Il Fondo monetario internazionale non ha voluto perdere tempo. Oggi, a poche ore dal primo turno delle presidenziali, in cui i peronisti Carlos Menem e Nestor Kirchner si sono aggiudicati un posto per il ballottaggio del 18 maggio, una nutrita missione dell’organismo è giunta a Buenos Aires, ufficialmente per controllare i conti pubblici alla luce dell’accordo che scade in agosto. In realtà, per negoziare con gli staff tecnici dei due contendenti.
La delegazione è guidata da John Dodswort – braccio destro dell’influente Anoop Singh, titolare del Dipartimento per l’Emisfero Occidentale del Fmi – che, a partire da giugno, si installerà definitivamente nella capitale argentina. L’inedita apertura di un ufficio a Buenos Aires è appunto un chiaro indice dell’importanza con cui il Fmi guarda al futuro, anche immediato, dell’Argentina.
Praticamente costretto a firmare un accordo, sia pure transitorio, con l’Argentina – sia per le minacce del ministro dell’economia Roberto Lavagna di sospendere i pagamenti, sia per le pressioni dei principali paesi del G-7, in particolare dell’Italia – l’organismo, secondo gli analisti, vuole infatti prendersi una specie di rivincita.
Anche perchè, poi, i suoi tecnici ritengono che nè Menem nè Kirchner propongano un programma economico che, nella loro ottica, sia sostenibile. In proposito, sono già in polemica con la Banca centrale. Un cui esponente, dopo aver ricordato che, l’anno scorso, “si sono sbagliati di grosso prevedendo un grosso salto del dollaro e l’iperinflazione”, in un’intervista pubblicata ieri dal quotidiano ‘Clarin’, li ha accusati di essere abituati “a crisi da 20 o 30 miliardi di dollari” e non ci sanno invece fare con una come quella locale.
In effetti, in un’Argentina alle prese con un debito da 147 miliardi di dollari, 63 dei quali in cessazione dei pagamenti, e che a partire da settembre deve rinegoziare scadenze fino a fine anno per sei miliardi di dollari, il Fmi vuole la sicurezza che, nel nuovo accordo che dovrà siglare il prossimo presidente, vengano approfondite le misure che, sempre nella sua ottica, sono necessarie per far fronte ai relativi esborsi.
Appunto per questo, secondo gli specialisti, la missione giunta oggi pretenderà un nuovo aggiustamento fiscale (portando l’attivo primario dall’attuale 2,5% del Pil al 3,5% l’anno prossimo e al 4% nel 2004), riforme strutturali dell’economia e del sistema bancario, aumento delle tariffe pubbliche e uscita dal ‘default’ con i creditori privati – tra i quali 350.000 italiani – che non vengono pagati.
In pratica un ennesimo giro di vite per l’economia argentina che nessuno dei due candidati in lizza – Menem compreso, anche se è il più condiscendente nei confronti del Fmi – si sente di avallare. Insomma è già e sarà un ennesimo braccio di ferro.
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