Il sistema previdenziale italiano necessita di “ulteriori riforme” rispetto alla riforma Dini perchè le sovvenzioni fiscali al sistema pensionistico rappresentano ancora il 3% del Pil. È quanto si legge nell’ultima bozza della Relazione congiunta della Commissione europea e del Consiglio in materia di pensioni che sarà approvata venerdì 21 dai capi di Stato e di Governo dell’Unione. Il Rapporto già anticipato in alcune parti nei mesi scorsi sottolinea anche come sarebbe necessario nel nostro Paese aumentare il tasso di attività della popolazione e la durata della vita lavorativa.
“Il deficit del sistema previdenziale – sostiene il Rapporto riferendosi al dato 2000 – è pari allo 0,8% e sale al 3% comprendendo le pensioni sociali”. Tutto ciò accade a fronte di un’aliquota contributiva del 32,7% inferiore solo a Belgio e Portogallo. “L’Italia – afferma il documento – ha già attuato una riforma generale del suo sistema pensionistico pubblico negli anni Novanta. Ciononostante occorrono ulteriori riforme anche considerando che il livello elevato del debito pubblico rappresenta un grosso vincolo che comporta limitazioni più rigide anche per il sistema pensionistico. Si renderanno pertanto necessarie – avverte l’Ue riferendosi anche alla Germania – ulteriori riforme”.
Il Rapporto affronta anche la questione occupazionale descrivendo in una tabella i progressi degli stati membri verso gli obiettivi di Lisbona e Stoccolma (un tasso di occupazione al 70% nel 2010). Nonostante i passi avanti dal 1995 al 2001 (4 punti in più per la fascia tra i 15 e i 64 anni) l’Italia è ancora la maglia nera per tasso di occupazione sorpassata anche dalla Grecia. Nel 2001 lavorava il 54,9% delle persone tra i 15 e i 64 anni a fronte del 64,1% della media europea. Tra il 2000 e il 2001 c’è stato un incremento significativo (+1,1) ma comunque resta molto basso l’apporto al mercato del lavoro delle donne (41,1% le occupate nella fascia di età attiva) e degli anziani (lavora solo il 28,1% tra i 55 e i 64 anni).
L’Italia registra buoni risultati invece sul fronte del rischio relativo di povertà per gli anziani con una media di persone con un reddito inferiore al 60% di quello medio (14%) al di sotto di quella europea (17%). Il rischio si capovolge per la fascia più giovane con un rischio di povertà per le persone fino a 64 anni del 19% contro il 15% medio europeo.
Secondo il Rapporto dell’Unione europea infine l’Italia “avrà il più alto indice di dipendenza degli anziani dei 15 stati membri, più del 60% nel 2050 con un aumento del 26% rispetto al 2000”. Il Governo italiano comunque – sottolinea l’Ue – ha iniziato negli anni Novanta ad elaborare soluzioni che garantiscano sia la sostenibilità finanziaria che servizi adeguati. Senza le riforme (con le regole in vigore nel 1990) infatti a causa dell’invecchiamento della popolazione la spesa per le pensioni avrebbe raggiunto il 23% del Pil nel 2040.
Una sfida “di particolare rilievo” – sottolinea il documento – è il ridotto tasso di occupazione. “Finchè i lavoratori anziani – si legge nel testo – potranno andare in pensione anticipatamente secondo le vecchie regole, vi saranno forti disincentivi a continuare a lavorare, mentre col nuovo sistema pubblico riformato che istituisce un forte legame tra contributi e prestazioni percepite, vi sarà un effetto di aumento e prolungamento del lavoro con conseguente maturazione di prestazioni più elevate. Sarà necessario – precisa il Rapporto – un notevole rigore come strumento di riequilibrio del mercato del lavoro e migliorare le opportunità di impiego per i lavoratori anziani. Inoltre – conclude – occorrerà aiutare l’alta quota di lavoro nero, in buona parte appannaggio dei pensionati, a uscire dall’economia sommersa”.
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