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Home - Approfondimenti - Analisi - I contenuti e lo spirito dell’enciclica del Pontefice

I contenuti e lo spirito dell’enciclica del Pontefice

22 Luglio 2009
in Analisi

di Natale Forlani, amministratore delegato di Italia Lavoro

La “Caritas in Veritate” si colloca nel solco della tradizione delle grandi encicliche che hanno dato corpo alla dottrina sociale della Chiesa cercando di coniugare la tradizione e la continuità dei valori, con l’innovazione al fine di attualizzarli nella mutevolezza dei contesti.
Non casualmente la loro emanazione coincide temporalmente con i grandi eventi che hanno segnato la storia moderna, svolgendo anche nel tempo un ruolo di contrasto verso quelle che vengono definite le “false ideologie”, prodotte da una visione classista, liberista o tecnocratica dello sviluppo, e con l’obiettivo primario di salvaguardare la centralità della persona umana in ogni contesto economico e sociale.
Un approccio lungimirante e tutt’altro che conservatore. Un esempio calzante è stato fornito, non più di diciotto anni fa, da Giovanni Paolo II con la “Centesimus annus”.
Il Pontefice, protagonista principale della caduta della dittatura socialcomunista, con profetica lungimiranza metteva in guardia dai rischi di uno sviluppo fondato esclusivamente sulla competizione di matrice capitalistica.
La “Caritas in Veritate” eredita la profezia, realizzata nella grave crisi economica, e delinea un percorso possibile per uno sviluppo economico equo e sostenibile offrendo spunti di grande rilievo per la riflessione collettiva.
L’ economia aperta e il mercato, come condizione per l’espressione della libertà e del talento e dell’autonomia degli uomini, è una costante della dottrina sociale della Chiesa. In questo, identificata dalle correnti di pensiero marxiste come baluardo ideologico del capitalismo occidentale. Sviluppo inteso  come vocazione della natura umana che per essere veramente tale deve produrre ricadute positive sulla collettività, perseguire la coesione sociale, rispettare la dignità della persona umana in ogni condizione, e coniugare eticamente l’uso delle tecnologie con il rispetto  dell’ambiente e della vita.
La centralità dei fini rispetto ai mezzi contrasta  la visione liberista del mercato che attraverso la competizione guidata dal profitto produce la “distruzione creatrice” che genera lo sviluppo. Perché il bene comune non può essere prodotto esclusivamente dal perseguimento degli interessi individuali così come il profitto non può essere assunto come indicatore unico di efficienza economica e sociale.
Diversamente, secondo la “Caritas in Veritate” il mercato può svolgere una funzione inclusiva laddove  la cooperazione tra attori e persone nelle imprese, nei territori, la capacità di erogare  beni collettivi e relazionali e di offrire opportunità e mezzi a coloro che per varie ragioni sono esclusi dal mercato, diventano indicatori di efficacia e di qualità dello sviluppo.
Questo approccio propone nel contempo un pluralismo non solo organizzativo, ma anche etico dei modelli d’impresa che operano nel mercato, siano esse individuali, familiari, cooperative, nella forma capitalistica o del no profit. Non solo legalità e rispetto delle regole, che dovrebbero essere propri di ogni impresa, ma anche l’assunzione di valori e obiettivi diversi dal mero profitto.
Non visionario, né velleitario, come dimostrano non solo l’evoluzione degli studi in materia di organizzazione del lavoro e delle imprese, ma gli stessi fallimenti di una globalizzazione guidata dalla necessità di produrre profitti crescenti, e in un’ottica di breve periodo,  per gli azionisti, che ha prodotto distacco tra finanza e produzione, processi speculativi e riduzione della coesione sociale sfociando nella caduta di fiducia collettiva che è all’origine dell’attuale crisi economica.
Pertanto, come già sottolineato in altri recenti messaggi di Benedetto XVI, il problema non è solamente quello di superare l’attuale crisi economica, quanto di ripensare le basi valoriali e operative del nostro sviluppo.
