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Home - Approfondimenti - La nota - I diari di Bruno Trentin, sindacalista e gentiluomo

I diari di Bruno Trentin, sindacalista e gentiluomo

15 Giugno 2017
in La nota
I diari di Bruno Trentin, sindacalista e gentiluomo

 

Una cosa è certa: da oggi in poi gli storici che vorranno studiare il pensiero e l’opera di Bruno Trentin negli anni in cui fu segretario generale della Cgil, ovvero dal 1988 al 1994, avranno a disposizione una fonte importante, ma sin’ora inedita. Si tratta dei suoi Diari, relativi al periodo che va, appunto, dal 4 agosto 1988 al 12 agosto 1994 e che sono stati adesso pubblicati dalla casa editrice della Cgil,la Ediesse, a cura di Iginio Ariemma.

Che Trentin tenesse dei diari era cosa nota. Nel 2008, l’anno successivo alla sua morte, l’editore Donzelli pubblicò un sorprendente Diario di guerra, steso fra il 22 settembre e il 15 novembre 1943 da un Trentin allora appena sedicenne. Ebbene, in una pagina introduttiva a questo piccolo ma imperdibile volume, la moglie, Marcelle Padovani, dice: “Sapevo che Bruno scriveva da molti anni (…) un suo diario intimo. Sapevo che ci annotava le sue letture, i suoi viaggi, le sue riflessioni sulla politica, le vicissitudini, anche private, della sua vita. Sapevo, anche perché ogni tanto me ne leggeva un brano, che si trattava di un documento pubblico- privato, di grande sincerità e trasparenza, un’analisi non diplomatica dei momenti cruciali della sua vita, e delle persone con le quali si incontrava o scontrava”.

Nella stessa pagina, Marcelle, che Trentin chiamava Marie, aggiungeva di aver però totalmente ignorato “l’esistenza di un piccolo quaderno nero risalente al 1943, dal titolo combattivo (Journal de guerre), scritto in francese quando Bruno ancora non aveva 17 anni” e spiegava che le era sembrato assurdo che il pubblico non venisse a conoscenza di quelle pagine appassionate.

Più difficile, certamente, la decisione di pubblicare almeno una parte dei diari stesi da Trentin nella sua vita adulta di dirigente sindacale di primo e primissimo piano. “Non sappiamo – scrive adesso Marcelle Padovani a premessa del volume che è stato oggi presentato in una sala della Camera dei Deputati con la partecipazione, fra gli altri, di Laura Boldrini e di Romano Prodi – quale sarebbe oggi il desiderio di Bruno Trentin: pubblicare o meno i suoi Diari, che vanno dal 1977 al 2006, e coprono venti quaderni diligentemente scritti a mano con una grafia molto leggibile”. E infatti, ammette Padovani, “non è stata una decisione facile” quella di pubblicare questa parte dei diari perché essa è relativa a quelli che “sono sicuramente gli anni più difficili della sua vita, i più tesi e i più aspri”. Anni in cui il sindacato “veniva messo alla prova” sul tema del suo “senso dell’interesse generale” e del suo “rifiuto del corporativismo”. Ovvero sui punti essenziali dell’impegno sindacale di Trentin.

Come ha ricordato oggi Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione “Di Vittorio”, gli anni che vanno dal 1988 al 1994 sono infatti anni densi di eventi forieri di grandi cambiamenti. Sul piano internazionale, si va dal massacro di piazza Tien An Men, a Pechino, al crollo del Muro di Berlino, dalla fine dell’Unione Sovietica alla stipula del trattato di Maastricht. Sul piano socio-economico, si va dall’avvio della fine del fordismo ai primi segnali dell’avvento della rivoluzione digitale. Sul piano politico, si va dalla trasformazione del Pci in Pds alla prima affermazione elettorale di Silvio Berlusconi: insomma, alla fine della cosiddetta Prima repubblica. Infine, sul piano sindacale si va dall’accordo del 30 luglio 1992, che portò al definitivo superamento della scala mobile e a un provvisorio blocco della contrattazione aziendale, all’accordo “riparatorio” del 23 luglio 1993, che vide l’affermazione della concertazione quale modalità applicativa della politica dei redditi.

Ce n’era, insomma, da mettere quanto meno in difficoltà anche il  più resistente dei gruppi dirigenti.

A vederlo da fuori, Bruno Trentin era l’immagine stessa della forza, della sicurezza, dell’ironia, del self control. A leggere le pagine di questi Diari, si rimane invece sconcertati nel trovarsi di fronte a un uomo che mostra insospettabili fragilità, e anche momenti di vera e propria depressione. E che elargisce giudizi anche molto aspri su compagni di lotta e avversari.

