Analizzare il quadro previdenziale di un Paese equivale a misurargli il polso. E l’Italia conferma di non stare poi così bene. Il focus Censis Confcooperative dall’eloquente titolo “Pensioni, ipoteca sul futuro?” mette in luce un quadro preoccupante, che Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, sintetizza così: «Un taglio di 17 punti percentuali sul reddito pensionistico rispetto all’ultima busta paga: è questa la prospettiva che attende chi oggi entra nel mercato del lavoro rispetto a chi va in pensione adesso. Una vera ipoteca sul futuro che si somma ai salari tra i più bassi d’Europa, a una crescente diffusione della povertà lavorativa e a una forte riduzione di lavoratori, ben 7,7 milioni in meno, entro il 2050. È il frutto di dinamiche incrociate degli ultimi 30 anni».
Analizzando nel dettaglio, il primo sintomo riguarda il divario generazionale. Secondo lo studio, chi è andato in pensione a 67 anni, dopo 38 anni di carriera continuativa nel settore privato iniziata nel 1982, può contare su un tasso di sostituzione netto dell’81,5%. Suo figlio o sua figlia, che oggi ha 33 anni ed è entrato nel mercato del lavoro nel 2022, sempre con una carriera continuativa di 38 anni, quando andrà in pensione nel 2060, sempre a 67 anni, avrà un tasso di sostituzione del 64,8%.
Una differenza che impatta sulla sicurezza economica della generazione più giovane che, a parità di anni lavorati e di continuità contributiva, sperimenterà una prestazione pensionistica significativamente più contenuta con una distanza tra ultima retribuzione e prima pensione che quasi raddoppia: dal 18,5% al 35,2% rispetto ai pensionati di oggi. Italia, poi, è terzultima in Europa per incidenza dei salari sul PIL: appena il 28,9%, contro il 44,9% della Germania, il 38% della Francia e il 37,1% della Spagna.
Questo nonostante l’Italia presenti il livello più elevato di spesa pensionistica in rapporto al PIL tra i Paesi europei: 15,5% nel 2023, contro una media UE del 12,3%. Un dato che riflette l’invecchiamento demografico del Paese – quasi la metà della popolazione ha più di 50 anni – e le politiche previdenziali degli ultimi decenni. Tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà di 7,7 milioni di unità, pari a una contrazione del 20,5%.
Una dinamica che, in presenza di livelli di povertà già elevati e di una quota rilevante di occupati in condizioni di vulnerabilità economica, renderà ancora più persistenti le fragilità sociali del Paese. Nel 2024 il 10,3% degli occupati tra 18 e 64 anni risulta a rischio di povertà, per un totale stimato di circa 2,4 milioni di persone. Tra i giovani occupati di 20-29 anni l’incidenza sale al 12%, pari a 349mila individui.
Le famiglie con persona di riferimento operaia registrano un’incidenza della povertà assoluta pari al 15,6%, mentre tra dirigenti, quadri e impiegati la quota scende al 2,9%. Un dato che conferma come la qualifica professionale rappresenti oggi un discrimine fondamentale nel determinare le condizioni di vita.
Ad aggravare il quadro c’è poi un forte generational pay gap. In Italia, sottolinea lo studio, ci sono oltre 16,3 milioni di pensionati, con importi medi mensili lordi di 2.142 euro per gli uomini e 1.595 euro per le donne, per una media complessiva di 1.861 euro. La retribuzione lorda media annua nel settore privato si attesta a 24.486 euro, ma con profonde asimmetrie. Il gender pay gap raggiunge il 29,1%: gli uomini percepiscono in media 8mila euro in più all’anno rispetto alle donne (27.967 euro contro 19.833 euro). Il divario generazionale non è da meno: a parità di qualifica, i lavoratori junior (20-34 anni) guadagnano il 39,8% in meno rispetto ai senior (over 50), quasi 11.880 euro in meno all’anno.























