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Home - Approfondimenti - Analisi - Meno lavoro e meno conoscenza: nelle università americane l’Ai adesso fa paura. E gli studenti fischiano i manager che ne vantano i pregi

Meno lavoro e meno conoscenza: nelle università americane l’Ai adesso fa paura. E gli studenti fischiano i manager che ne vantano i pregi

di Nunzia Penelope
18 Maggio 2026
in Analisi
Meno lavoro e meno conoscenza: nelle università americane l’Ai adesso fa paura. E gli studenti fischiano i manager che ne vantano i pregi

IMMAGINE GENERATA CON INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Dire che nelle Università americane sia diventata impopolare quanto Donald Trump sarebbe eccessivo, ma certo in questo momento l’intelligenza artificiale non gode di grandi simpatie da parte degli studenti. Lo rileva Andrew Ross Sorking, commentatore economico del New York Times, che nella sua ultima newsletter riassume alcuni episodi assai significativi della paura che l’avvento dell’Ai sta suscitando. Paura che, come sempre accade, si trasforma rapidamente in ostilità.

Il fatto più eclatante riguarda il discorso tenuto da Eric Schmidt, ex CEO di Google, per l’avvio del corso di laurea all’università dell’Arizona, interrotto più volte dai fischi degli studenti. Il ‘’commencement speech’’ è una tradizione nelle università americane: è quella cerimonia resa famosa in tutto il mondo dal discorso di Steve Jobs a Stanford del 12 giugno 2005, quello del ‘’stay hungry, stay foolish’’, giustamente passato alla storia. Tutti i grandi manager sono lieti di essere chiamati a tenere un ‘’commencement speech’’, e gli studenti da sempre interessati ad ascoltare la loro visione. Ma le cose, adesso, stanno cambiando: vent’anni dopo Jobs, invece di “ispirare” i discorsi dei top manager scatenano fischi.

Ma cosa mai ha detto Schimdt di cosi irritante? ‘’Ha detto loro la verità”, chiosa Sorkin. Ovvero, ha parlato di come l’Ai si mangerà posti di lavoro, e di capire benissimo la paura dei giovani che escono adesso dalle migliori università del paese, perché rischiano di essere proprio loro le prime vittime sacrificali. Schmidt, che ha guidato Google per un decennio, aveva aperto il suo discorso riflettendo sull’ascesa del computer e ricordando che nel 1982 la rivista Time lo aveva messo in copertina come “Persona dell’anno”. Poi, ha ripercorso la sua evoluzione, nel laptop, nello smartphone, nella sua diffusione attraverso Internet e i social media, e cosi via; ma quando è arrivato a parlare con entusiasmo della nuova trasformazione che il computer ha reso possibile, ovvero l’intelligenza artificiale, è stato sommerso da bordate di fischi.

“So cosa provano molti di voi al riguardo”, ha detto allora Schidmt tentando di placare di studenti: “c’è la paura, nella vostra generazione, che il futuro sia già stato scritto, che le macchine stiano arrivando e che i posti di lavoro stiano evaporando”. Ma, ha continuato, “il futuro non è mai già scritto: e proprio voi, la classe di laurea del 2026, avete il vero potere di plasmare il modo in cui l’IA si sviluppa”. Il pubblico però non c’è cascato, e i fischi si sono intensificati.  Commenta Sorkin: “è l’ennesimo segnale che, mentre i grandi colossi del cloud computing si impegnano a investire centinaia di miliardi nell’intelligenza artificiale, molti futuri lavoratori della prossima generazione nutrono sentimenti contrastanti riguardo alle implicazioni che tutto questi avrà per la loro vita”.

Il caso di Eric Schmidt, infatti, non è isolato. Un episodio analogo si è verificato durante un altro ‘’commencement speech’’ all’Università della Florida: la speaker di turno, una importante dirigente del settore immobiliare, Gloria Caulfield, ha definito l’intelligenza artificiale la “prossima rivoluzione industriale”, dicendosi entusiasta di vivere “in un’era di grande cambiamento”. E puntualmente, anche lei è stata accolta da un diluvio di fischi. Sbalordita, ha chiesto: “Cosa è successo?”. È successo, semplicemente, che i giovani americani stanno iniziando a riflettere sulle conseguenze di questa ‘’rivoluzione industriale’’. E se una parte di loro ne è affascinata, un’altra parte, non irrilevante, ne vede tutti i rischi.

I numeri, in effetti, sono allarmanti. Secondo una nuova ricerca del sito di offerte di lavoro ZipRecruiter, riporta Sorkin, circa il 47% dei neolaureati afferma che l’intelligenza artificiale ha già influenzato le assunzioni nel loro settore, e quasi il 51% dei futuri laureati ritiene che l’IA ridurrà il numero di posti di lavoro per chi è dotato di titoli di studio elevati. E sono sempre più numerose le aziende che annunciano riduzioni personale per adattarsi all’intelligenza artificiale. Tra queste, anche la mitica PayPal, fondata da altri due big della Silicon Valley come Elon Musk e Peter Thiel (quest’ultimo, con la sua nuova creatura Palantir, fornisce sistemi di sicurezza agli eserciti di mezzo mondo e intanto va in giro a tenere surreali conferenze sull’Anticristo).

Ma non sono solo i laureati a preoccuparsi per il lavoro e l’intelligenza artificiale. Allo Stanford Leadership Forum dello scorso aprile, il miliardario e finanziere Ken Griffin ha descritto puntualmente come gli agenti di intelligenza artificiale svolgessero in pochi giorni un lavoro che a un team di laureati con tanto di dottorato di ricerca richiedeva mesi. “Non si tratta di lavori da colletti bianchi di livello medio “, ha affermato Griffin, “ma di attivita’ che richiedono competenze straordinariamente elevate”, e che adesso vengono facilmente automatizzati dall’intelligenza artificiale.

E ancora, in un articolo pubblicato nella sezione Opinioni del New York Times, Theo Baker, studente all’ultimo anno di Stanford, ha analizzato l’impatto della facile accessibilità all’intelligenza artificiale sulla “prima generazione di studenti universitari dell’era dell’IA”: secondo Baker, ChatGPT e altri strumenti di intelligenza artificiale generativa hanno reso la possibilità di copiare una costante abituale di tutti. Ed è preoccupante, afferma, la rapidità con cui gli studenti sono diventati dipendenti dall’IA. Preoccupante anche perché’ le ultime ricerche stanno iniziando a dimostrare che affidarsi all’intelligenza artificiale per compiti cognitivi, e non solo lavorativi, può ridurre le proprie capacità intellettuali. Dunque, gli studenti che oggi entrano nelle pur prestigiose università americane, sanno che rischiano di uscirne non solo da futuri disoccupati, ma anche più stupidi.

Nunzia Penelope

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Vicedirettrice de Il Diario del lavoro

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