davanti all’assenza di certificazioni e requisiti tecnici e alle barriere regolatorie, indicate dal 23%. Seguono i vincoli finanziari e la dimensione dell’investimento, al 17%, e un “inadeguato livello tecnologico”, al 14%. Tra i vantaggi ottenuti dalle imprese che hanno avviato nuove produzioni, invece, il 25% indica “l’ampliamento dei volumi e della qualità delle lavorazioni” e il 22% “l’ampliamento e lo sviluppo delle competenze”.
Sul terreno delle transizioni Franchi richiama in particolare l’automotive e la necessità di politiche che, rispetto all’obiettivo ecologico, consentano “la possibilità di adottare tutte le tecnologie che ci sono”, facendo riferimento alla neutralità tecnologica.
“Questo dovrebbe essere il cardine di una politica industriale europea e nazionale: sostegno agli investimenti, all’innovazione”, conclude il direttore generale di Federmeccanica. Agli interventi di medio-lungo periodo devono però accompagnarsi misure immediate: “Bisogna arrivarci nel futuro, bisogna, come si dice, passare la nottata”. Per questo occorre “intervenire per ridurre quei costi che aumentano in maniera esponenziale”, a partire dall’energia, e “salvaguardare gli asset, le filiere strategiche”, tra le quali Franchi cita l’ex Ilva.
Emanuele Ghiani





























