Elena Lattuada, segretaria generale dei metalmeccanici della Brianza, cosa ti ha colpito di più dell’economia cinese?
La loro pianificazione. Fa un po’ paura.
Perché paura?
Perché loro programmano davvero tutto, cosa produrre, in quanto tempo, in quali luoghi, con quali infrastrutture. Lo sviluppo di intere regioni, e quindi dove la gente andrà a vivere. Spostano intere popolazioni, milioni di persone come in un grande risiko. Non lo ha mai fatto nessuno, nemmeno l’Urss. Un grande Orwell, che, appunto, fa un po’ paura.
E’ tutto negativo?
Assolutamente no. Per esempio, il grande parco industriale di Suzhou, quaranta chilometri da Shanghai, che è la città più evoluta della Cina. Un’iniziativa nata venti anni fa da una collaborazione con il Governo di Singapore. Una realizzazione industriale di prim’ordine, ma allo stesso tempo un insediamento urbano di grande livello, un habitat di grande interesse e vivibilità. Ma anche questo fa un po’ paura, la loro capacità di pianificare. Perché si programma allo stesso tempo l’economia, la produzione, ma anche la vita delle persone, le loro scelte più intime. E’ qualcosa di pervasivo, e questo dà un sapore tutto particolare a questo parco industriale che pure si caratterizza per i suoi aspetti positivi, l’attenzione alla qualità di vita delle persone.
Si tratta di realizzazioni molto positive, dove si vive bene.
Sì, ma è necessario anche tenere presente che in questo modo si creano pericolose diseguaglianze, considerando le disparità di vita tra chi riesce a inserirsi in un programma del genere e chi invece ne resta fuori.
Come torna il sindacalista in Italia dopo una visita di tre settimane in Cina?
Io torno più preoccupata, perché è evidente il salto quantitativo e qualitativo non solo dello sviluppo, ma della capacità di programmare lo sviluppo, la qualità delle città, dei servizi. La Cina è un paese a economia fortemente avanzata e questo obbliga a cambiare l’idea di base che di questo paese si aveva. Sapevamo che era una potenza economica, ma pensavamo che questa potenza derivasse in buona parte dai capitali esteri che riusciva ad attrarre.
E non è così?
Non solo. Vedendo direttamente cosa è oggi la Cina capisci che ha una sua forza interna che vale più di tutto. Sono loro che determinano lo sviluppo, con le loro forze e i loro capitali. L’iniziativa di Sozhou parte da una collaborazione con Singapore, ma i cinesi hanno imparato subito e hanno moltiplicato questa esperienza. La Cina non è un paese povero, che tenta, arranca, no, sta avanti agli altri, siamo noi che arranchiamo e che rischiamo di restare indietro.
Però questo sistema rischia di creare forti diseguaglianze.
Ed è per questo che il sindacalista che torna a casa si interroga su questa realtà luminescente che comunque lascia indietro un pezzo del paese. Quanti siano questi che restano indietro non si sa, ma le statistiche sui ricchi, 80 milioni, e sulla classe media, 400 milioni di persone, fanno credere che i poveri siano maggioranza. Poveri che non vedi, o vedi poco e solo se sei molto attento, perché loro li nascondono, ma che ci sono. E del resto anche la legislazione sociale non aiuta a eliminare queste differenze, perché se il sistema di welfare in buona sostanza è pagato dalle aziende, è evidente che si crea una distorsione tra chi lavora e chi no. Questo ultimi sono esclusi da qualsiasi protezione.
Ma i piani quinquennali li attuano con grande tempestività. Il che fa credere che ci sia una diffusa condivisione degli obiettivi di fondo.
La mia sensazione è che questa adesione sia determinata da ragioni storiche, dal forte senso di appartenenza alla nazione che caratterizza tutto il popolo cinese. Il forte, ma recente sviluppo economico non ha ancora creato una percezione dell’esistenza di queste differenze. E poi non bisogna dimenticare che c’è un controllo politico fortissimo. Tien an men insegna. Sempre oppressione è stata e in buona parte ancora è. E ancora c’è l’autoritarismo che spinge ciascun cinese a stare al <suo posto>. Ma questo senso dell’obbedienza potrebbe anche sgretolarsi di fronte a una diffusione del benessere.
L’Italia deve temere la Cina?
Proprio no. Come non deve temere le delocalizzazioni. Questo è un mercato grandissimo, chi viene qui non può farlo solo per ridurre i costi di produzione, sarebbe inutile. Si viene per conquistare una fetta di questo mercato e questo può anche significare un ampliamento del lavoro in Italia, soprattutto del lavoro di qualità.
E’ impietoso il paragone tra la Cina che corre a cento all’ora e l’Italia che perde i treni?
Il nostro paese perde treni non per le rivendicazioni sindacali, ma per come è costruito l’assetto produttivo nel nostro paese, perché non si pensa sufficientemente in grande, perché restiamo ancorati a quel poco che conosciamo.
Non pesa un sindacato troppo ideologico?
Il sindacato italiano non è ideologico. Abbiamo gestito grandi processi di riorganizzazione e continueremo a farlo. L’esperienza cinese e le disparità sociali che ho visto e che temo si creino in quel paese mi fa credere che sia giusto sviluppare una politica rivendicativa che aiuti tutti e non lasci indietro nessuno.


























