Ancor più che per gli economisti, è un problema per i politici e per i banchieri centrali. L’inflazione, infatti, prima di essere un numero, è una impressione. E questa impressione preoccupa i politici, perché influenza il voto. Ma anche i banchieri centrali, perché l’inflazione che percepiamo oggi condiziona l’idea che abbiamo dell’andamento futuro dell’inflazione. Dunque, indirizza i nostri comportamenti in materia di prezzi e salari e, alla fine, proprio l’inflazione effettiva.
Ma di quale inflazione stiamo parlando? L’inflazione che compilano le statistiche è legata solo indirettamente a questa inflazione percepita. L’indice Istat dei prezzi è un concetto vago e generico. L’inflazione percepita – croce di politici e banchieri – è, invece, qualcosa di molto specifico e definito. Che si manifesta in un luogo preciso: il supermercato. L’inflazione percepita, infatti, riguarda soprattutto qualcosa che noi compriamo ripetutamente, ogni giorno. Non l’auto o le scarpe: il cibo.
Fino a meno di dieci anni fa, questa peculiarità della psicologia dei prezzi aveva una importanza relativa: i prezzi del cibo si muovevano di conserva con tutti gli altri. Ma non è più così dal 2019. L’indice generale dei prezzi, negli ultimi sei anni, è cresciuto del 23 per cento. I prezzi del cibo, nello stesso periodo, del 34 per cento.
I motivi di questo divario, dice uno studio della Banca centrale europea, sono molteplici. Il caos creato dall’epidemia. La guerra in Ucraina e il rincaro dei fertilizzanti russi. Il cambiamento climatico e la siccità che hanno fatto sparire l’olio d’oliva spagnolo o il caffè e il cacao in Ghana e in Costa d’Avorio. Ma il risultato è uno: l’inflazione vera, quella che la gente sente, non è il 2 per cento registrato ad agosto nell’eurozona dall’indice generale dei prezzi. E’ il 3,2 per cento in più, rispetto ad agosto 2024, che appare sulle targhette del supermercato. E, in chiave psicologica, ancor più conta non il ritmo di aumento, ma il livello dei prezzi. Rispetto al 2019, dice la Bce, la carne e il latte costano il 40 per cento in più, il burro e l’olio d’oliva il 50 per cento.
Il risultato è che la lotta all’inflazione, in Europa, è stata ufficialmente vinta, ma i sondaggi dicono che un consumatore su tre teme di non riuscire a comprare il cibo che gli serve. In Germania il carrello della spesa è rincarato del 37 per cento, nei paesi Baltici del 50, in Italia e in Francia del 27/28 per cento. Guardando da questa prospettiva, si capisce perché, negli stessi sondaggi, i lavoratori respingano l’idea che i salari reali abbiamo recuperato il boom dell’inflazione.
In linea generale, invece, il recupero, in buona parte, c’è stato. A fine 2022, i salari reali in Europa avevano perso il 5 per cento rispetto ad un anno prima. Oggi, in confronto alla fine del 2021, gli stessi salari sono inferiori solo dello 0,5 per cento. Ma non è così, se, invece che l’indice generale dei prezzi, guardiamo ai prezzi del cibo e dei beni quotidiani di consumo, quelli che più toccano i lavoratori, perché assorbono la maggior parte delle loro risorse. Rispetto a cibo ed energia, il salario reale di un lavoratore europeo è ancora del 5 per cento più basso rispetto al 2019, dicono le analisi della Bce. E questo aiuta a spiegare perché, più che avvertire un recupero rispetto all’inflazione passata, i lavoratori pensino piuttosto che, al massimo, i salari riescano a malapena a tenere il ritmo attuale dell’inflazione.
La media europea, tuttavia, come sempre, nasconde la reale situazione italiana. L’idea che i salari reali italiani abbiano comunque recuperato terreno in confronto all’inflazione è, a oggi, pura fantascienza. Rispetto all’indice generale dei prezzi, il salario reale europeo è, in media, dello 0,5 per cento inferiore alla fine del 2021. Ma quello italiano è sotto dodici volte di più: il 6 per cento, certifica la Bce, rispetto all’inflazione generale. Considerato che quell’indice generale, in Italia, è cresciuto del 20 per cento, mentre per gli alimentari il salto è stato del 28 per cento, il taglio al tenore di vita dei lavoratori è ancora di più una ferita aperta.
Maurizio Ricci
























