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Home - Approfondimenti - Analisi - La solitudine delle confederazioni

La solitudine delle confederazioni

di Roberto Polillo
7 Marzo 2016
in Analisi

Sette anni di mancato rinnovo contrattuale nella sanità, come nel resto della Pubblica amministrazione, non hanno soltanto eroso il reddito e le prospettive di carriera dei lavoratori del settore (medici, dirigenti sanitari, personale amministrativo e infermieri). Il lungo periodo di astinenza, ha reso anche più difficile il dialogo interprofessionale perché, nel frattempo, chi poteva ha cercato di riposizionarsi dal punto di vista delle prerogative professionali, nella speranza di riuscire a recuperare le perdite subite nel momento tanto agognato di riapertura delle trattative.

Di particolare intensità, lo scontro tra medici ed infermieri dopo il varo della legge di stabilità 190/2104 e l’approvazione del tanto discusso comma 566, che ha ampliato le competenze degli infermieri e ridotto, per proprietà transitiva, quello dei medici. Una norma, peraltro, che, come tutte quelle concepite di nascosto e sottratte al confronto aperto, è nata male: affrettata, confusa e forse inapplicabile.

Di fatto, quel codicillo ha creato una frattura insanabile tra le diverse professioni e, di riverbero, tra Fp-Cgil Cisl-Fp Uil-Fpl da un lato, unite come un sol uomo nella difesa del comparto e, dall’altro, l’universo mondo sindacale medico e dirigenziale sanitario autonomo, anch’esso oramai organizzato in confederazioni interprofessionali (COSMED e altre sigle).

Oggi quello scontro, a seguito dell’emanazione da parte del ministro della Funzione Pubblica Mariana Madia dell’atto di indirizzo per la definizione da parte dell’ARAN dei quattro comparti della contrattazione, entra nel vivo, coinvolgendo direttamente anche il ministro della sanità Beatrice Lorenzin.

L’atto di indirizzo per la definizione dei comparti 
La vicenda è nota:  la riforma  brunettiana non aveva soltanto disapplicato, tra le varie norme, anche il potere di contrattazione dei sindacati, ma aveva anche tagliato i numerosi rami della contrattazione, riducendo da 12 a 4 i relativi comparti. E dunque poiché l’avvio della trattativa per il loro rinnovo è subordinata all’accordo quadro, il ministro Madia ha finalmente emanato le linee guida per l’elaborazione da parte dell’ARAN del relativo atto di indirizzo. E’ questo in grandi linee il contenuto del documento:

  • Quattro i comparti : (1) Sanità, (2) Regioni e Autonomie locali, (3) Funzioni centrali, Stato, Enti pubblici non economici e Agenzie fiscali, (4) Scuola, Università, Ricerca e Afam, procedendo all’accorpamento sulla base delle maggiori affinità (a cui, in ogni caso, potranno corrispondere massimo 4 aree dirigenziali separate)
  • Salvaguardia dei settori che sono caratterizzati da una spiccata specificità sotto i profili funzionale e professionale e che presentano una significativa rilevanza in termini numerici di addetti e di amministrazioni.
  • Uniformità all’interno dei nuovi comparti. “Sarà compito della contrattazione uniformare la disciplina del rapporto di lavoro all’interno dei nuovi comparti, riconducendo, per quanto possibile, ad unitarietà la normativa contenuta nei diversi CCNL”
  • Collocazione del personale dirigente amministrativo tecnico e professionale della sanità nel ruolo unico della dirigenza regionale con la conseguenza che lo stesso troverà una sua più coerente collocazione nell’area in cui saranno ricompresi i dirigenti amministrativi delle regioni.

Le richieste delle Confederazioni
Quest’ultimo punto, emanato in totale coerenza con il disposto dell’art. 54 Dlgs 150/2009 e dell’ art.11 L. 124/2015, prefigurante “la collocazione del personale dirigente amministrativo, tecnico e professionale della sanità nel ruolo unico della dirigenza regionale”, non è stato gradito dalle Confederazioni che, presa carta e matita, hanno scritto al Ministro Lorenzin.

