Abbiamo un primato europeo e di quelli prestigiosi. Ma non ce ne siamo accorti. Nel 2014, infatti, certifica una ricerca di Legambiente, l’economia italiana risulta la più “verde” d’Europa. E la crisi c’entra solo fino ad un certo punto. La recessione, infatti, può spiegare perché le emissioni pro capite di anidride carbonica siano del 23 per cento inferiori a quelle tedesche e del 15 per cento alla media Ue. E perché i consumi pro capite di energia siano inferiori del 32 per cento nel primo caso e del 19 per cento nel secondo.
Ma è tutta virtù quella che spiega che la produttività di risorse, ovvero la quantità di materia consumata per ogni unità di prodotto interno lordo, è migliore del 10 per cento rispetto alla Germania e del 26 per cento rispetto, in generale, all’Unione europea. E, sulla stessa linea, che l’intensità energetica (ovvero quanta energia consumiamo per ogni unità di pil) è, ancora, inferiore del 10 per cento a quella tedesca e al 14 per cento alla media Ue.
Insomma, per fare le stesse cose, utilizziamo meglio le risorse e consumiamo meno energia. Di più, siamo i leader europei nell’industria del riciclo, in particolare per quel che riguarda i metalli ferrosi, la plastica e i tessili. Ma come, non eravamo la maglia nera della spazzatura? E, in effetti, è ancora così.
Andiamo forte nella gestione privata dei rifiuti (industriali) e malissimo in quella pubblica dei rifiuti urbani. Qui, nel riciclaggio siamo al 19,7 per cento per l’Italia e al 45,3 per cento perla Germania. Oltre il 46 per cento della nostra spazzatura finisce in discarica, contro lo 0,5 per cento tedesco. In compenso, a sorpresa, abbiamo noi più fonti rinnovabili nei consumi elettrici (39 per cento) della virtuosissima Germania (23,5 per cento). Infatti, anche se abbiamo consumato la stessa energia del 1998, abbiamo emesso il 15 per cento di anidride carbonica in meno di allora. Siamo il secondo produttore europeo di fotovoltaico, mentre, per quanto riguarda l’eolico, la natura (al contrario di quello che accade con il sole) non ci aiuta: l’Atlantico è lontano e noi siamo quinti.
In ogni caso, non è il caso di gonfiare troppo il petto. Continuiamo ad avere più macchine di chiunque altro in Europa (610 ogni mille abitanti, la Germania si ferma a 525) e meno biciclette: nel 2012 da noi ne sono state vendute un milione 600 mila, in Germania due volte e mezza di più. Il punto dolente di questo 2014 così “verde” è però un altro, tutto politico.
La conversione ambientale così ben riuscita del nostro paese è, infatti, un risultato del tutto inconsapevole, fuori da ogni programmazione, da ogni strategia. Quasi a dimostrare, una volta di più, che il paese, spontaneamente, è migliore della sua classe dirigente. Nessuno lo aveva previsto, nessuno lo ha voluto. E’, semplicemente, successo. Come?
Secondo Duccio Bianchi, dell’istituto di ricerche Ambiente Italia, che ha curato il rapporto, il primo contributo è venuto dalle industrie italiane che, di fronte all’aumento dei costi dell’energia, dal 2005 in poi, si sono buttate alla ricerca dell’efficienza, snobbata negli anni dell’energia facile. Un secondo contributo viene dai vituperati incentivi alle rinnovabili, che hanno orientato consumi ed investimenti. E, poi, la svolta verso il riciclo nella siderurgia e nelle industrie della carta e del vetro. Senza dimenticare (ma questo vale anche per gli altri paesi europei) lo spostamento di fondo dei consumi finali delle famiglie: nell’era di Internet e della banda larga, i consumi immateriali crescono più in fretta di quelli materiali.
Maurizio Ricci






