Un secondo aspetto centrale dell’Enciclica è dedicato al tema della sussidiarietà. L’approccio sociale è informato dalle premesse teologiche che danno il nome alla stessa Enciclica. Il benessere degli uomini si consegue non solo coniugando sviluppo e giustizia attraverso il mercato al ruolo redistributivo del reddito prodotto svolto dalle istituzioni, ma soprattutto attraverso la reciproca capacità delle persone di donare agli altri nel rispetto  delle diversità. E’ soprattutto l’esercizio della responsabilità sociale quotidiana che crea coesione e integrazione sociale.
Un’evidenza che viene sacrificata alle esigenze della competizione economica sottovalutandone l’impatto sui costi sociali nella promessa di risolverli con la crescita dell’economia stessa. Oppure, attraverso una pressione indistinta verso le risorse collettive destinate alle prestazioni sociali da parte dei gruppi più organizzati in nome di diritti che, non di rado, vanno a discapito delle popolazioni, delle famiglie e delle persone più bisognose.
Non a caso l’Enciclica sottolinea come gli sforzi per mobilitare le persone nell’esercizio dei doveri verso gli altri producano una coscienza civica e una coesione sociale assai più elevata della moltiplicazione delle rivendicazioni verso i nuovi diritti.
In quest’ottica suggerisce un ripensamento profondo del ruolo delle organizzazioni sindacali. Fin dalle sue origini, a partire dalla “Rerum novarum” di Leone XIII del 1891, la dottrina sociale della Chiesa si è pronunciata con decisione circa l’esigenza di promuovere le rappresentanze dei lavoratori in un ambito autonomo dalla politica e di reciproco riconoscimento con le rappresentanze degli imprenditori.
Propositi storicamente contrastati, per ragioni opposte, dalle rappresentanze imprenditoriali e dalle organizzazioni politico – sindacali di ispirazione marxista, ma attualmente riconosciuti come  patrimonio condiviso dalla maggior parte delle rappresentanze sociali che si trovano invece, nel contesto attuale, ad affrontare rischi di diverso segno. Da un lato la questione sociale, e i problemi di una equilibrata distribuzione della ricchezza, sono stati sacrificati alle esigenze della competizione ridimensionando il ruolo delle organizzazioni sindacali anche nei Paesi sviluppati.
Specularmente si sono accresciuti anche i rischi di una degenerazione corporativa degli interessi organizzati in ambiti settoriali privilegiati.
Le rappresentanze sociali vengono chiamate nel contempo a produrre uno sforzo di rinnovamento culturale e organizzativo per  dare voce a soggetti non tutelati, per sviluppare forme nuove di cooperazione internazionale rivolte a sostenere la formazione delle rappresentanze dei lavoratori nei Paesi emergenti e per contemperare le aspettative e le rivendicazioni dei lavoratori con le esigenze dei consumatori e della cittadinanza in senso più ampio.
Un ruolo delle rappresentanze che fuoriesce dall’identità categoriale e dalla pur importante esigenza di regolare i rapporti tra capitale e lavoro per assumere un ruolo fondamentale nel promuovere la partecipazione dei lavoratori nei processi produttivi e nel contribuire alle riforme sociali.
Nell’Enciclica il motore del bene comune è conseguenza dell’esercizio diffuso della responsabilità sociale, assai  più delle battaglie ideali o ideologiche per il perseguimento della giustizia, dell’uguaglianza formale e dell’adeguamento dell’intervento delle istituzioni. Aspetti che influenzano in modo determinante la coesione nelle società moderne, ma che da soli sono incapaci di produrre reciprocità, comprensione e rispetto delle diversità.
Nell’Enciclica di Benedetto XVI valori, sussidiarietà e riforme delle Istituzioni si compenetrano con l’obiettivo di coniugare lo sviluppo economico globale con un nuovo umanesimo che trae linfa vitale dal messaggio evangelico, ma che è aperto a tutti gli uomini, credenti e non credenti, di buona volontà.

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