I rider fanno parte del paesaggio urbano, delle nostre ritualità quotidiane. Sono integrati talmente bene nel presepe cittadino da non notarli quasi per niente. Silenziosi — perché spesso non parlano nemmeno l’italiano — e tutti uguali – con cappucci e caschetti calati sui volti. Lavoratori invisibili e muti, come l’algoritmo che regola le loro esistenze e che, alla prima defezione, può scaricarli per sempre. Sentiamo parlare di loro solo quando qualcuno viene investito, derubato, malmenato, quando un nubifragio allaga la città ma la fame chiama e allora la cronaca, già oberata, non può fare a meno di strillare che la paga oraria è di malapena due euro e settanta centesimi. Con l’economia digitale, il caporalato ha trovato una nuova, sofisticata forma. Tutti pronti a indignarsi, ma solo nello spazio di tempo fuori pasto.
La vita dei rider è una questione morale, ammonisce Chiara Gribaudo, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta della Camera sulle condizioni di lavoro, in apertura del convegno “Il caporalato nel capitalismo delle piattaforme. Il caso dei rider tra direttiva europea, norme nazionali e rapporti reali” svoltosi giovedì 2 marzo a Roma, a Palazzo San Macuto. L’inerzia del legislatore è il primo imputato alla sbarra: non è un’immagine casuale, poiché le ‘controversie’ del settore finiscono quasi sempre per essere risolte nelle aule di tribunale, a colpi di sentenze. Da qui l’urgenza di un confronto che è anche ‘raccolta di intelligenze’, utile anche orientare il lavoro parlamentare. L’ordinamento, infatti, fatica a inseguire queste nuove forme di occupazione e il recepimento della direttiva UE 2024/2831 diventa cruciale per sistematizzare un settore che, ormai, non può più dirsi emergente.
Nell’economia dei cosiddetti “lavoretti” — etichetta funzionale a eludere le regole tradizionali — le ambiguità abbondano, in particolare per quanto riguarda i meccanismi di funzionamento delle piattaforme, come osserva Giulia Druetta, avvocata del foro di Torino. Una in particolare è decisiva, spiega Luigi Di Cataldo dell’Università di Milano: il divario tra lo status formale di autonomia (che riguarda tra i 30 e i 40 mila lavoratori) e il controllo sostanziale esercitato dall’algoritmo. Un controllo che agisce come una “mano invisibile” sulla presunta libertà del lavoratore, attraverso il principio della gamification (rating e ranking) e di forme occulte di command and control. Così cade il mito dell’autonomia alla base del contratto Assodelivery-Ugl Riders, convitato di pietra del confronto, perché “chi è povero non ha la millantata libertà di scegliere quando e se lavorare”, sintetizza Druetta. La verità è che si tratta di metodi tradizionali di gestione della forza lavoro mascherati da innovazione, laddove il disciplinamento algoritmico condiziona profondamente l’accesso e la permanenza nel settore.
Nel dettaglio, osserva Di Cataldo, il mercato dei riders risulta rigidamente segmentato: una fascia bassa composta prevalentemente da migranti (30–40 mila addetti) legata al contratto Assodelivery–Ugl Riders, autonomia spesso solo formale che favorirebbe dinamiche di caporalato; una fascia alta, circa 2.500 lavoratori legata al contratto Just Eat (che si riconduce al Ccnl della logistica); e un’area sommersa, fatta di migranti senza status giuridico, di dimensioni analoghe. Si delinea così una biforcazione di inquadramenti, in cui gli autonomi sono sottoposti a una contrazione “certificata” di diritti e tutele in nome di una libertà vincolata, però, al soddisfacimento delle aspettative dell’algoritmo. Eppure l’Italia è stato il primo paese in Europa ad aver disciplinato il lavoro su piattaforma con la Legge n. 128/2019 che introduce un sistema di tutele modulari: riconosce i pieni diritti del lavoro subordinato o delle collaborazioni etero-organizzate quando l’attività è diretta dalla piattaforma, garantendo al contempo standard minimi inderogabili (compenso orario, sicurezza e assicurazione) anche ai rider che operano in regime di lavoro autonomo. Ma, nei fatti, si è trattato di una “istituzionalizzazione (nazionale) di un fallimento”, cui la direttiva europea da recepire entro fine anno rappresenta un importante correttivo soprattutto attraverso il principio della presunzione di subordinazione e la contrattazione diretta degli algoritmi (come nei contact center).