E’ questa la richiesta espressa: intervenire presso l’ARAN per forzare l’afferenza dell’intera Area III (dirigenza sanitaria, tecnica, professionale e amministrativa) in un’unica area contrattuale del SSN con l’Area IV (dirigenza medica), e di allargare il tavolo di confronto con Ministro e Governo chiesto dalle organizzazioni sindacali dei medici a tutto il mondo della sanità (pubblico e privato).

L’ opposizione della Cosmed e dei sindacati medici
Scontato il niet  della COSMED e delle organizzazioni sindacali che la compongono (ANAAO ASSOMED, AAROI- EMAC, FVM, FEDIR SANITÀ, ANMI ASSOMED SIVEMP FPM, DIRER E SIDIRSS), rappresentante la principale confederazione di tutta la dirigenza pubblica e la principale aggregazione della dirigenza medica e sanitaria che respingono al mittente le richieste delle Confederazioni.

Per la Cosmed, infatti, l’atto di indirizzo deve restare qual è, anche perché “l’inclusione della dirigenza TPA del SSN nell’Area Regioni Enti locali, oltre a valorizzare tale dirigenza, favorisce la riorganizzazione e la mobilità della dirigenza amministrativa anche in considerazione dell’abolizione delle Province. Infine, qualora la dirigenza TPA venisse accorpata alla dirigenza sanitaria, scomparirebbero le sigle amministrative autonome e sarebbero i medici a stabilire le regole contrattuali di questa dirigenza, con evidenti ricadute negative sulle specificità di tali figure e sui posti di lavoro”.

Ancora più netta la posizione della componente medica raccolta nella Intersindacale, che rivolge alle confederazioni una critica ancora più pesante, accusandole di essere “attive solo nell’animare per anni, in splendida solitudine senza la apologia della integrazione, tavoli tecnici per balcanizzare aspetti ordinamentali, quali le competenze professionali, e limitare, forzando una legge finanziaria, quelle dei medici”. Organizzazioni che “oggi vogliono inserire nella stessa area contrattuale dirigenti sanitari e dirigenti amministrativi che con i primi condividono solo il luogo di lavoro. Irricevibile”.

Il dato politico
Le due posizioni, dunque, evidenziano una distanza difficilmente colmabile, e la pretesa delle confederazioni appare peraltro irragionevole. Il dato politico, tuttavia, è un altro e riguarda il cambio di fase impresso da alcuni anni da chi è alla guida del comparto pubblico delle confederazioni. Ci sono stati  tempi in cui il segretario della FP CGIL, Paolo Nerozzi, aveva un rapporto privilegiato con l’allora segretario nazionale dell’ANAAO Enrico Bollero. Un rapporto benedetto e incoraggiato dalla politica, in primis il ministro Rosy Bindi, che aveva portato al varo (non scontato) della grande riforma del SSN la legge 229/99 e al contratto della dirigenza medica e sanitaria del 2000 di quella legge applicativo.

In questi 15 anni quel rapporto si è progressivamente sfilacciato e le  confederazioni, per non perdere il terreno nei confronti dei Collegi professionali (in primis quello degli Infermieri IPASVI) e dei sindacati autonomi del comparto, sempre più attraenti per le loro politiche corporative, hanno rinunciato a una politica di attenzione verso la dirigenza medica. Anzi, hanno marginalizzato le loro stesse componenti mediche riducendone sensibilmente (e forse irreversibilmente) il potere di attrazione verso i medici.

Una scelta che peserà anche per il futuro, perché nella PA un grande sindacato rimane tale solo se mantiene una forte rappresentanza nelle qualifiche alte e riesce a svolgere un’azione di ricomposizione dei conflitti.

Tutto l’opposto di quello che è avvenuto con il comma 566, in cui le confederazioni, totalmente subalterne ai collegi, hanno sostenuto in prima persona lo scontro con i medici, consigliando il silenzio i propri iscritti.

Roberto Polillo

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