Il conflitto in Medio Oriente aggrava un contesto internazionale già fragile, contribuendo ad attenuare la crescita globale e a peggiorare le prospettive economiche e di inflazione. Gli effetti delle tensioni geopolitiche, secondo la Banca d’Italia, continueranno a pesare sull’economia nei prossimi mesi.
Nel Bollettino economico, Bankitalia evidenzia come per l’Italia i rischi legati al conflitto siano già incorporati nelle ultime previsioni: nello scenario di base il Pil crescerebbe dello 0,5% sia quest’anno sia nel 2027, per poi salire allo 0,8% nel 2028. Tuttavia, l’incertezza resta “eccezionalmente elevata”. In uno scenario avverso, il protrarsi delle ostilità in Medio Oriente potrebbe ridurre la crescita di circa mezzo punto percentuale nell’anno in corso e di un punto nel prossimo.
Nel primo trimestre dell’anno, il prodotto avrebbe comunque continuato a espandersi, seppure a un ritmo contenuto.
Particolarmente rilevante è il fronte energetico. L’Italia importa circa il 10% del petrolio greggio dai paesi del Golfo Persico – soprattutto Arabia Saudita e Iraq – l’11% del gas naturale (in gran parte dal Qatar) e circa un quarto dei prodotti petroliferi raffinati, prevalentemente dall’Arabia Saudita. La dipendenza è in linea con quella degli altri principali paesi dell’area euro per il greggio, ma risulta più elevata per gas e raffinati.
La guerra ha riportato in primo piano i rischi legati all’approvvigionamento energetico: per l’Italia questi si trasmettono soprattutto attraverso l’aumento dei prezzi di petrolio e gas, con possibili effetti significativi sul disavanzo energetico e sulla competitività dei settori ad alta intensità energetica.
Secondo le stime di Bankitalia, se nel 2026 i prezzi dell’energia restassero sui livelli impliciti nei contratti futures osservati a fine marzo, il disavanzo energetico si amplierebbe di poco più di mezzo punto di Pil. In uno scenario più severo, l’aumento potrebbe arrivare a quasi 2,5 punti, portando il disavanzo al 4,3%, vicino al picco del 5,1% registrato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
L’aumento dei costi energetici inciderebbe anche sulla competitività internazionale dei settori energivori – come chimica, metallurgia, lavorazione dei minerali non metalliferi e carta – che rappresentano circa il 16% delle esportazioni italiane, una quota simile a quella della Germania.
Il conflitto potrebbe inoltre influire sugli scambi commerciali con il Medio Oriente, un’area che negli ultimi anni ha acquisito maggiore rilevanza come mercato di sbocco: nel 2025 assorbiva circa il 4% delle esportazioni italiane di beni. Più contenuto invece il peso delle importazioni non energetiche dalla regione, inferiori all’1% del totale.
Sul fronte delle imprese, dopo il 28 febbraio si è registrato un marcato peggioramento delle aspettative: il 34% delle aziende segnala prospettive negative a breve termine, contro il 14% rilevato prima dell’inizio delle ostilità, mentre solo il 6% prevede un miglioramento. Peggiorano in particolare le attese sulla domanda estera e aumentano le preoccupazioni sui costi di produzione.
Nonostante il clima di incertezza, le intenzioni di investimento per il 2026 restano per ora sostanzialmente stabili, con oltre un terzo delle imprese dell’industria e dei servizi ancora orientato all’espansione. Tuttavia, l’andamento dei prezzi dell’energia si conferma uno dei principali fattori di rischio per l’economia italiana.




























