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Home - Approfondimenti - Interviste - Gigli, le linee del nostro sindacato dopo il 2° Congresso

Gigli, le linee del nostro sindacato dopo il 2° Congresso

6 Luglio 2005
in Interviste


Il congresso è stato un momento importante anche per affrontare il tema della riforma del modello contrattuale. Quali sono le vostre posizioni?

La riforma è ormai una necessità. All’accordo del luglio 1993 vanno riconosciuti molti meriti: nel nostro settore, ha garantito i rinnovi contrattuali nei termini previsti, ma ormai non è più uno strumento efficiente. Nella condizione attuale possiamo dire di aver operato per la salvaguardia del potere d’acquisto. Molto, invece, c’è da fare per la contrattazione di II livello, per estenderla maggiormente. Nei nostri settori, ad esempio, mentre nel petrolio copre il 100% dei casi, nella moda, nella gomma e plastica arriva al 20 – 22%

 

Agire in che modo?


Mentre al contratto nazionale deve essere demandato il compito di salvaguardare il potere d’acquisto, i diritti fondamentali e generali, altri temi  vanno dirottati sulla contrattazione di II livello, in primo luogo allargando il numero di aziende in cui contrattare la parte del salario collegata ai parametri di produttività e redditività. Dove questo non è possibile, alla contrattazione aziendale può sostituirsi quella territoriale, omogenea e per settori: noi l’abbiamo realizzata nel settore della concia, ad esempio, a Santa Croce sull’Arno. E per facilitare questo processo si può pensare di ridurre la durata dei contratti a 3 anni.


 


Con quali conseguenze?


Il biennio economico attualmente rischia di sovrapporsi alla contrattazione di II livello. Con la scadenza a 3 anni si potrebbero utilizzare dei riferimenti, quali il Dpef che indica per un triennio quali sono di norma le strategie e i tassi d’inflazione. 


 


Anche il numero dei contratti è un elemento sul quale vorreste intervenire?


Non siamo favorevoli a un unico contratto dell’industria, ogni settore ha delle specificità di cui occorre tener conto. Crediamo, però, nell’utilità di una riduzione, ed è per questo che l’abbiamo già applicata nel petrolio, in cui i contratti sono passati da 2 a 1, per il gas ed acqua, passati da 5 a 1. Nel caso della chimica, poi, abbiamo scelto di introdurre una parte generale valida per tutti e, a seguire, 4 ramificazioni che garantiscono il rispetto delle specificità: lubrificanti, fibre, chimico- farmaceutica, ceramica.


 


Ma i temi su cui lavorare non sono solo questi, chiedete anche una maggiore partecipazione dei sindacati nelle imprese. Qual è l’obiettivo?


La partecipazione a cui tendiamo è quella che consente ai sindacati di prendere parte alle decisioni sulle strategie delle imprese. Attualmente si ricorre al dialogo con i sindacati solo nei momenti di crisi. Sarebbe più proficuo per l’intero sistema se invece ci si confrontasse in modo costante, anche nelle fasi di espansione.


 


Casi di partecipazione, di co-decisione preventiva ci sono stati?


Un buon esempio è senza dubbio quello di Eni, in cui abbiamo realizzato un protocollo di relazioni industriali molto avanzato, molto partecipativo. Abbiamo così potuto seguire le strategie che l’impresa stava attuando e, in qualche modo, guidare e monitorare il nuovo assetto che si delineava.


 


Un caso isolato o è uno strumento che si sta diffondendo in Italia?


In Italia far passare il principio non è così facile. In Europa sono attivi alcuni istituti che potrebbero essere esportati nella nostra realtà, ma le difficoltà non mancano. Prima di arrivare a una forma di partecipazione di alto livello, come potrebbe essere la presenza dei sindacati nei Consigli di amministrazione, ci sono diversi passaggi intermedi che potrebbero essere scelti per aprire una nuova via. Perché, ad esempio, non sperimentare la nostra presenza nei Comitati di sorveglianza?


 


Sulle politiche contrattuali avete espresso la necessità che si realizzi un coordinamento europeo. Qual è la situazione attuale?


Presiedo il Comitato contrattazione dell’European Mine, Chemical and Energy workers’ Federation (Emcef) e da questo osservatorio privilegiato ho potuto rendermi conto che esistono molti problemi e diversità a livello contrattuale. C’è una chiara disomogeneità sia tra i sistemi dei singoli Paesi membri, sia al loro interno. Pur rispettando le specificità nazionali, il nostro intento è di costruire un quadro di omogeneità, facendo leva sugli elementi comuni. Un processo difficile da attuare, anche a causa di chi privilegia i propri interessi nazionali.


 


Altro problema aperto è quello della rappresentanza, come pensate di affrontarlo?


Credo che le elezioni delle Rsu diano la misura dell’adesione dei lavoratori ai sindacati. La Cgil vorrebbe procedere a un conteggio degli iscritti: credo che sarebbe non solo una perdita di tempo, ma anche rischioso. Potrebbe innescare azioni finalizzate a ridurre il ruolo del sindacato. Già in Parlamento ci sono disegni di legge che vanno in questa direzione. Forse sarebbe più opportuno applicarci a risolvere problemi più urgenti, come ad esempio la precarietà del lavoro.


 


Un problema recente, questo?


Non come si crede. Le precarietà nel mondo del lavoro sono preesistenti alla riforma Biagi. Manca un sistema che recepisca le trasformazioni in atto, mancano regole appropriate. Occorrerebbe definire un sistema di protezione. Con i contratti attuali i giovani non hanno certezze e hanno meno possibilità: l’accesso al credito, gli acquisti sono diventati più difficili.


 


Durante i lavori del congresso la Femca ha discusso anche di rinnovamento organizzativo. In che termini?


Anche il sindacato risente della mancanza di un “ricambio”: crediamo che i giovani rappresentino il futuro ed è per questo che intendiamo attivare una politica dei quadri che li coinvolga. Un segnale di questo nostro interesse è stato espresso anche con il cambio  di due componenti della segreteria. Maggiore spazio, poi, sarà dato alle strutture periferiche.


 


In che modo?


Crediamo nel processo di decentramento e per questo operiamo nel senso di un rafforzamento della “prima linea” categoriale nelle aziende e nel territorio, sia in termini di potere, sia in termini di risorse. Miglioreremo le nostre azioni di informazione e comunicazione. Nel suo complesso è un processo ambizioso, ma il congresso si è dichiarato favorevole all’unanimità.

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