Il 77% delle imprese italiane afferma di offrire soluzioni efficaci nel campo del welfare aziendale ma poco più della metà dei dipendenti, il 54%, si ritiene soddisfatto e il 65% si ritiene coinvolto nel proprio lavoro. Ancora, nel 2024, il 43% dei lavoratori era disposto a ricevere un salario più basso in cambio di un piano di welfare più ricco e personalizzato, percentuale che sale al 51% nel 2025. È quanto emerge dal report Great Employee Benefits Study 2025, dal titolo “Il Grande Gap”, realizzato Eudaimon, realtà che si occupa di welfare, del gruppo Epassi, insieme e alla finlandese all’Aalto University School of Business e all’agenzia Pole Star Advisory, su un campione di 6.000 dipendenti e 1.435 dirigenti e HR di aziende con oltre 50 dipendenti.
Il dato, afferma la ricerca, ci racconta, da un lato, di come le imprese tendano a sovrastimare i propri piani di welfare, credendo di aver già fatto abbastanza e, dall’altro, di come i dipendenti abbiano la sensazione che manchi sempre qualcosa. Tutto questo potrebbe innescare un circolo vizioso per il quale le aziende continuano a spendere risorse senza che i lavoratori percepiscano i benefici di questi investimenti. L’altro dato che riporta lo studio è che il 35% degli addetti afferma che i benefit messi a disposizione non sono utili o non vengono utilizzati e che solo il 3% delle imprese riconosce apertamente questo tema. Questa sproporzione ci mostra quanto spesso le aziende non abbiano strumenti per misurare davvero l’impatto del welfare. Molte organizzazioni si concentrano sul “dare qualcosa”, senza preoccuparsi di come questo venga vissuto, compreso e sfruttato dai lavoratori. Un benefit non utilizzato è un benefit sprecato, che rimane sulla carta ma non si traduce in valore reale. Le aziende così continuano a spendere, senza generare ritorno, e i dipendenti sviluppano disaffezione e percepiscono il welfare come un gesto vuoto.
Quello che conta, infatti, non è tanto la quantità dei servizi offerti al lavoratore ma loro qualità, ossia la capacità di incidere positivamente sulle spese, lo loro reale utilità e la capacità di intercettare i bisogni non solo personali. Infatti il 69% del campione intervistato afferma di usare il welfare per la propria famiglia, ma il 52% afferma che i servizi ricevuti non contribuiscono a ridurre le spese quotidiane o familiari.
I numeri pongono l’Italia in una posizione di ritardo rispetto ad altri paesi europei. Sul grado di partecipazione, in Germania il tasso di engagement raggiunge il 77%, nel Regno Unito l’88%, mentre nei paesi nordici, come Svezia e Finlandia, si tocca il 91%. Anche i Paesi Bassi mostrano un livello elevato, con il 90% dei lavoratori attivamente coinvolti. Il divario, registra lo studio, si vede anche nell’impegno che le aziende mettono per migliorare la condizione dei propri dipendenti adottando misure efficaci. In Italia la percentuale si ferma al 38% contro il 61% della Gran Bretagna e il 66% dell’Olanda. La natura del divario non si ferma qui. Anche dal punto di vista dei dipendenti la percezione degli sforzi messi in campo dalle aziende italiane è tra le più basse in Europa: solo il 32% afferma di notare miglioramenti nella propria esperienza lavorativa, contro il 58% nel Regno Unito e il 62% nei Paesi Bassi.
La poca attenzione allo sviluppo di programmi di welfare vicini alla persona e ai suoi bisogni può incidere negativamente sulla capacità delle imprese di attrarre e trattenere le persone. In Europa quasi 8 lavoratori su 10 dichiarano che i benefit influenzano la decisione di accettare o meno un nuovo impiego. E ancora 4 su 5 sarebbero pronti a cambiare datore di lavoro, a parità di stipendio, se un’altra azienda offrisse un welfare migliore. Nel 2024 il 57% dei datori di lavoro riteneva che i dipendenti avrebbero potuto rifiutare un’offerta di lavoro a causa di un welfare insufficiente. Percentuale in leggero calo, anche se solo di due punti, nel 2025.


























