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Home - Approfondimenti - La nota - La grande bufala della gig economy

La grande bufala della gig economy

5 Luglio 2016
in La nota
La grande bufala della gig economy

TaskRabbitt, Mechanical Turk, Upwork, ListMinut, CoContest. Nomi misteriosi ai più, ma non agli under 35 che lì trovano – o dovrebbero trovare – lavoro. Perché il lavoro, dice Stephanie Kasriel, amministratore delegato di Upwork, “non è più un posto”, un luogo. E’ un’idea, un’occasione, una opportunità. Upwork e gli altri sono, infatti, quella parte della sharing economy in cui non si condivide proprio nulla, alla faccia del nome, ma si cerca e si trova lavoro. Nei due sensi: si cerca e si trova chi possa svolgere un determinato servizio, si cerca e si trova chi ha bisogno di un servizio che qualcuno è pronto a svolgere. C’è da fare una traduzione, un mozzicone di software, il design di un pezzo? Si cerca su Mechanical Turk, Upwork, CoContest. Serve qualcuno che sposti un armadio, dia una sistemata al giardino, rimpiazzi la solita babysitter? TaskRabbit, ListMinute.

Lo chiamano lavoro “on call”, a chiamata o a gettone. Per i lavori virtuali, via computer, significa aprire l’occupazione a livelli globali: quella traduzione la può fare uno in America o uno in India, dove il salario minimo è un quattordicesimo di quello Usa. Ma anche per quelli che richiedono una presenza fisica c’è una applicazione feroce della legge della domanda e dell’offerta. Forse è, in un caso e nell’altro, la nuova frontiera dell’occupazione. Ma funziona? Per ora, no. Il lavoro che passa attraverso queste piattaforme online è, oggi, scarso, precario, intermittente, marginale. Interessa solo un pugno di aspiranti lavoratori.

Negli Stati Uniti, due illustri economisti, Alan Krueger e Lawrence Katz, hanno calcolato che sulle piattaforme online non è passato più dello 0,5 per cento della forza lavoro americana. Una grande banca, J.P.Morgan, spulciando i conti correnti dei suoi depositanti valuta che solo lo 0,4 per cento abbia avuto a che fare con quella che gli americani chiamano la “gig economy” (dove “gig” è il nome che i suonatori di jazz danno alle loro tournées). In cifre significa non più di 600 mila persone su oltre 100 milioni di lavoratori. E in Europa? I conti li ha fatti il Ceps, il Centre for European Policy Studies. In tutto, a transitare sulle piattaforme online, sono stati finora non più di 100 mila lavoratori, un occupato ogni 2 mila.

In realtà, sono molti di meno. Se da queste cifre si sottraggono gli autisti di Uber, i totali crollano. In due casi su tre, negli Usa, la gig economy si riduce a questa nuova forma di taxi, cioè alla rivoluzione portata in un settore soffocato da logiche e interessi corporativi. In attività meno ossificate, le piattaforme online non hanno (finora) sfondato. Infatti, le statistiche dicono che solo un lavoro richiesto online su quattro viene effettivamente portato a termine. E solo il 10 per cento si propone tutti i giorni. Un 30 per cento lo fa una volta a settimana, un altro 30 per cento una volta al mese e l’ultimo 30 per cento un paio di volte l’anno. D’altra parte, metà di chi si offre sulla piattaforma belga ListMinut ha messo insieme in tutto 5 ore di lavoro, online, negli ultimi due anni. Gli altri hanno lavorato fra 6 e 450 ore, ma anche 450, dicono i ricercatori del Ceps, non fornirebbero un reddito comparabile con un lavoro normale.

La gig economy è, insomma, soprattutto un modo di irrobustire un salario normale, ma insufficiente. Per ora, dunque, soprattutto un secondo lavoro molto occasionale. Ma questo non significa che il lavoro a gettone sia davvero marginale. E’ invece un pezzo importante delle trasformazioni che sta subendo il mondo del lavoro. Per capirlo, bisogna uscire – per ora –  dall’online. Le forme di occupazione che Krueger e Katz definiscono “alternative” al lavoro normale, infatti, sono ormai negli Usa una fetta importante e in rapidissima crescita negli ultimi anni. Il lavoro a chiamata, a gettone, una sorta di caporalato soft interessa, ormai, milioni di lavoratori: quasi il 16 per cento della forza lavoro Usa nel 2015 trovava occupazione in questo modo, anche se offline. Dieci anni prima era solo il 10 per cento. In realtà, nel 2014 lo sfarinamento del mercato del lavoro era anche più accentuato, con il lavoro a gettone oltre il 17 per cento: la ripresa dell’economia ha ridato un po’ di fiato all’occupazione permanente. Ma i capisaldi tradizionali del posto di lavoro sono sempre più fragili. Anche offline.

Maurizio Ricci

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