Prima del 2024 solo quattro Paesi UE avevano definito il platform work, spesso per via giurisprudenziale. La svolta arriva con la pandemia, sottolinea Davide Arcidiacono dell’Università di Catania e componente dell’expert group della direttiva 2024/2831: uno spartiacque politico, oltre che sociale, in cui i riders hanno acquisito una enorme visibilità. Il digital labour, però, resta un iceberg: molte forme di lavoro ambigue sfuggono ancora alla regolazione e in questo contesto la presunzione di subordinazione prevista dalla direttiva, priva di criteri pienamente tipizzati, rischia di rivelarsi difficile da applicare.
Il potere della macchina, osserva Chiara Ciccia Romito – PhD Unimore, consulente della Commissione e avvocata esperta di diritto delle nuove tecnologie -, si gioca nella fase di progettazione: è lì che si definiscono le tutele, anche per quanto riguarda il nodo del trattamento dei dati personali. In questo senso, il ruolo della normativa e delle parti sociali — che devono dotarsi di competenze adeguate — è decisivo: la necessità diventa quella di contrattare direttamente con l’algoritmo, una novità assoluta.
Ma il settore, aggiunge Carlo de Marchis Gomez, avvocato del foro di Roma, resta ad alta conflittualità anche per la rigidità delle posizioni. In questo rapporto, il sindacato ha certamente offerto contributi importanti, richiamando i principi contrattuali della logistica, dei trasporti e del lavoro atipico. L’uso dei contratti leader, infatti, costituisce una importante barriera al dumping soprattutto laddove i ricavi elevatissimi di alcune piattaforme mostrano anche la capacità (e convenienza) delle multinazionali di sostenere modelli organizzativi profondamente squilibrati.
Di fronte a questa vacatio, un’azione incisiva è svolta dalle procure attraverso l’ormai cosiddetto “metodo Paolo Storari”. In sostanza, spiega il pm nel suo intervento, tre i fronti principali delle indagini milanesi: logistica e grande distribuzione, con filiere opache e eterodirezione digitale; moda, con il ricorso a opifici cinesi e modelli produttivi assimilabili al cottage system; e lavoro povero, che coinvolge figure come fiduciari, addetti museali e, appunto, riders. Fenomeni socialmente tollerati, denuncia Storari, non frutto di singoli “cattivi” ma di scelte imprenditoriali sistemiche su cui nessuno interviene. “O si cambia il contesto organizzativo, o niente cambierà”.
Le procure mirano proprio a questo: incidere sui modelli, non limitarsi ai singoli contenziosi (a titolo di esempio, le inchieste hanno internalizzato 62mila persone). Il decoupling tra forma e sostanza è ormai evidente e il maquillage aziendale sostanzialmente inutile. Serve allora un cambio di paradigma: non repressione penale, ma incentivi premiali che favoriscano adeguamenti spontanei e condotte riparatorie anche a fronte dello squilibrio negoziale tra le parti in causa.
Sul piano sindacale, il consenso è unanime: la subordinazione deve essere il punto di partenza. Per Roberta Turi della Nidil Cgil è cruciale una legge sulla rappresentanza per contrastare il fenomeno dei sindacati “gialli”, che intercettano lavoratori in condizioni di bisogno: servono rapporti di forza e interventi normativi chiari che smantellino questo squilibrio in nome del rapporto di dipendenza. Silvia Casini della Felsa Cisl invita però a non escludere a priori il lavoro autonomo: la dignità passa dalla regolazione di compensi, diritti e tutele, anche in una logica di “flessibilità contrattata”.
Massimiliano Pischedda della Uiltrasporti ribadisce la centralità del modello Just Eat, coerente con il Ccnl della logistica. Posizione sostenuta anche Elena Lott della Usb, che richiama contemporaneamente anche la necessità di un approccio integrato alla vita del lavoratore: casa, status giuridico, diritti sociali. Gli accordi vanno chiusi rapidamente, ma senza concessioni eccessive. Promuovere l’idea che “autonomo è meglio” rischia di indebolire ulteriormente il lavoro e la sua rappresentanza. Serve un segnale politico chiaro, capace di accompagnare la transizione con garanzie effettive. Al centro deve tornare la vita dignitosa delle persone, non solo l’adeguatezza del compenso.
Elettra Raffaela Melucci























