Una detenzione non corrispondente ai diritti minimi del detenuto può costare cara al Ministero della Giustizia: è andata cosi’ nel caso di A.D., al quale via Arenula ha dovuto pagare oltre 9 mila euro per aver scontato oltre tre anni di prigione in condizioni non conformi.
Un fatto che è potuto venire alla luce grazie all’Ufficio Vertenze Legali della Camera del Lavoro della Cgil Roma centro Ovest Litoranea. “Il signor D. – spiega Simona Ferrari dell’Ufficio Vertenze della Cgil di Ostia – si era rivolto a noi per tutelare i propri diritti retributivi. A.D., infatti, durante la sua permanenza nel carcere di Rebibbia ha svolto diversi lavori: prima operaio, poi per un periodo ha svolto le pulizie e la distribuzione vitto, per un altro periodo si è occupato, per servizi esterni, di lavori edili. Nel corso dei colloqui con i nostri avvocati, che lo hanno accompagnato in tutto il percorso giudiziario, sono emersi i vari elementi che poi ci hanno permesso di ricostruire lo stato della sua detenzione”.
Una situazione che ha portato il Tribunale Ordinario di Roma a condannare, con la sentenza pubblicato lo scorso 20 febbraio, il ministero della Giustizia al pagamento di 9.480, oltre agli interessi e alle spese legali, in favore di A.D per aver scontato 1.185 giorni di prigione in condizioni non conformi ai parametri previsti dall’articolo 3 della Convezione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Per la segretaria generale della Cgil Roma Centro Ovest Litoranea, Donatella Onofri, si tratta “di una sentenza dal forte valore politico. Il carcere deve essere un luogo di riscatto, nel quale i detenuti devono potersi ricostruire una vita ed essere pronti ad affrontare il dopo, una volta aver scontato la pena. Non possiamo pensare che quando si entra in carcere si butta la chiave e via, come vorrebbe una certa parte politica, e che dietro le sbarre i diritti e lo stato di diritto siano sospesi. Questa vicenda dimostra che la Cgil è sempre a fianco delle persone e che è pronta a difenderle in ogni luogo e in ogni sede, anche nei contesti più difficili e marginali”.
La vicenda di A.D. è una storia che racconta di come la legalità e i diritti possano ancora emergere. Di come ci possa essere una sorta di lieto fine, anche se per una singola persona, nell’annosa e drammatica vicenda del sovraffollamento delle nostre carceri. Secondo i dati dell’ultimo bilancio dell’associazione Antigone, a fine 2025 erano detenute nelle carceri italiane 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti, 700 in meno di quelli effettivi di inizio 2025. E questo nonostante il lancio del piano carceri da parte del governo Meloni. Secondo quanto riportato dallo stesso esecutivo i nuovi posti avrebbero dovuto essere 864. Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. Destano allarme anche i dati delle morti: 238 persone sono decedute in carcere, 79 delle quali si tratta di suicidi.
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