Ci sono definizioni che acquisiscono una carica morale così netta, da anticipare l’inevitabile collasso di quello che hanno definito. Per capirci: “gabbie salariali”. Il termine indicava, con evidente imbarazzo e fastidio, la geografia sindacale dell’Italia degli anni ’50, in cui i salari variavano a seconda della localizzazione del luogo di lavoro. Alla fine, dopo vent’anni, le “gabbie” non hanno più resistito e sono state abolite, in nome del principio: stesso lavoro, stessa paga. Ma l’idea, con nomi diversi, è rimasta in piedi ed è sistematicamente riemersa nel dibattito economico. In fondo, si dice, il costo della vita è diverso a Melfi e a Torino. Un metalmeccanico può godere dello stesso tenore di vita, anche se la paga è diversa. E, se il costo è minore, le imprese investiranno più facilmente nelle aree a salari più bassi. Nell’infinito dibattito sulla riforma della contrattazione, l’idea che disarticolare il contratto nazionale e stabilire livelli salariali diversi a seconda delle aziende, ma anche dei territori possa dare una spinta all’occupazione torna a fare capolino. Ma è vero?
E’ assai probabile, invece, che lo scardinamento del principio “stesso lavoro, stessa paga” in nome di una maggiore occupazione sia uno dei tanti miti che percorrono il mondo del lavoro, anche se uno dei più resistenti. O, più esattamente, che il mito abbia un valore reale di 45 chilometri. Al di là, le variazioni geografiche di salario hanno effetto zero sull’occupazione. Questa è la conclusione a cui giungono Guido De Blasio e Samuele Poy (rispettivamente Banca d’Italia e Università Cattolica di Milano), in un saggio che appare sulla rivista Journal of Regional Science, di cui danno conto sul sito lavoce.info. Nel saggio, i due economisti mettono a confronto sviluppo e occupazione in due province contigue, collocate in due diverse gabbie salariali. Ricostruire la realtà statistica dell’Italia degli anni ’50 è operazione tecnicamente complessa e anche sfuggente. La dinamica occupazionale è infatti pesantemente influenzata dalle grandi trasformazioni di quegli anni: è il decennio della migrazione dalle campagne alle città ed è anche il decennio degli imponenti programmi di infrastrutture della Cassa del Mezzogiorno.
De Blasio e Poy sostengono che i loro risultati, tuttavia, reggono anche tenendo conto di questi fattori. E quali sono i risultati? La gabbia, dunque, funziona in una fascia di circa 15 chilometri al confine. Nella provincia a salari più bassi, nei settori sottoposti ai vincoli della gabbia (il manifatturiero, soprattutto) una differenza dell’1 per cento nel salario si traduce in un aumento complessivo, in 10 anni, del 2,25 per cento dell’occupazione. Questo effetto, però, è visibile solo in una fascia di 15 chilometri dal confine della provincia e si esaurisce del tutto entro i 45 chilometri. In altri termini, la gabbia salariale, più che stimolare l’occupazione in assoluto, alimentava il pendolarismo. La popolazione residente, infatti, non cambia. La conferma, secondo De Blasio e Poy, viene da un confronto più generale sul complesso dell’economia. Se, infatti, anziché i soli settori sottoposti alle gabbie, si guarda all’occupazione totale privata nell’industria, nelle costruzioni e nei servizi (esclusa quella agricola), il suo livello non cambia al variare dei salari nelle gabbie. Neanche nella fascia di 15 chilometri al confine. Se hanno ragione i due economisti, quando, a fine anni ’60, le gabbie furono abolite, non pare che il paese abbia perso un prezioso strumento di politica occupazionale.
Maurizio Ricci
