Perché, dunque, la pubblicazione di questi Diari? Perché, ha risposto fra gli altri Susanna Camusso, nell’intervento conclusivo della mattinata, dalla lettura dei Diari si colgono gli incontri, le letture, le riflessioni che stanno alla base della formazione dei ragionamenti strategici che Trentin riverserà poi nelle relazioni ai Direttivi e ai Congressi della Cgil, nonché, in senso più ampio, nella sua azione di segretario generale della Confederazione.

Nei Diari non c’è quindi solo un punto di vista privilegiato di un protagonista, utile allo storico per ricostruire la cronaca sindacale e politica del nostro paese nel suo farsi attorno a tappe e snodi decisivi, ma anche, appunto, il formarsi di un pensiero consapevole della crisi che attanaglia, insieme, il sindacalismo confederale e la sinistra politica, ed è teso alla ricerca costante di nuovi approdi.

Trentin si iscrisse al Pci nel 1950, quando aveva 23 anni. Ma a quell’età pur giovanissima, Trentin aveva già acquisito una solida formazione politica non comunista. Formazione su cui fu decisivo, come ha ricordato oggi lo storico Aldo Agosti, l’influsso del padre, Silvio Trentin, che era stato un dirigente del Partito d’Azione. E non per caso, quindi, la sua guerra partigiana Trentin l’aveva fatta, prima in Veneto e poi a Milano (nome di battaglia: Leone) nelle file delle formazioni di Giustizia e Libertà.

Ecco, appunto, giustizia e libertà: questa è la coppia concettuale che, dopo l’esperienza della Resistenza vissuta fra i 17 e i 18 anni, rimarrà alla base della riflessione teorica di Trentin per tutta una vita. A tale proposito, Fammoni ha ricordato oggi una illuminante frase di Trentin: “Nel binomio libertà-uguaglianza, da giovane davo più valore all’uguaglianza. Ma oggi penso che, senza libertà, non è possibile nessuna lotta per l’uguaglianza”.

Di fronte alle crisi cui sopra abbiamo accennato, come del resto in fasi precedenti della sua attività di dirigente sindacale, per Trentin è sempre stata importantissima la parola “ricerca”. Perché, secondo il suo modo di pensare, non c’erano verità predeterminate, soluzioni sicure, formule sempre valide. Bisognava, invece, studiare, pensare, cercare, capire. E, da questo punto di vista, nei Diari si trova conferma della sua quasi smodata attività di lettore, che non trascura la letteratura ma predilige la saggistica.

Da segretario generale, Trentin propone alla Cgil uno schema nuovo. I partiti tradizionali del movimento operaio sono entrati in crisi? Bene, riprendendo, sviluppando e attualizzando l’idea, cara a Di Vittorio, dell’autonomia sindacale, Trentin propone un sindacato di programma, ovvero un sindacato che possa e debba emanciparsi definitivamente dalle correnti a base partitica e fondare le sue nuove articolazioni a partire, appunto, da un dibattito programmatico. Un dibattito che consentirà, allo stesso Trentin, di formulare l’ipotesi di un “sindacato dei diritti”, ovvero di un sindacato che, in primo luogo, veda nel lavoro, e non nel reddito, un vero e proprio diritto di cittadinanza. Ma sappia anche guardare ai diritti dell’essere umano oltre il lavoro.

Ma torniamo adesso al primo diario, quello del 1943. Pare che Trentin si vantasse, se così si può dire, di aver trascorso in carcere due successivi compleanni. Quello dei 16 anni in Francia, dove la polizia di Pétain lo aveva arrestato perché vedeva in lui un giovane anarchico. E pare anche che, quando fu scarcerato, la madre gli diede una bella ripassata, per fargli capire che con la sua imprudenza poteva mettere a repentaglio la sicurezza del padre, importante dirigente antifascista nell’esilio francese. E poi quello dei 17 anni a Treviso. Qui infatti il giovanissimo Bruno fu arrestato dalla polizia repubblichina, insieme al padre, il 19 novembre 1943. Entrambi furono poi rilasciati in dicembre, ma il padre, gravemente malato di cuore, morì poco dopo, nel marzo del 1944. E fu a questo punto che, appena diciassettenne, Bruno si diede alla macchia aderendo alla guerra partigiana.

Esperienze terribili che, per chi come me lo ha conosciuto forse superficialmente, parevano non aver minimamente scalfito la forza dell’uomo, e che, invece, avevano forse lasciato tracce di dolore e di paura in un animo ferito. Aprendo questo ampio volume ci si imbatte dunque in un uomo diverso da quello che appariva. E questo ce lo rende ancora più vicino.

 

@Fernando_Liuzzi

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