Stanno proseguendo alacremente gli incontri tra imprenditori e sindacati per stabilire nuove regole per la contrattazione e la rappresentanza, e una felice conclusione potrebbe essere vicina. Nel frattempo, il Parlamento ha approvato la legge sul “salario giusto”, come lo ha chiamato il governo, ma questo non dovrebbe mettere in difficoltà il confronto in atto. In effetti, una legge sugli stessi argomenti sui quali stanno trattando le parti sociali potrebbe in qualche modo disturbare la trattativa, ma è evidente che anche in caso di conflitto tra quanto disposto dal Parlamento e un accordo tra le parti sociali potrebbe intervenire una legge, anche in un secondo tempo.
Bisogna però prima arrivare a questo accordo generale, e non è facile, i problemi sono tanti e di difficile soluzione. Il confronto parte però favorito, perché l’accordo già intervenuto tra Cgil, Cisl e Uil il 17 giugno facilita grandemente le cose. Si tratta adesso su una base certa, le proposte del sindacato sono precise, e tutto è più facile. Un accordo, quello tra Cgil, Cisl e Uil, di grande importanza perché segna la fine di un periodo assai negativo per le grandi organizzazioni sindacali. Un anno fa, pochi avrebbero scommesso sulla possibilità che fosse davvero raggiunta un’intesa del genere. Le relazioni tra Cgil e Cisl, soprattutto, erano molto tese, sempre al limite della rottura. Con una marcia serrata, fatta di piccoli passi, ma senza interruzioni, le due organizzazioni in questi mesi si sono avvicinate, senza abiure e senza voltafaccia, ma partendo da un esame serio della realtà, e soprattutto dalla consapevolezza che non doveva essere persa l’importante e imperdibile occasione fornita dalla disponibilità delle grandi organizzazioni datoriali a sciogliere alcuni nodi del corretto andamento delle relazioni industriali.
Il documento sindacale, che su Il diario del lavoro commentano Tiziano Treu e Mimmo Carrieri, ricorda da vicino l’accordo che le tre confederazioni raggiunsero nel 2016, sempre sugli stessi argomenti, la rappresentanza e la contrattazione. Un accordo davvero fondamentale perché in quell’occasione si gettarono le basi delle nuove relazioni industriali, un lavoro difficile portato avanti da un gruppo di segretari delle tre confederazioni che cambiò sostanzialmente la posizione delle confederazioni avvicinandole e consentendo l’intesa. Franco Martini e Fabrizio Solari per la Cgil, Gigi Petteni per la Cisl e Tiziana Bocchi per la Uil, condussero per mesi una trattativa serrata e alla fine raggiunsero l’intesa.
Anche quel documento non ebbe però vita facile, perché servirono altri due anni e tanta fatica per approdare infine, nel 2018, al Patto della Fabbrica. La differenza sostanziale tra gli avvenimenti di quegli anni e l’attualità sta nel fatto che le tre confederazioni trattavano allora separatamente con le diverse centrali datoriali. Che avevano sensibilità e interessi tra loro diversi, tanto è vero che i diversi negoziati ebbero vita molto differente. Infatti fu raggiunto prima un accordo con Confapi, poi con Confcommercio, quasi simultaneamente con le quattro centrali artigiane. Il confronto con Confindustria invece non decollava, c’erano problemi forti a frenare un accordo. Alla fine ci fu lo sblocco, in gran parte dettato dall’urgenza di definire l’accordo prima del cambio politico che, si sapeva, sarebbe avvenuto di lì a poco, con le elezioni politiche del marzo 2018. Ma la fretta, come sempre, non fu buona consigliera, perché temi rilevanti furono solo accennati, alcuni contrasti di interesse non risolti, per lo più rinviati, tanto che già da allora si cominciò a parlare della necessità di un nuovo grande accordo, però in tanti anni colpevolmente nemmeno tentato.
Adesso questa è l’occasione per rispondere finalmente alle richieste che salgono dal mondo delle relazioni industriali. Compito facilitato dalle pratiche svolte in questi anni. Non è un caso, per esempio, che il documento delle confederazioni sindacali chieda una verifica annuale, nel mese di giugno, della crescita delle retribuzioni stabilite dai contratti nazionali. Perché la fiammata inflazionistica degli anni passati ha dimostrato le difficoltà nel mantenere integro il potere di acquisto dei salari, e l’esperienza dei metalmeccanici ha dimostrato la validità del sistema da loro applicato, che prevede appunto una verifica ogni anno per equilibrare eventuali sbalzi, dell’inflazione o delle retribuzioni. A quel punto, poco importa che i contratti nazionali abbiano una durata di tre o quattro anni, come pure il documento sindacale propone, perché comunque i picchi inflattivi possono essere combattuti.
Massimo Mascini

























